Bambino

Non serve altro se non ascoltare la parola bambino per sentirla sprigionare luce, per sentire il profumo dell’inizio, la promessa di ciò che verrà. Eppure, per quanto ci viene da richiamare alla mente, in maniera quasi automatica, il tempo dell’innocenza, dei giochi e dei mondi fantastici in cui abitare, oggi sentiamo di dover esplorare i confini della parola bambino per ricordare a noi stessi chi siamo stati e chi vorremmo essere. Dal latino bambinus, legato a bambus, porta con sé il ricordo della voce infantile, dell’imitazione dei suoi parlati e cela al suo interno la magia dell’infanzia. Il balbettio diventa parola, quei suoni e quegli occhi che scoprono pian piano il mondo. Il bambino non è solo un’età ma uno stato dell’essere: fragilità e forza, dipendenza e libertà. È radice e germoglio, origine e possibilità. È il tempo in cui ogni stante sembra infinito e privo di confini. Sono occhi che non conoscono maschere, che hanno voglia di esplorare, che si interrogano e si lasciano stupire. Il bambino, o meglio, il fanciullino, è quello stato dell’animo che secondo Pascoli non scompare con l’età adulta ma resta sopita in ognuno di noi. È quella voce interiore che se ascoltata permette ancora di scovare la poesia nelle cose più semplici, che ci salva dal cinismo e dalla vita che a volte si fa dura. Ma come ogni parola anche questa apre si apre a mille sfumature e, forse proprio perché crescendo ci dimentichiamo cosa vuol dire essere bambini, porta con sé ombre e contrasti. Per quanto dovrebbe essere così per definizione, c’è la vita e c’è l’uomo che mescolano le parole, giocano con i sensi. Non tutti i bambini conoscono il gioco, non tutti vivono quella spensieratezza e leggerezza che il termine suggerisce. Così, nelle parole di Primo Levi o di Evgenij Evtušensko, il bambino diventa il simbolo dell’innocenza calpestata, vittima inerme della guerra, della fame e dell’indifferenza. Una voce e uno sguardo che troppo presto conoscono il dolore e l’atrocità in un modo che non sa custodire e proteggere la sua innocenza. Michele e Filippo, in Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, rappresentano le due facce di una stessa medaglia: quella dell’infanzia e dello spirito puro che dovrebbero essere universali, ma che troppo spesso si piegano alla volontà e alla crudeltà del mondo adulto. Michele è un bambino di nove anni che guarda ancora il mondo con gli occhi dell’innocenza e della meraviglia. Vive la vita come un’avventura, un gioco perpetuo con gli amici, un’estate che sembra non f inire mai. Ma la scoperta di Filippo, un bambino come lui, strappato alla propria età e calato nel buio di un mondo che non ha saputo proteggerlo, lo costringe a specchiarsi in un dolore che non comprende, ma che intuisce profondamente. Sono proprio gli occhi, in fondo, a filtrare la realtà. Cos’è che vede un bambino quando entra troppo presto in contatto con la paura, con il conflitto, con il frastuono di un mondo che crolla?

Paolo De Vivo, nel romanzo Un minuto, trenta secondi e qualche decennio (Edizioni Il Papavero (2020), tenta di tornare indietro nel tempo per rivivere quell’infanzia che, una notte, ha cominciato a tremare. Il racconto del sisma dell’80 prende forma attraverso lo sguardo di un bambino che, non riuscendo a darsi risposte, trasforma il dolore in gioco, la paura in fantasia. Così la realtà, per essere sopportata, si colora di immaginazione: un modo per esorcizzare l’orrore e conservare, anche tra le macerie, i frammenti di meraviglia e di vita che solo un bambino riesce ancora a vedere. Il bambino è allora per noi adulti uno specchio che ci mostra ciò che siamo stati e che abbiamo dimenticato, ma che ancora potrebbe tornare. Il bambino è il tempo delle prime volte e forse è questo che custodisce preziosamente il termine, quella capacità di guardare ogni giorno con occhi nuovi, di ricominciare e rinascere.

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About Martina Bruno

Martina Bruno, laureata in Lingue e Letterature Moderne, classe 1996, fermamente convinta che la comunicazione e la cultura, in tutte le sue sfaccettature, siano elementi fondamentali per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Non posso smettere di essere curiosa e osservare, c’è troppo da scoprire, assaporare e raccontare.