Capitalismo, dinamica da revisionare. Il focus di Giuseppe Rocco

Quando si parla di capitalismo, si rammenta il principio di libertà ereditato dalla rivoluzione nordamericana e pure da quella francese. Il modello di capitalismo occidentale viene trainato dalla logica del libero mercato, dalla libera iniziativa e dalla proprietà privata. La concezione di libero mercato ha potuto godere di altri fattori, quali posizione geografica, clima, fertilità terreno, disponibilità di materie prime, capacità innovativa.

Dal punto di vista storico, durante l’Impero Romano si avvia il diritto naturale, la difesa della proprietà privata e la libera contrattazione; In tal modo il diritto romano costituisce la fonte della giurisprudenza e conferisce forma al capitalismo.

Lo spirito del capitalismo pone l’individuo al centro della vita. Tale concezione è stata alimentata dalle conquiste dei diritti individuali e sociali attraverso le rivoluzioni borghesi, avvenute il Inghilterra, Francia e Stati Uniti, col diffondersi dell’industrializzazione. Per i paesi asiatici, vi è l’aggiunta dell’etica, contrassegnata da tradizioni buddiste e confuciane. I valori religiosi hanno contribuito all’evoluzione dell’industria. Non a caso l’industria in occidente si è sviluppata in alcuni paesi del nord Europa e poi in America del nord e Canada, paesi a stampo protestante. Laddove invece prevaleva il cattolicesimo, il capitalismo ha subito rallentamenti, poiché chi accumulava ricchezza sfruttando i deboli era in contrasto con il Regno dei cieli. A dimostrazione si rammenta la politica del regno di Spagna nel XVI permeato di cattolicesimo.

Va pure richiamato che durante il Medioevo, la Chiesa estende il suo potere universale nel campo sociale ed economico. I concetti cattolici cozzano con il libero commercio e la Chiesa è costretta ad ammorbidire la condotta, accettando i guadagni dei mercanti che dovevano sostenere il nucleo familiare e riconoscendo la tassazione fiscale da parte degli Stati. A partire dal XIII secolo, i traffici internazionali attraverso il Mediterraneo, si sono intensificati a seguito di alcune invenzioni, quali il filatoio, rendendo protagonista il mercante. In pratica il capitalismo commerciale anticipa il capitalismo industriale, attraverso il passaggio dal lavoro a domicilio al lavoro concentrato in opifici, dove emerge la figura dell’imprenditore. A quell’epoca e cioè nella prima metà del secolo XVI scatta la rivoluzione scientifica, con Keplero, Galileo, Cartesio, Newton. Si passa dall’etica (che aveva forgiato il diritto canonico) alla ricerca sperimentale delle scienze naturali, che non potevano più dipendere da prescrizioni etiche.

Un’altra scossa perviene dalla riforma protestante, che offre un ulteriore impulso al principio di sovranità. Il 1517 Martin Lutero, monaco agostiniano, affigge sulle porte di Ognissanti le sue 95 tesi contro la vendita delle cariche ecclesiastiche e delle indulgenze per pagare la costruzione della Basilica di san Pietro; inizia pure a diffondere la lettura della Bibbia senza l’ausilio di un sacerdote. La Riforma esalta la salvezza dell’uomo soltanto tramite la fede e il lavoro quotidiano; il concetto di lavoro viene successivamente enfatizzato da Calvino, secondo il quale il miglioramento delle condizioni economiche sono il segno della “Chiamata di Dio”. Una ulteriore accelerazione del processo proviene da John Wesley, fondatore della chiesa metodista che addita il successo materiale e il benessere individuale per un viatico al Paradiso. Tali motivazioni religiose pongono le basi del capitalismo industriale.

Qualche limitazione insorge con la diffusione della religione islamica, la quale teme rischi di investimento nei settori proibiti e pone vincoli all’interesse sul capitale come usura. Essendo l’islamismo la seconda religione del mondo in termini di fedeli (dopo il cristianesimo), gli Stati vengono frenati nella corsa al capitalismo. Nel circuito religioso, si averte una progressiva diffusione dell’ateismo, che pregiudica scelte a sfondo religioso[1].

L’entrata sulla scena del capitalismo si può indicare nel XVI secolo, in cui assume una reale forma di sistema economico volto all’acquisizione del surplus. Il colpo che dona la spinta al fenomeno viene determinato dalla scoperta dell’America, che ha accelerato lo sviluppo commerciale sulle rotte atlantiche. Si sviluppa un processo di colonizzazione delle nazioni europee verso le regioni tropicali conquistate, in particolare da parte di Spagna e Portogallo e poi di Olanda e Inghilterra. Il commercio si fonda sull’importazione di prodotti agricoli e minerali utili alle manifatture del nascente sistema industriale. In America latina, l’approvvigionamento attiene alle derrate e metalli preziosi; in Asia alle spezie, alla seta, al cotone e alle porcellane cinesi. Il surplus nasce dal basso costo dei prodotti indigeni rispetto al prezzo di vendita praticato in Europa.

In questo nuovo scenario, la figura del mercante diventa protagonista degli scambi e infatti il periodo viene definito mercantilismo. Il capitalismo commerciale non presenta una teoria specifica, ma si avvale di precetti semplici e operativi per introitare un maggior numero di metalli preziosi. Il tasso di interesse non risulta elevato, anche perché si andava superando lentamente l’opposizione della Chiesa all’usura. Ovviamente il livello della produttività risulta basso.

In Inghilterra, il mercantilismo si fonda su agevolazioni alla navigazione, sulla creazione di compagnie commerciali e sul potenziamento della flotta; in Francia si avvale delle manifatture, in quanto utilizzano i detenuti come manodopera coatta; in Spagna si scorge l’importazione diretta dall’America latina, con l’intervento dello Stato sui cambi per evitarne la fuoriuscita. L’America latina viene sottoposta ad un processo di sfruttamento variabile, in relazione all’andamento della domanda di beni primari sul mercato mondiale. I colonizzatori trasformano le terre appartenenti alle comunità indigene e instaurano comparti specializzati, a cui ogni regione si dedica, quali sfruttamento delle miniere, piantagione della canna da zucchero, coltura del caffè o cacao o tabacco.

La voglia di profitto induce i proprietari europei a creare uno squilibrio ecologico con il degrado del suolo e della vegetazione. Nell’ottica dello sfruttamento, la manodopera indigena viene sostituita da schiavi africani con folti gruppi, al punto che in Brasile, su tre milioni di abitanti, almeno un terzo sono schiavi africani. A proposito di Brasile, questo paese si avvia verso la proprietà agraria feudale, avviando un mercato con l’estero: ciò sulla spinta dei colonizzatori portoghesi, i quali non avevano recepito il Rinascimento come le altre nazioni europee ma avevano creato un feudalesimo mercantile. La vita indiana, scrive Josuè de Castro, procede nella miseria, come sopravvivenza dei tempi medioevali delle dinastie dei maomettani, turchi e mongoli. L’arrivo degli inglesi non migliora il tenore di vita perché i manufatti indiani vengono venduti con forti profitti a Londra per la metà del prezzo dei prodotti. La situazione peggiora quando i commercianti inglesi, in forza della Compagnia delle Indie, ottengono il monopolio d’acquisto dei prodotti più importanti, costringendo gli artigiani a consegnarli a prezzi molto bassi.

Al passo dell’Asia, anche l’Africa viene colonizzata dagli europei senza accrescere il livello di benessere. Un esempio rende l’idea: le imprese belghe impongono condizioni di lavoro peggiori della schiavitù, pretendendo quote di produzione per lavoratore, pena il taglio delle mani. Questa barbaria è costata 10 milioni di vittime! Analoghi trattamenti nell’Africa bianca. In Egitto la costruzione della diga di Assuan nel 1902 blocca le inondazioni dal Nilo e nel contempo impegna gli egiziani a interessi commerciali britannici, che pongono gli indigeni in condizione di miseria, senza contare le contaminazioni, gli aspetti ecologici e l’aumento dell’anidride carbonica atmosfera. Tutto ciò riduce la speranza di vita lunga. Come controprova sugli esiti della colonizzazione, annotiamo che Canada, Australia, Stati Uniti e Sudamerica sono cresciuti in termine di benessere, perché sfuggiti allo sfruttamento. Fra questi citiamo anche il Giappone, che subisce l’influenza religiosa e culturale della Cina ed opera una politica di isolazionismo prosperoso.

L’eccedenza demografica dei paesi poveri e la rarefazione nella maggior parte dei paesi ricchi viene spiegata con la teoria della transizione demografica. I sistemi economici precapitalistici registrano alti tassi di natalità, perché ai quei tempi coltivando la terra occorrevano molte braccia. Con l’industrializzazione che riduce i posti di lavori e l’urbanizzazione che comporta spese per istruire la prole, la società cambia i connotati. La continua riduzione di popolazione riduce gli investimenti e i consumi. Gli stati europei si trovano in crisi per il pagamento delle pensioni e per l’assistenza agli anziani, dovuta alla forte contrazione di popolazione attiva. Infatti vi è una corrente di pensiero che cerca di equilibrare la popolazione, acquisendo e gestendo nuovi immigrati.

La storia ci ha regalato la guerra fredda, durante la quale il colonialismo è divenuto imperialismo. Con la caduta del muro di Berlino e con il dissolvimento dei regimi comunisti, è naufragata la dottrina marxista. L’eminente filosofo ed economista, Karl Marx, ipotizzava la fine della società capitalistica, con l’avvento di una colossale rivoluzione, che avrebbe determinato il passaggio a un regime socialista. La dicotomia tra capitale e lavoro doveva caratterizzarsi con una violenta lotta di classe e con il passaggio ad una società socialista, impostata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, per poi trasformarsi in comunismo, ossia con dittatura del proletariato. Invece la realtà sovietica ed altre hanno ottenuto la dittatura sul proletariato. Marx ed Engels definiscono scientifico il loro disegno socialistico, che si contrappone alla costruzione del liberismo propugnato dalla scuola classica inglese dell’economia basata sul libero mercato. Questa impostazione marxiana differisce dal socialismo utopico, nato in Francia con la rivoluzione del 1789, influenzato dai principi di libertà, fraternità e uguaglianza; modello insufficiente a comprendere le contraddizioni insite nella dialettica del capitalismo e incapace a realizzare il passaggio a una società senza classi. Addirittura il mercantilismo, secondo l’analisi marxiana, rappresenta la fase di transizione dal sistema feudale, col potere dei latifondi, al capitalismo industriale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il dibattito che si sviluppa tra neoliberisti e neomarxisti riguarda il “Terzo mondo”. Questo termine utilizzato e coniato dal demografo francese, Alfred Sauvy, per indicare un terzo ceto oltre al clero e alla nobiltà; termine esteso ai paesi poveri o sottosviluppati, che volevano conseguire la pari dignità. L’opinione diffusa dei neomarxisti riguarda l’America latina, nella quale era stato imposto un sistema capitalistico.

Siamo nel terzo millennio e l’economia è caduta in un equivoco: con la caduta del muro di Berlino l’economia collettivizzata ha mostrato la sua fragilità e inconsistenza. Il regime sovietico chiuso, una volta conosciuto, ha mostrato i segni di un castello di carta. La valutazione sbagliata ha lasciato pensare che l’unico sistema valido e disponibile per l’uomo sia il capitalismo, che purtroppo è divenuto sempre più selvaggio e poco umano.

Tutti ciò è stato favorito dall’avvento della globalizzazione, che conferisce enfasi al capitalismo, anzi è andato oltre, creando le multinazionali e le holding, un profondo veleno per l’economia vera. Con queste super società, spesso non si conosce la gestione effettiva, in quanto sembrano scatole cinesi: una società acquisisce le quote azionarie di un’altra e via di seguito, avviando un mondo astratto, senza la visione di un controllo chiaro. Un lavoratore non sa chi è il vero padrone dell’azienda.

Da questo andazzo ne discendono tre gravi elementi. Il primo si chiama “Feticismo del mercato finanziario”, un fenomeno in cui la finanza da elemento complementare acquisisce una potenza in termini di valori: modello che determina facili crisi economiche e allarga la forbice sociale. Il secondo effetto si chiama “Efficientismo selvaggio”, che punta eccessivamente sul profitto a scapito del rispetto umano, generando una forma di frustrazione nell’individuo. Il terzo effetto è la “Caduta dell’etica”, in modo che sia tutto permesso senza il rispetto di regole morali.

Nell’esplosione della globalizzazione, la nazione che ha registrato una maggiore crescita è stata la Cina. La sua partecipazione totale è passata dall’1,7% del 1990 a oltre il 16% a distanza di 30 anni. Con le riforme iniziate da Deng Xiaoping, lo sviluppo è risultato frenetico e organizzato, diventando la prima fabbrica del mondo, al punto da trasformarsi da importatore a esportatore di innovazione di alta tecnologia. Con l’acquisizione di territori esteri, risulta la maggiore produttrice di oro nel mondo. Un aspetto di grande astuzia politica ed economica riguarda la capacità di gestire sapientemente la globalizzazione, componendo un mosaico economico fra capitalismo e socialismo. Inoltre il Dragone ha introdotto capitali stranieri e tecnologie innovative necessarie per attuare un processo di modernizzazione economica. Ha coltivato la sua secolare tradizione filosofica ed etica, rafforzandola con la diffusione del protestantesimo, e coniugandola col libero commercio. In tal modo negli ultimi 40 anni ha decuplicato il suo PIL.

Valutando la situazione volatile di oggi, si avverte un tentativo di transizione verso la deglobalizzazione, i cui punti estremi si intravvedono nella Brexit, nella elezione di Trump e nella tattica imperialista di Putin. Una vera involuzione, che nega l’aggregazione della politica e un modello di conservatorismo, difficilmente applicabile. In effetti la globalizzazione ha una portata storica e irreversibile. Invertire la rotta non è possibile, si può e si deve controllare questo grande fenomeno universale. In primis la regolazione della Borsa valori depurandola della componente sovversiva e manipolatrice.

Una volta ridimensionata la finanza, si deve puntare sull’economia reale (la produzione di beni) con una base liberale e una democrazia rappresentativa, ma giustamente controllata dallo Stato per evitare sfondamenti e per smussare le criticità. Il ruolo dell’Unione europea assume un significato di grande partecipazione, per estendere la civiltà latino-europea negli altri paesi sottosviluppati e per ammorbidire le pretese egemoniche di Stati autoritari. Nella gestione oculata dell’economia, si inserisce l’intelligenza artificiale, la robotica e l’automazione, tutti elementi preziosi che devono essere saggiamente impiegati. Già il capitalismo digitale trasforma il sistema di ricchezza, divenuta intangibile e non controllabile in quanto composta da flussi informativi che si collegano a quelli finanziari. Si pensi ad Airbnb che è la più grande catena alberghiera al mondo senza possedere un albergo; oppure a Uber, la più grande flotta di taxi del globo senza possedere neanche un taxi. La rete telematica è il simbolo significativo della tecnologia, senza confini in balia del profitto. In questo modo, non esistono gli Stati, non esistono le ideologie, non esiste il territorio, non esiste la morale, non esiste la certezza del lavoro.

Il capitalismo va riformato perché la ricchezza illimitata e concentrata in mani a pochi non aiuta l’economia, destabilizza la società e crea inquietanti forme di inquinamento. Una spia viene dal recente populismo, che si sta diffondendo su tutto il pianeta, in quanto i cittadini temoni condizioni sempre meno agiate. Capitalismo e globalizzazione sono diventati un veleno sociale, poiché i governi nazionali dispongono di una capacità limitata a proteggere il livello di benessere dei cittadini. In effetti le multinazionali non conoscono limiti geografici alla loro operatività e questo viene vissuto come uno sconvolgimento pericoloso, a cui si aggiunge l’infausta attività finanziaria, rischiosa e coinvolgente. L’aumento dell’aspettativa di vita esige in parallelo un adeguamento delle condizioni sociali, che partono dalle vicissitudini dell’economia e in particolare dalla finanza sotto tutela del capitalismo.

Il ritorno sulla scena internazionale di Donald Trump, con un delirio di onnipotenza, pone diverse incertezze sul futuro economico mondiale.  Un’inquietante politica autarchica, autocratica, irrazionale e ottocentesca mette in discussione gli organismi multilaterali (Onu, Oms, Accordo di Parigi sul clima, ecc.)  perché intralciano i disegni neo-imperiali. Questa posizione antistorica dimentica che proprio questi organismi ci hanno garantito settant’anni di pace. Si registra un altro fatto grave, quello cioè che trova adepti nel mondo, persino nella nostra nazione, col rischio di indebolire ulteriormente l’Unione europea, vero baluardo di democrazia e libertà.

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[1] Per curiosità, gli atei in Italia dall’02% del 1900 sono passati al 16,5% nel 2010

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.