Caso Novolegno in Irpinia. Ne parliamo con Mario Melchionna

melchionna manifestazione

Il Segretario Generale dell’UST CISL IrpiniaSannio ha gentilmente rilasciato, per i lettori di WWWITALIA, un’intervista in cui commenta la chiusura dello stabilimento di Pianodardine.

Segretario, quando un’azienda come la Novolegno chiude il pensiero va, innanzitutto, ai lavoratori che perdono il loro posto di lavoro in un momento drammatico per l’economia in cui difficilmente potranno trovarne un altro. Che cosa, secondo lei, avrebbe potuto essere fatto per evitare la chiusura?

Io credo che quando un’azienda come la Novolegno chiude, così come hanno fatto tante altre in questi anni, è chiaro che c’è sempre un momento difficile, fatto di dispiacere e di angoscia. Si perdono posti di lavoro e tante famiglie, dalla sera alla mattina, si trovano senza un lavoro e senza una certezza per il futuro e questo rappresenta un dramma.

Noi, purtroppo, nella nostra Irpinia, dal 2008 ad oggi, ne abbiamo viste centinaia di aziende che hanno chiuso con migliaia di posti di lavoro andati in fumo.

Onestamente, per questa situazione in particolare, abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare come sindacato e come Filca Cisl, la federazione della CISL che segue l’azienda anche insieme alle altre organizzazioni. Probabilmente ci siamo fidati di un imprenditore che sembrava serio e che avesse intenzione di investire in Irpinia. Va considerato che sono quasi quaranta anni che il gruppo Fantoni è presente in Irpinia. Abbiamo accompagnato un percorso difficile perché la crisi ha investito il mondo e tutti i settori e, inevitabilmente, anche il gruppo Fantoni con le sue aziende, soprattutto del Sud, tra cui anche la Novolegno di Montefredane. Un po’ la crisi del settore del legno, un po’ la crisi generale hanno fatto sì che, in qualche modo, questa azienda da un po’ di anni registrasse difficoltà dal punto di vista economico finanziario e lo abbiamo fatto con l’applicazione di contratti di solidarietà, di cassa integrazione tentando da diversi anni, cioè da quando l’azienda ha iniziato a manifestare serie preoccupazioni e quindi paventava la chiusura già 3-4 anni fa, di far rimanere aperta l’azienda. Questo processo ha incluso sacrifici anche da parte dei lavoratori i quali hanno accettato, in alcune occasioni, di rinunciare ai salari perché tutto era finalizzato al mantenimento dei posti e dei livelli occupazionali. Così non è andata perché l’azienda ha deciso improvvisamente di chiudere, di andare via, di investire al nord e quindi, in sostanza, ci troviamo oggi con questa grande vertenza aperta, con questa grande difficoltà, con 117 lavoratori dipendenti della Novolegno ma che, tra aziende dell’indotto e tutto ciò che le ruotava intorno, arrivano a circa 500.

La produzione sarà tutta convogliata verso lo stabilimento di Osoppo in Friuli Venezia Giulia per motivazioni legate non tanto alla questione ambientale quanto alla situazione di perdita economica dell’azienda.  Ma questo non potrebbe voler dire discriminare sul posto di lavoro?

Credo che in Friuli l’azienda sia strutturata diversamente rispetto a questa di Pianodardine. È un’azienda all’avanguardia, con organizzazione di lavoro diversa dalla nostra, anche con una presenza interna di macchinari all’avanguardia e innovazione tecnologica molto avanzata rispetto al resto del Paese e, sicuramente, rispetto a quella della Novolegno di Pianodardine. Questo perché il gruppo Fantoni ha investito sempre molto di più al nord. Noi, tra le altre cose, abbiamo già chiesto all’azienda in una prima occasione, ma lo faremo di nuovo prossimamente presso il Ministero dello Sviluppo economico a Roma, di tener presente anche la disponibilità dei lavoratori di Pianodardine a spostarsi a Osoppo perché noi non escludiamo che i lavoratori, se non tutti ma in parte, possano dare la loro disponibilità, così come l’hanno data durante l’assemblea di qualche giorno fa, a volersi trasferire. Quindi noi ci aspettiamo e ci auguriamo che il gruppo Fantoni non chiuda le porte in faccia a questi lavoratori. Allora sì, che si tratterebbe di discriminazione vera e propria. L’ azienda dovrebbe tenere presente che non può negare ai lavoratori dello stesso gruppo il trasferimento, così come succede in tante altre realtà, accogliendo giustamente, quindi, la richiesta dei lavoratori di spostarsi.

In molte città industriali le fabbriche sono concentrate in luoghi periferici per lo più non abitati mentre per Avellino è accaduto cosa ben diversa in quanto si è andata ad occupare un’area in cui vivevano le persone e alcuni erano anche agricoltori. Le fabbriche inquinano, si sa, ma danno anche lavoro. Pensa che una gestione logistica e urbanistica più responsabile avrebbe potuto unire le attività care agli ambientalisti con un giusto sviluppo industriale?

Non è proprio così. I nuclei industriali spesso sono a ridosso o all’interno del cuore delle città. In tutta Italia succede questo. Probabilmente tanti anni fa, quando si è pensato agli insediamenti industriali, bisognava tener conto anche della vicinanza ai centri abitati oppure, spesso, è stato il contrario: esistevano i nuclei industriali e le aziende e, purtroppo, i piani urbanistici comunali non ne hanno tenuto conto permettendo di costruire le abitazioni poco distanti dalle aziende. Quindi, bisognerebbe capire dove inizia la responsabilità degli amministratori o quella degli imprenditori ma, una cosa è certa, Fantoni ha dichiarato che chiude perché ci sono perdite di esercizio economico di bilancio molto significative. Si parla di 4 -5 milioni soltanto per l’anno scorso. Poi velatamente si capisce che ha influito anche la posizione assunta dai movimenti ambientalisti ma, io credo, che i movimenti ambientalisti non siano stati la causa principale della chiusura dell’azienda. Io sono d’accordo che prima di ogni altra cosa ci sia la salute dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. I lavoratori devono lavorare in tranquillità, in sicurezza e devono poter tornare a casa senza rischiare la vita ogni giorno né tantomeno correndo il rischio di ammalarsi a causa del lavoro. La cosa che più lascia l’amaro in bocca, nel caso di questo stabilimento, è che, da un lato, ci sono gli ambientalisti che protestano per i danni ambientali e, dall’altra, c’è un’azienda che sostiene di essere in regola, di aver rispettato le leggi che sono oggi in vigore in questo Paese, affermando che le verifiche fatte dall’ Asl e dall’ ARPAC documentano che l’azienda non inquina. Quindi ognuno ha le proprie ragioni per dire che è in regola. Io credo che bisogna trovare un punto di incontro, non solo per la situazione della Novolegno ma per tutte le aziende che si sono insediate nei nuclei industriali di tutta Italia, tra una produzione sana, fatta nel rispetto delle regole non solo contrattuali ma, soprattutto, nel rispetto all’ambiente, evitando di commettere l’errore di accentuare troppo il lato della sicurezza. Esasperando la cosa, non tenendo fra l’altro presente che se vogliamo fare applicare le regole sulla sicurezza dell’ambiente in tutte le aziende d’Italia per non dire di Europa, rischiamo che gran parte delle aziende chiudano perché nessuno è in regola al 100%. Noi dobbiamo puntare a raggiungere un obiettivo che è quello di salvaguardare i lavoratori, di non farli ammalare e farli lavorare in tranquillità, sicurezza, con le giuste tutele e, dall’altra parte, dobbiamo chiedere agli imprenditori di attivarsi per mettere in regola le proprie aziende, per farle entrare nei criteri stabiliti dalla legge. Quando si fa la guerra l’unico risultato è quello della chiusura dell’azienda con la conseguente perdita di tantissimi posti di lavoro.

Ho letto di vertenze sindacali e proteste dei lavoratori. Quali saranno i prossimi passi? Cosa attende i 117 ex lavoratori della Novolegno?

Chiederemo con il consiglio comunale aperto, con i sindaci, i consiglieri regionali e i parlamentari irpini nazionali, insieme a tutti i lavoratori, di convocare immediatamente la riunione al Ministero per stabilire che l’azienda continui a produrre a Pianodardine, dato che ci sono le condizioni, e che se, eventualmente volesse definitivamente chiudere andando via dall’ Irpinia, dobbiamo creare i presupposti che ci sia un nuovo imprenditore che subentri facendo anche una riconversione industriale. Lo stabilimento geograficamente è posizionato in maniera molto strategica, ci sono collegamenti stradali come il casello autostradale e la strada che porta a Salerno nonché il binario della ferrovia ed è uno stabilimento in condizioni strutturali buone, per non dire ottime. Riteniamo che ci siano, quindi, le condizioni per cui si possa continuare a scommettere. Tra l’altro Pianodardine è stata inserita nelle zone economiche speciali, la ZES, e ciò significa sgravi fiscali, previdenziali e contributivi per chi vuole investire. Noi mettiamo in campo tutte le iniziative che possono essere utili per mantenere il posto di lavoro, per non far chiudere questa azienda e, in ultima analisi, il gruppo Fantoni deve mettere in conto che i lavoratori che danno la disponibilità a trasferirsi devono poterlo fare.

Comunque la lotta non finisce.

 Il sindacato continuerà a battersi affinché lo stabilimento ritorni ad aprire i cancelli. In Irpinia abbiamo oltre 80.000 iscritti ai centri dell’impiego e non possiamo aggiungerne altre centinaia che sono nella condizione di non avere più reddito per il futuro.

Qual è la situazione per gli altri lavoratori irpini?

In questo momento in Irpinia abbiamo diverse vertenze aperte a partire dalla Novolegno. Abbiamo la Lioni- Grottaminarda, che è una strada a scorrimento veloce molto importante, che è stata interrotta dal governo non prorogando la nomina del commissario che era impegnato all’ampliamento di quest’opera. Anche lì c’è una situazione molto drammatica dove ci sono i fondi e le risorse per completare l’opera però per scelte politiche, che noi non condividiamo assolutamente, il Governo ha deciso di non far completare quest’opera provocando un danno gravissimo per l’Irpinia e non solo. Questa, infatti, è un’opera importantissima che collega il mar Adriatico con il Tirreno, che porta le aree interne dell’Irpinia e la Campania fuori dall’ isolamento. Abbiamo anche qui circa 200 lavoratori che saranno licenziati a breve se non si sbloccherà questa situazione, imprese subappaltatrici che saranno costrette ad aprire un contenzioso nei confronti dell’impresa appaltatrice e dei consorzi che erano responsabili della costruzione della strada, quindi un caos generale con la perdita di tantissimi posti di lavoro.

Ci auguriamo che la manifestazione del primo marzo con la partecipazione dei sindaci, del sindacato e degli imprenditori, dei lavoratori, dei rappresentanti istituzionali e politici possa in qualche modo scuotere il governo e arrivare ad una soluzione definitiva. Abbiamo la vicenda del consorzio di gestione servizi CGS dell’ASI. Anche lì si è chiusa in maniera positiva perché la soluzione che è stata trovata è quella di non far fallire questa azienda e di creare una nuova società che si occupi di depurazione delle aree industriali. Qui posso dire che abbiamo salvato, grazie all’impegno del Consiglio di Amministrazione dell’ASI ma, soprattutto, del sindacato della CISL, circa 80 posti di lavoro e ci auguriamo che le cose possano procedere in maniera positiva. Abbiamo tante situazioni di crisi come l’Alto Calore. Anche lì siamo in attesa di qualche risvolto positivo per cercare di scongiurarne il fallimento.

Purtroppo l’Irpinia è diventata un’area esplosiva da questo punto di vista. Ogni giorno registriamo licenziamenti e procedure di mobilità da parte delle aziende pubbliche come nel privato e nella gestione della Sanità, del piano ospedaliero che sta creando numerosi tagli nei posti letto dei reparti degli ospedali.

Non dimentichiamo la IIA. La compagine societaria di questa azienda è diventata per la maggioranza delle quote turca e si è deciso che anche per il 2019 la produzione si svolgerà in Turchia nonostante gli stabilimenti di Flumeri e di Bologna possano tranquillamente produrre gli autobus.

La conseguenza è che i nostri lavoratori di Valle Ufita e Flumeri saranno in cassa integrazione anche per l’anno 2019, costruiranno non più di 20 autobus mentre circa 300 saranno costruiti in Turchia. Così anche questa azienda, ormai, è destinata purtroppo a non aprire più i cancelli nel breve periodo e, magra consolazione i 400 lavoratori di Valle Ufita, faranno un altro anno di cassa integrazione nel 2019 rimanendo fuori dall’azienda. Non ci sarà la ripresa così come più volte è stata annunciata dal governo, dal Ministro del lavoro, sostenendo che l’azienda aveva superato tutte le fasi di difficoltà, che diventava un’azienda produttiva essendo l’unica a produrre autobus in Italia. Ancora una volta, ecco l’incertezza sui lavoratori e sul loro futuro nonostante si fossero create condizioni abbastanza positiv..

Ci auguriamo e speriamo che nei prossimi mesi si possa trovare una soluzione positiva, noi continueremo a batterci per quanto ci riguarda come sindacato affinché si possa riaprire definitivamente l’azienda.

Per ciò che riguarda il sociale avremo sicuramente da affrontare la vicenda del reddito di cittadinanza per il quale sono stai delegati i CAF e i sindacati sia per il modello ISEE ma anche la compilazione delle domande per i cittadini che vorranno chiedere il reddito di cittadinanza. Quindi ci sarà sicuramente una corsa da parte di diversi cittadini per poter usufruire di questa misura che il governo ha messo in atto e mi auguro e spero che possa essere una cosa utile se finalizzata alla ricerca e a trovare un posto di lavoro vero perché se, diversamente, significherà soltanto dare un po’ di soldi alle persone in attesa di che cosa non si capisce allora questo sarà un ulteriore fallimento e si deluderanno tante persone che avevano pensato di poter avere un lavoro nei 18 mesi così come stabilito da questo Decreto Legge. L’altra vicenda riguarda la quota 100 e i pensionamenti. Abbiamo registrato tantissime domande di pensione presso il nostro patronato Inas- Cisl. Fino ad oggi abbiamo fatto oltre 300 domande di quota 100 di cui gran parte sono dipendenti pubblici, dipendenti del settore sanitario, della scuola, degli enti pubblici, dei comuni, della regione e anche dal settore privato industriale. La preoccupazione è che se c’è questa fuga di massa per quanto riguarda i dipendenti pubblici il rischio è che interi settori della pubblica amministrazione, della sanità e degli enti locali, rischiano di rimanere scoperti. Si avranno così ulteriori difficoltà per far funzionare bene le strutture pubbliche.

Grazie Segretario e buon lavoro.

Maria Paola Battista

@riproduzione riservata WWWITALIA.EU

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Difetti? Non ho una buona capacità di guardarmi intorno e, strano a comprendere forse, non sono molto curiosa! Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu