Economia immorale?
Se l’industrializzazione fosse continua con un accrescimento quantitativo, si sarebbe pervenuto a una mostruosità e a un’assurdità. La terra sarebbe coperta di macchine e l’inquinamento avrebbe ucciso ogni forma di vita. Quindi si deve ricorrere ad una autoregolamentazione fisica, tecnica ed ecologica che comporta mutamenti sociali. La soluzione sta nella crescita sostenuta in omaggio all’etica e alla giustizia. Il problema nuovo è divenuto la globalizzazione, che tende a rendere la morale autonoma quasi caduca.
Il capitalismo non può andare all’infinito, la crescita del genere umano non può elevarsi a superare i posti nel pianeta, le costruzioni hanno un limite. Per questo l’esistenza va rimeditata. Il tentativo populista di chiudersi nella propria nazione è un controsenso storico perché la politica del piccolo orticello comporta soltanto guerre; l’Unione europea è una testimonianza di affermazione della pace e una presa di posizione della sovranità nazionale andrebbe a snaturare la funzione dell’Unione stessa. Diventa così perentorio un richiamo alla giustizia economica.
Per superare il capitalismo, l’idea di Marx non si è concretizzata perché la rivoluzione mondiale ad opera degli operai non si è avverata e non appare all’orizzonte futuro. La dittatura del proletariato, in verità la dittatura sul proletariato, si è realizzata non dal basso ma dall’alto con specificità diverse. La decrescita è un fenomeno inattuabile; per ora si procede con il capitalismo e con la manipolazione del popolo. Le masse restano affasciate dalle macchine di cui sono vittime e ne diventano persino complici. Il lavoro di decolonizzazione dell’immaginario resta imbrigliato e non riesce a denunciare i paradossi etici dell’economia e l’ingiustizia economica del mondo. Ci troviamo invischiati nella farsa tragica del libero scambio, che costituisce il fondo dogmatico del pensiero unico.
Nella banalità del male attuale, le piante sono manipolate o distrutte a forza di pesticidi, gli animali sono modificati e ingrassati, i fiumi sono trasformati in fogne, le falde freatiche avvelenate, le foreste devastate, l’atmosfera divenuta malsana, gli oceani saccheggiati delle loro risorse, la forza lavoro trasformata in merce. Una citazione tragica italiana: scoperto il petrolio in Lucania e la gioia si è trasformata in danno, poiché le aziende petrolifere estrattive operano con mezzi rozzi senza il rispetto dell’ambiente e dei cittadini, che cadono nella morsa dei tumori.
Richiamando lontanamente Karl Mark, la vita dei dipendenti assume forme di schiavitù. Le fabbriche tessili del Sud Est asiatico lavorano per grandi marche transnazionali con orari illimitati e dormitori impresentabili; debitori insolventi vendono figli o loro organi; il ricorso a tecniche sofisticate come l’utero in affitto. Questo ultimo procedimento ricorda i Romani e altre società schiavistiche, i quali nel caso di matrona sterile, si poteva “far montare” una schiava e appropriarsi del frutto, come figlio legittimo. L’etica si trasforma in modo insensibile: l’utile diventa il criterio del buono. Ne consegue una sottile perversione dei valori.
Il pericolo della tecnicizzazione amorale, pilotata dall’economico, pone in discussione la figura dell’uomo, con l’ingegneria genetica. Nell’impossibilità di risolvere le contraddizioni sociali dell’umanità, noi affidiamo alla tecnica la cura di modificare l’uomo per sopprimere il problema. L’universalismo dei valori finisce con lo sgretolarsi alla logica amorale della mondializzazione, che con le holding e la finanza spietata ci porta in rivoli inaccettabili. Le ingiustizie dell’antico ordine, come il colonialismo e l’imperialismo, erano ancora su scala umana e si potevano combattere. Ora tutto diventa diverso, in un sistema ove si rintraccia la complicità di tutti. Nell’intreccio degli adempimenti si è acquisita una cultura di corruzione, accettata dai cittadini.
In questa era alcuni definiti grandi non possono definirsi buoni. Molti “grandi uomini della storia” lungi dall’essere buoni, sono stati dei veri scellerati. Ricordiamo Temistocle che passò la vita a ingannare i concittadini per servirli e che venne detto un grand’uomo. Rimane l’eccezione di Aristide, che fu esiliato e quindi spazzato via. Nella varietà delle idee e degli Stati, la Cina è riuscita a esplodere dal punto di vista economico, grazie ad un regime ferreo in cui ha annientato la democrazia e l’opposizione. L’atteggiamento autoritario ha favorito la funzionalità della produzione e non certamente la giustizia.
Arriviamo in Italia, dove l’ottanta per cento delle imposte vengono sopportate da dipendenti e pensionati, perché le trattenute sono automatiche a monte. Il resto viene pagato dagli autonomi, che nella realtà sono quelli più ricchi e che, attuando un paradigma di progresso, sono quelli che evadono le tasse. Addirittura il governo attuale regala la possibilità della flat tax, una indecenza che grida vendetta. Dove sta allora la giustizia?
In barba all’etica, vi sono aziende che chiudono lo stabilimento per aprire in zone ove i costi dei dipendenti sono irrisori. Nessuna coscienza per i lavoratori licenziati! Dirigenti del personale licenziano diverse entità per ridurre i costi aziendali, contabili che riciclano denaro della mafia, l’esperto che certifica bilanci solennemente manipolati per non spaventare i mercati! Nell’aprile 1998 la multinazionale Nike, multinazionale statunitense, è messa sotto processo con l’accusa di aver tenuto segreti i risultati di un rapporto di una società di consulenza sulle condizioni nelle fabbriche che lavorano per lei in subappalto. Nella storia italiana il ponte Morandi a Genova è caduto, lasciando 48 morti, nonostante le perizie di rischio erano a conoscenza dei dirigenti gestori.
Appare chiaro che la giustizia economica del libero scambio è una farsa. La cosa grave è che i liberali integralisti rifiutano una socializzazione e un intervento dello Stato per poter rigenerare il mercato e attutire i danni della concorrenza senza regole. L’impennata finanziaria dimostra che siamo andati oltre alla mano invisibile, regolatrice dei mercati, L’invenzione dei derivati diventa persino un espediente per pareggiare i bilanci. Continuare così non consente di parlare di giustizia economica, perché l’economia diventa superstar a tutti gli effetti e senza regole umanitarie.
Non posiamo contare sull’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che maschera il comportamento sulle ditte transnazionali, creando una situazione di mercificazione totale del mondo, cioè la trasformazione di tutto in merce senza la minima preoccupazione di giustizia sociale o ecologica. L’Indonesia è stata condannata da una commissione del Gatt protetto le sue foreste e per aver aumentata la quantità di legname trasformato sul posto. La Thailandia si è vista condannare per aver proibito delle pubblicità americane sul tabacco. L’OMC ha contenuti intrinsecamente perversi, poiché si basa sulla credenza dei benefici del libero scambio eretto a dogma. Ciò implica l’antropologia e l’etica utilitaristica, il postulato dell’armonia degli interessi, la fede del dominio illimitato della natura. Tutte manovre che diventano pericolose e producono effetti disastrosi sulle economie deboli. Se i sindacati americani hanno difeso la lobby siderurgica per ottenere dal governo diritti protezionistici, vuol dire che il libero scambio condannerebbe gli operai alla disoccupazione.
Gli Stati Uniti sono diventati i padroni del gioco, strumentalizzando l’OMC a proprio uso e ricorrendo ad una legislazione che autorizza l’esecutivo a prendere misure di ritorsione unilaterale. Solo una superpotenza può praticare con tanta arroganza una tale politica. Dietro la facciata del rispetto della libertà e della sovranità degli Stati, si assiste al dispiegamento dell’imperialismo. In questo clima deteriorato, si assiste all’attacco degli Stati Uniti a proposito del divieto europeo di importare bovini agli ormoni, che farebbe perdere cento milioni di dollari all’anno agli allevatori americani, come pure si annota la significativa battaglia sugli OGM. Per fortuna, almeno per ora l’Europa (in particolare i paesi latini) è attaccata sia agli aspetti culturali del cibo che alla sua manipolazione scientifica.
Spingendo al produttivismo e pretendendo di rilanciare le esportazioni e la crescita dura ad ogni costo, l’OMC contribuisce alla catastrofe ecologica. La globalizzazione sta per compiere l’opera di distruzione planetaria con lo sviluppo del capitalismo industriale. La concorrenza esasperata spinge i paesi del Nord a manipolare la natura senza limitazioni e con pochi controlli e i paesi del Sud ad esaurirne le risorse non rinnovabili. La grande e sicura fonte di benessere, l’agricoltura, viene tenuta in poco conto, riducendo la portata di fertilità, avvelenando il terreno con pesticidi, disseminando parassiti indesiderabili, avviando la desertificazione. Un eventuale tentativo di soppressione del protezionismo agricolo sarebbe la distruzione di quello che della società contadina, ponendoci una condizione di rischio. Solo l’agricoltura può assicurare un nutrimento genuino e sicuro per il futuro e quindi un settore da dover salvaguardare.
Sullo sfondo di questo percorso, vi è una reale ipocrisia nel pretendere di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e invece si saccheggiano senza vergogna. Ciò avviene col preteso rimborso di un debito estero, in realtà inestinguibile perché aumenta anno per anno; inoltre la contraddizione si avvera con il saccheggio delle risorse naturali, materie prime ed energetiche e prodotti agricoli, Tale saccheggio risulta rafforzato dalla svalutazione dei prezzi di quelle materie prime, abilmente organizzato sul mercato internazionale e dichiarato ineluttabile. La morsa del debito è il laccio eccellente per tenere i paesi del Sud in una condizione di stretta subordinazione.
I sostenitori del libero mercato invocano l’abolizione dei dazi. Il protezionismo ragionevole può invece essere applicato con giudizio. Non è uno strumento della necessaria regolazione di mercato ma resta insostituibile per evitare danni ingenti a territori e paesi. Si rende necessario proteggere la società, sia per costruire l’indipendenza economica che per preservare l’identità culturale, nonché per difendere l’occupazione. La necessaria decolonizzazione del nostro immaginario, ossia un rafforzamento del cervello alle lusinghe dei media, appare perentoria per sfuggire alle deformazioni del mondo, Per dimostrare tale si raccontano due fenomeni.
l primo riguarda il settore della moda, per la quale – in nome di una abolizione dei dazi – il governo italiano nel 1990 ha firmato l’Accordo multifibre, abolendo i dazi entro 15 anni. Si è avvertita una mescolanza fra i paesi latini (Italia e Francia), detentori di capi di abbigliamento di alta qualità e di organizzazione di nicchie di mercato e imprese cinesi, portatrici di capi scadenti e spesso nocivi. Ma come l’Italia è caduto in questo sciagurato tranello? Se andiamo nei mercatini, troviamo pantaloni o gonne cinesi al prezzo di 5 euro, mentre un pezzo di abbigliamento italiano non può costare meno di 35 euro, sia per la qualità che per le spese inerenti al rispetto delle regole igieniche e di lavoro. Un errore colossale se pensiamo che la moda nel bilancio italiano rappresenta il 15 per cento.
Il secondo fenomeno di riconoscimento di lusinghe dei media resta la posizione dominante della finanza, che da elemento ancillare è divenuto circa sette volte remunerativo sul piano dei valori. La gravità che nell’immaginario comune non si avverte il rischio, tanto che neanche gli economisti ne fanno cenno, assorbiti dal filone del libero mercato, ormai acquisito come un dogma.
Occorre sperare di far giustizia in una economia globalizzata e concepire un disegno forse utopico, ma la pregnanza dell’immaginario sociale resta forte. L’esempio degli Stati Uniti è davvero inconcepibile e riprovevole, perché vivono nella corruzione e nel disprezzo effettivo di qualsiasi morale, Un altro grave riferimento viene dalle ineguaglianze; per dirne una, il PIL di tutta l’Africa con i suoi settecento milioni di abitanti raggiunge a stento quello del Belgio. Piuttosto che giustizia economica, prevale la legge spietata del capitale. In che modo? La messa in concorrenza dei lavoratori dei paesi ricchi con quelli dei paesi più poveri del sud, attraverso le delocalizzazioni massicce e la messa in concorrenza sul piano sociale a ambientale, hanno spazzato le norme protettrici. Una volta aggirate, grazie alla transnalizzazione delle ditte, il contropotere dei lavorati è crollato: si è caduti in una situazione vicina al XIX secolo.
Il postulato implicito di una società civile è che tutti i membri devono poter vivere decentemente del frutto del loro lavoro. Nel caso di inflazione, spesso voluta dagli imprenditori, il danno cade sui lavoratori che sono percettori fissi e quindi sui pensionati. Ancora più grave per l’aumento dei medicinali, decisi dalle case farmaceutiche, senza la copertura dello Stato.
Ripeto che è molto difficile abbandonare la mercificazione del lavoro, urlata da Marx, ma piuttosto bisogna cambiare il modello culturale, molto difficile con un giornalismo asservito e con economisti clonati al capitalismo. Non solo, l’andamento culturale va cambiato: non si possono accettare emolumenti superlativi a calciatori e presentatori e nemmeno subire il mancato riconoscimento del reddito di cittadinanza a povera gente. Certo che non si può rifare il mondo e il lavaggio del cervello cui siamo sottoposti, ma dobbiamo cominciare a deviare i nostri desideri sulla retta strada e cioè evitare le manipolazioni insidiose del sistema. Un nuovo modo di ragionare verso la decostruzione del feticismo della merce e quindi smascherare il rapporto tra le cose per ritrovare un rapporto tra gli uomini, per dirla meglio smettere con servizi altamente sofisticati, in cui diventiamo robot privi di coscienza.
Raccogliere la sfida dell’etica in un’economia globalizzata non può trasformarsi senza una trasformazione radicale dei modi di vita e di pensiero. L’atteggiamento delle banche che, per aumentare il profitto, consigliano ai clienti investimenti finanziari, l’uso dei derivati anche per pareggiare bilanci, la condivisione di modelli americani nel sistema iperliberale, sono tutte deformazioni della società. La crescita del profitto senza il rispetto di condizioni umane e ambientali diventa una pratica sciagurata e contraria alla giustizia sociale ed economica. Con la caduta della logica del dono, il mercato è diventato anonimo e astratto e quindi fonte inesauribile di frustrazioni.
Pure nelle piccole dimensioni la mentalità è cambiata, Il mercato zonale costituiva un mezzo per parlare, discutere, gestire ed esercitava una funzione terapeutica. Gli incontri avvenivano in piazza, spesso senza appuntamento; ora l’accostamento è la rete con la sua audacia propagandata che toglie le sensazioni molteplici della praticità. L’umanità attuale resta coinvolta nella banalità del male, divenendo involontariamente un ingranaggio della macchina tecnoeconomica.
Per completare, la nostra era è sottoposta alla tirannia della moda, che esprime superficialità. Il tatuaggio e il piercing ne forniscono una illustrazione penosa. Le società antiche utilizzavano queste marcature spesso crudeli per accedere alla tribalità. Non vorrei pensare ad una forma di neotribalismo, ma il rischio è incombente. Siamo vittime della manipolazione dei mass media, che entra nell’individuo massificato e narcisista, frutto di carenza affettive diverse; tuttavia è quel richiede una economia delirante fondata sulla bulimia consumistica. La sfida del futuro sta nella restaurazione della persona nell’ambito di una collettività plurale senza frontiere.
Il regime industriale confonde le carte, nel senso che pretende di puntare sulla realizzazione indefinita dei desideri verso l’onnipotenza. Alla lunga nessuno riesce a distinguere se le sollecitazioni proprie rispondono alle esigenze individuali o del potere. La giustizia economica di un sistema mondializzato richiede che si trovi un meccanismo soddisfacente per tutti. Il primo passo è controllare la finanza, mediante un accordo internazionale presso la Banca mondiale. Frenati gli impulsi della finanza, si possono indirizzare le politiche su una base liberale con interventi dello Stati, a guisa dello spirito socialista.
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