Evoluzione disarmonica dell’Economia. Il focus di Giuseppe Rocco

La nascita e lo sviluppo dell’economia crescono in modo diverso da paese a paese, a secondo della civiltà, del progresso e delle tradizioni. Nell’economia gioca la democrazia, senza di essa si assiste a governi tirannici come avveniva nelle tribù, ove il capo decideva tutto in modo autonomo.

Democrazia sorge dalle parole greche demos e kratos e pare proprio che la sua nascita si celebri in Grecia. Tuttavia alcuni storici collocano la nascita in Oriente, ma forse non ne veniamo a capo. In Grecia si evince nel VI secolo a.C.: la prima forma di governo è nata nel 508 a.C. ad Atene, grazie alle riforme costituzionali di Clistene, successivamente potenziate da Pericle. Solo allora il demos ha cominciato ad esprimersi direttamente sulle questioni di comune interesse nel corso di votazioni approvate in base al sistema di maggioranza, introducendo pure forme di controllo all’attività degli eletti. Dopo Pericle il sistema democratico è stato ulteriormente perfezionato.

Nel territorio greco le democrazie hanno avuto un andamento altalenante, in particolare con due soluzioni: quella della “oplitica” di Efialte (461 a.C.) e quella instaurata da Atene (404 a.C.) alla fine della guerra del Peloponneso. In età successive si registrano altre democrazie, che si diffondono nel modo, con particolare riguardo alla grande Roma imperiale.

Indi la democrazia va in letargo, complice il Medio Evo, e risorge con enfasi nel Rinascimento europeo, che recupera i segnali dell’antichità greco-romana e segna la rinascita della democrazia. I germi degni di risalto si manifestano in Inghilterra nel secolo XVII, in Francia nel secolo XVIII, per poi esplodere negli Stati Uniti nel XIX secolo. Le sfaccettature della democrazia si esprimono in tanti modi; basti pensare al dibattito acceso in Italia sul presidenzialismo per disconoscere, in modo errato e tortuoso, l’attuale democrazia parlamentare e rappresentativa, meglio filtrata ed equilibrata.

Se pensiamo al passato, non sappiamo in che modo gli abitanti delle città greche e italiane, Roma compresa, pagassero le derrate alimentari provenienti dalle campagne. Altrettanto non sappiamo come venivano pagati i salari; considerato che erano gli schiavi a lavorare, probabilmente si ricorreva a regalie secondo la magnanimità del padrone. Solo con l’arrivo della moneta, viene conferito a un bene una certa personalità e un valore mistico.

Anche se non ufficialmente riconosciuta come tradizione storica del pensiero economico, la dedizione romana alla proprietà privata (fonte di guadagno) esercita una rilevante influenza nella vita economica e politica della vecchia storia. Comunque l’età romana ci lascia una grande ricchezza, ma va ricordata pure l’eredità del cristianesimo, che attingendo agli insegnamenti ebraici, favorisce l’applicazione delle leggi economiche. Addirittura registriamo un fatto eclatante, la presenza di Gesù Cristo, il quale dimostra che non esiste un diritto divino per i privilegiati e sostiene l’idea di eguaglianza. All’epoca dei pontefici del Rinascimento, la Chiesa ha favorito l’accumulo di ricchezza da parte dei sacerdoti, persino col commercio delle indulgenze, ma questa aberrazione non ha scalfito nel tempo la dignità di eguaglianza del cristianesimo.

Nella vita economica medioevale, si rintracciano obiettivi etici: garantire la qualità di lavorazione, procacciare occasioni di intrattenimento collettivo ed esercitare un’influenza per regolamentare prezzi e salari. Dal XV secolo, inizia l’era dei mercanti, ossia del capitalismo mercantile che copre circa tre secoli. La sua fine viene segnata dal sorgere della rivoluzione industriale, dalla rivoluzione americana e dall’arrivo sulla scena di Adam Smith, il capostipite dell’economia classica. Il mercantilismo non riesce a contare su un portavoce riconosciuto, come invece accaduto in Grecia con Aristotele, nel Medioevo con san Tommaso d’Aquino e poi successivamente con Adam Smith, Marx e Keynes. Nel periodo mercantile si possono annoverare tre aspetti socio-economici; il primo inerisce ai viaggi e alle scoperte dei navigatori (compreso il nostro Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America); il secondo riguarda l’aumento dei prezzi, con il tesoro che riversava in Spagna; il terzo è l’affermazione dell’autorità dello Stato moderno, con un processo che giunge a compimento con l’unità d’Italia. Il mercantilismo comporta di certo un atteggiamento di rottura con gli insegnamenti etici di Aristotele e san Tommaso d’Aquino nel Medioevo. Invece il mercantilismo si impegna a ricercare la ricchezza anche con modi spiccioli e senza riguardo all’etica. Lo stock di metalli preziosi posseduto da un mercante diventa l’indice della sua ricchezza personale e la misura della sua competenza finanziaria.

Il fascino del mercantilismo ha conquistato la Francia, in cui Parigi era divenuta una città di mercanti; rispetto agli altri paesi la Francia aveva conservato una potente componente agricola. In un mondo in effervescenza dobbiamo subire alcune rivoluzioni sociali: la rivoluzione americana lascia intatta la struttura socio-economica; le rivoluzioni russa e cinese cambiano radicalmente l’ambiente sociale; la rivoluzione francese spazza via il credo che i fisiocratici avevano difeso con forza.

Un altro tipo di rivoluzione, ma costruttivo si registra in Inghilterra, con la rivoluzione industriale alla fine del XVIII secolo; un processo che raccoglie nelle fabbriche e nelle città industriali i lavoratori che in precedenza avevano prodotto beni manufatti nelle loro case o fattorie. Questa grande evoluzione dipende dalla comparsa del motore a vapore di Watt per azionare le macchine. Si cita l’evento poiché influenza profondamente la scienza economica, da cui emergono due celebri personaggi nell’intera storia dell’economia: Adam Smith e Karl Marx. Adam Smith viene catturato dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro: un uomo svolge il filo metallico, un secondo lo raddrizza, un terzo operaio lo taglia, un quarto operatore lo appuntisce, un quinto lo arrota nella parte destinata alla capocchia e via di seguito. Quanto alla remunerazione del capitalista, Smith la ricava dalla teoria del valore fondata sul lavoro, la cui quantità determina il prezzo. Insiste inoltre sulla libertà del commercio e del libero scambio, nell’ottica della concorrenza.

Alla morte di Adam Smith, emergono tre figure, che riescono a vedere la fioritura della rivoluzione industriale e correggere la scienza economica al passo dei tempi. Esse sono un francese e due inglesi: Jean-Baptiste Say, Thomas Robert Malthus e David Ricardo. Quest’ultimo esercita una forte influenza con la “legge degli sbocchi o dei mercati”, in base alla quale la produzione di merci genera una domanda aggregata effettiva sufficiente ad acquistare l’offerta totale delle merci. La legge di Say viene disapprovata poiché con la depressione le merci restano invendute e provocano manodopera senza occupazione. Alla fine viene abrogata da John Maynard Keynes. Per curiosità, val la pena ricordare che Smith era empirico e induttivo, mentre Ricardo era teoretico e deduttivo.

Nel 1900 la scienza economica cessa di essere una forma di discussione e diviene una professione, in forza della quale vengono effettuati perfezionamenti alla teoria classica. Indi arriva un dissenso, nella persona di Karl Marx; in contemporanea si registra la presa di posizione di Pierre-Joseph Proudhon, il quale dichiara che i frutti della proprietà sono un furto e consiglia cooperative di operai. Nella società di Proudhon, lo Stato sarebbe scomparso. Il pensiero economico resta praticamente fuori da queste osservazioni. Le opinioni erano disparate, ma il XIX secolo si contraddistingue per l’interesse alla scienza economica, in relazione ai punti essenziali: come si formano i prezzi, i salari, l’interesse e il profitto. A questo punto la moneta cessa di essere una merce e assume un ruolo di mediazione nello scambio dei beni. Sul piano economico, la marginalità assume un valore magico. Infatti un prodotto o un servizio non consegue il suo valore dalla soddisfazione totale conseguente al suo uso, bensì dalla soddisfazione conseguente all’ultima aggiunta, quella meno desiderata. Quando in una famiglia è disponibile un pezzo di pane, esso è straordinariamente prezioso e impone un alto prezzo; ma in condizioni di abbondanza del pane, esso è privo di valore e finisce nella spazzatura.

Uomini come Adam Smith, David Ricardo e Thomas Robert Malthus foggiano la storia della scienza economica e la visione dell’ordine socio-economico; l’arrivo di Karl Marx plasma il mondo fondando un movimento politico che a tutt’oggi costituisce la principale fonte di tensione politica nelle diverse zone del mondo. Va rammentato che Marx non diviene rivoluzionario per stenti o privazioni patiti in gioventù, poiché il padre era un eminente avvocato di Treviri e magistrato presso la corte di appello, anche se ebreo. In verità è stato convertito dalla filosofia di Hegels e di Engel, i quali hanno rifiutato i presupposti dell’economia classica.

Nella dinamica del capitalismo, la piena produzione avrebbe determinato fallimenti e ribellione degli operai, i quali diventavano detentori del potere e non essere costretti più a vendere il proprio lavoro. Nella realtà le idee marxiste si sono manifestate in modo indiretto, cioè coordinate dall’alto e non dal basso (operai) in Russia, in Cina e a Cuba; ciò non è avvenuto contro il capitalismo, ma contro i residui del feudalesimo, in un contesto di guerra e di anarchia. In questi paesi non gli industriali e i capitalisti, ma i proprietari terrieri e i governi che li rappresentavano hanno ispirato il fervore rivoluzionario dei diseredati.Le tesi di Marx sono rivelate fallaci anche sotto un altro punto di vista. Egli pensava che una volta che il proletariato avesse conquistato il potere, si sarebbe dissolto lo Stato; invece l’imponente macchina operativa dello Stato ha conservato la sua potenza, anzi lo Stato sarebbe stato strumentalizzato al servizio di una ideologia su misura. Il pensiero di Marx per l’affermazione del socialismo rimane tuttavia vivo e serpeggia in molte fila di cittadini, nel sogno di una vita migliore.

Parliamo di moneta e facciamo un passo indietro nel tempo. La sua coniazione ha registrato un salto di qualità, in quanto la moneta da semplice merce è divenuta mediazione nello scambio, eliminando l’intrinseca scomodità del baratto, e cioè la necessità di trovare un soggetto che, da un lato avesse il prodotto voluto e, dall’altro, desiderato il prodotto offerto. L’identità della moneta è scattata con l’avvento delle banche. Un ruolo pioneristico viene riconosciuto alla Banca di Amsterdam, che a partire dal 1609 riceve le monete dell’epoca e ne accerta contenuto e valore, con il rilascio di un apposito certificato di valore. All’inizio comincia come deposito moneta per poi trasformarsi come mezzo di scambio. In effetti la moneta acquista il suo potere ed identità quando i monarchi si rendono conto che poteva essere utilizzata come sostituto della tassazione.

All’inizio del XX secolo, il mondo industriale continua a condizionare il mondo classico, con il dominio della legge di Say, dal nome dell’economista francese. Questa afferma che l’offerta dei beni crea la propria domanda, in modo che non vi sia sovrapposizione. Questa legge è stata poi smentita nel periodo della grande depressione degli anni trenta. Inoltre le idee classiche sono state poste in discussione da Marx e dimostrate false, con diversa impostazione, da Lenin e poi da Mao. Infatti le idee classiche cominciano a vacillare con la grande depressione americana, in cui si assiste alla deflazione nei prezzi, alla dirompente disoccupazione e alla sofferenza delle classi deboli. Con il presidente americano Franklin Roosevelt, si assiste ad importanti deviazioni dell’ortodossia classica, sino all’irruento e magico arrivo dell’economista keynes, che inventa la macroeconomia e trova rimedi alle distorsioni nazionali.

A seguito della crisi del 1930, si avvia nel mondo una nuova visione, legata allo Stato assistenziale (Welfare State). Questa ortodossia politica pervade la gamma degli economisti. Considerando la caduta dell’economia classica di porre rimedi, emerge la figura John Maynard Keynes, il quale trova l’equilibrio nella piena occupazione. All’aumentare della produzione, dell’occupazione e del reddito diminuisce il consumo degli incrementi addizionali di reddito; nella formulazione di Keynes, diminuisce la propensione marginale al consumo, ossia vuol dire che i risparmi aumentano. Gli economisti classici ritenevano che, a causa dei tassi di interessi ridotti, i risparmi venivano investiti o spesi. Invece essi possono rimanere utilizzati per ragioni cautelative e ciò riduce la domanda dei beni e servizi e quindi produzione e occupazione. Per rompere l’equilibrio della sotto-occupazione, occorre l’intervento del governo per aumentare gli investimenti, deliberando un disavanzo. Nel contempo le aziende potrebbero spendere i risparmi accantonati per comporre il disguido occupazionale. Con la rivoluzione keynesiana, il capitalismo viene liberato dall’incubo della depressione e della disoccupazione. Certo ai tempi attuali, con la potenza delle holding che sovrastano gli Stati, una simile politica viene contratta. Occorre a monte relegare la finanza al suo ruolo di agente complementare al telaio economico della produzione reale. Teniamo pure conto che il controllo dei prezzi o dei salari non rientrava nel sistema keynesiano. Tutto ciò dimostra che l’economia non è una scienza certa, ma spesso va scelta una regola, con alcune sanatorie legate al momento storico e geografico. Può andar bene l’economia classica, corredata da componenti keynesiani e spesso perfezionati da interventi correttivi in rapporto all’evoluzione del momento.

La nuova generazione degli economisti sta ponendo in discussione i dogmi del sistema neoclassico e sta proponendo una gamma di correzioni: riforma della direzione burocratica dell’impresa, partecipazione della forza lavoro alla gestione dell’attività imprenditoriale, ruolo degli investimenti dello Stato, sostegno assistenziale. Questi elementi richiamano i temi suggeriti da Keynes e superano l’economia classica, ma occorre aggiornarsi per guardare alla dimensione mondiale al fine di determinare prezzi e servizi, riflettendo su un intervento della banca mondiale per contenere la finanza inflattiva. Un esempio eclatante oggi: il prezzo del gas viene definito alla Borsa di Amsterdam, ove manipolatori digitali giocano al rialzo e ignorano il prezzo effettivo del gas. Una strategia irreale che determina una pesante inflazione, non gestibile a livello nazionale, Quindi ripeto, va bene la componente classica, con l’aggiunta della visione keynesiana, riformulata in una dimensione internazionale per porre fine alla biasimevole condotta di una finanza incontrollata che sovrasta l’economia reale e produttiva.

La dinamica dei prezzi e dei salari, come fattore determinante sia dell’inflazione che dell’occupazione sono le sfere sfide del domani, attingendo alle metodologie di qualificazione professionale. Come si evince l’economia non ha un’esistenza separata dalla politica. Dobbiamo ricordare che ai tempi attuali siamo stati sommersi dall’avvento della globalizzazione, fenomeno di grosse dimensioni, che ha portato prosperità e in concomitanza ci sta regalando due potenti effetti secondari: il feticismo del mercato finanziario e l’efficientismo selvaggio. Il feticismo del mercato finanziario è divenuto un dogma dell’economia e innescato processi sciagurati e contorti nello scambio di titoli (parliamo di carte) a danno della produzione (beni) e del benessere sociale. Della sua risoluzione è stato dibattuto e definito. L’altro elemento negativo, l’efficientismo selvaggio riguarda la caduta dell’etica nel rapporto di lavoro, particolarmente in quello subordinato, ove si assiste alla super efficacia delle prestazioni in modo sadico, senza tener conto del rapporto umano e della conservazione del posto-lavoro.

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.