Il grillo narrante, recensione e intervista all’autore Massimiliano Gaudino

Il grillo narrante, di Massimiliano Gaudino edito da Albatros pp. 206, costo € 13.90

Temevo di non andare bene e, per il timore di fare male agli altri, mi sono adeguato, facendolo a me stesso. Mi sono punto tante, troppe volte, persino per me, che sapevo cullare il mio dolore. Poi mi sono detto basta: un conto era prendermi cura dei miei aculei un altro era essere pronto punto dalle zanzare, con la sola differenza che loro succhiavano il mio sangue ed io le mie lacrime.

Da Il riccio consapevole in Il Grillo narrante, di Massimiliano Gaudino.

Il grillo narrante è un libro molto interessante e di piacevole lettura. Il suo autore è psicologo e psicoterapeuta e mi ha piacevolmente impressionato la maniera scelta per esprimere temi importanti inerenti al vissuto e al comportamento degli esseri umani.

La particolarità sta, infatti, a mio parere, nell’aver organizzato il libro con delle storie fantastiche che rispecchiano la tipologia delle favole in cui alla fine si cela o è manifesta una morale, a cui seguono dei versi e delle esemplificazioni di casi reali vissuti dal protagonista o da qualche suo paziente. Forse anche perché, il bisogno di rifugiarci nelle storie permane crescendo, e credo sia un’ottima soluzione, soprattutto quando gli orchi si incontrano nella vita reale e non più nelle favole.

Non è, però, un manuale, un saggio o un diario di sedute perché in qualsiasi contesto è la narrazione ad avere il predominio. Non a caso, il titolo molto esplicito che allude al famoso “grillo parlante”, ma che va oltre facendolo diventare portatore di messaggi tramite racconti.

Ebbene, veniamo agli argomenti trattati. Sono importanti e fondamentali perché ineriscono al concetto del comportamento e delle relazioni. Quindi, a partire dai bisogni umani, alla necessità di leggere dentro di sé ai fini di buone relazioni sociali, agli incontri, alla predisposizione al cambiamento e come lo si vive.

Lo scopo è quello di essere il tuo grillo parlante, con spontaneità e consapevolezza, guardandoti negli occhi, come lo stesso autore scrive.

E devo dire che ci riesce in maniera molto perspicace e simpatica Massimiliano Gaudino. Ad ognuno di noi, leggendo il libro, potrebbe accadere di immedesimarsi in una situazione narrata o di imparare a gestirne qualche altra.

Nei racconti, infatti, si rispecchiano le esperienze della nostra epoca come la cura dei bambini, la timidezza, l’egocentrismo, l’amicizia a cui sono dedicati diversi racconti che personalmente ritengo efficaci e molto pertinenti.

Quanto costa in termini di personalità raggiungere degli obiettivi e realizzare i desideri? E se non ci si riesce? Leggendo il racconto proposto a tale riguardo da Gaudino si potranno avere, ad esempio, non delle soluzioni ma degli spunti di riflessione proficui.

Che cosa significa “condividere” in un mondo in cui tale azione è abusata ma, forse, non compresa nel suo vero significato? Il libro è illustrato da disegni adattati al titolo e al contenuto di ogni racconto. Gli autori sono sempre diversi. Parte del ricavato della sua vendita sarà destinato alla realizzazione e al sostegno dei laboratori solidali di scrittura Letterariamente.

Ho diverse domande da porre all’autore perché il libro che ha scritto è per me molto interessante. Lo è stato per motivi personali, ma anche per il suo contenuto che risponde a molti miei interessi. Fra l’altro vorrei ringraziarlo perché ha saputo affrontare il mondo emotivo delle persone in maniera semplice ed esplicita, che invita alla riflessione senza angosciare.

Questo per me è un merito dell’autore.

La mia prima domanda riguarda proprio il punto di partenza. Da che cosa è nata la necessità di scrivere?

In effetti da un lato ho voluto rispondere all’invito di alcuni pazienti a raccogliere i pensieri che mi vengono in mente di notte quando sono a letto e che, in genere, riporto sulle mie pagine di facebook e instagram, dall’altro la scrittura è stata per me un canale liberatorio in cui poter esprimere i miei vissuti e quelli che mi lasciano le persone che incontro.

Mi è molto piaciuto lo sforzo che ha fatto per coniugare scienza e fantasia rendendo esempi e morale tramite le favole. Come si è “strutturato il libro nella sua mente?

È accaduto tutto un po’ per caso a partire dalla richiesta di cui ho già detto. Era durante il periodo di Natale e alcuni miei pazienti mi hanno regalato degli oggetti. Da quegli oggetti sono partiti i titoli dei racconti. In seguito riprendendo qualche vissuto della mia vita o degli altri, scrivevo il racconto, la favola o la metafora, intervallandole con considerazioni reali o poesie che avevo scritto in passato o in quello stesso periodo cercando di dare loro un ordine.

Vorrei parlare anche delle illustrazioni. Sono disegni o dipinti e ad opera di chi? Li ha adattati lei ai racconti o sono stati gli autori che hanno creato il loro contributo dopo aver letto i racconti?

Alcuni sono disegni, altri ritratti, altri ancora sono fatti a mano. Mi piaceva associare un disegno ad ogni racconto, per cui ho scelto quelli che mi sembravano più adatti. Ho pensato che come io ho utilizzato la scrittura gli artisti potessero utilizzare l’arte come canale catartico. Non ho fatto leggere il racconto perché non volevo condizionarli, ho spiegato le sue linee, dando poi il via libera all’artista per poterlo rappresentare. Il più delle volte si è tutto ben concretizzato.

Oggi si parla molto di obiettivi e spesso il loro raggiungimento è legato all’individualismo e alla prevaricazione. Secondo lei qual è la direzione verso cui viaggiano le relazioni umane?

Questa è una domanda complessa in quanto la realtà che stiamo vivendo fa molto spavento poiché è molto focalizzata sull’immagine artefatta e costruita di noi. C’è difficoltà ad andare in profondità, è tutto basato sull’estetica e sull’apparire. Quindi, quando ad esempio ho scritto Narciso il ranocchio e Lucciole, mi sono basato su un’esperienza della mia vita, nella quale io richiamo alcuni condizionamenti basandomi solo sull’aspetto estetico e poi facendo un passo indietro. Penso che il problema di oggi sia che nonostante l’idea della psicoterapia e il ruolo dello psicologo stiano cambiando, essi potrebbero essere inseriti in tutte le istituzioni, per far sì che il percorso di consapevolezza e l’analisi interna possano seguire il tema della popolarità e dell’estetica facendolo, accompagnandolo. Se c’è un disagio, è necessario lavorarci per affrontarlo, non andare semplicemente dal chirurgo estetico per risolverlo. È un problema interno.

È una tematica molto complessa e qualsiasi risposta può risultare banale o anche troppo leggera. Questo è anche un po’ il motivo per cui ho scritto il libro, volevo che fosse semplice ma pensante, che lasciasse una riflessione al di là dei dogmi e degli insegnamenti.

Ci è riuscito bene perché, come ho scritto nella recensione, ho trovato la rispondenza dell’invito alla riflessione proprio per il modo in cui ha deciso di scriverlo. Pensavo, quindi, in conclusione che le relazioni umane viaggino verso una direzione molto complessa perché basata principalmente sul fatto esteriore. Se ho capito bene il suo punto di vista è che se si ha un problema per cui una persona non piace a se stessa, cerca di risolverlo più dal punto di vista esteriore piuttosto che guardandosi dentro. Però credo che non sia soltanto un fatto di superficialità ma, soprattutto, che dipenda dal fatto che il lavoro introspettivo sia molto più doloroso da affrontare rispetto a quello estetico. Andare in analisi e sostenere la terapia, continuandola anche quando si arriva in punti così complessi da provare dolore, impone forza, coraggio mentre, invece, decidere di risolvere il problema esteriore è molto più semplice, basta poco.

Si, io faccio riferimento alla terapia ma anche ad un caffè con un amico, ad essere più solidali tra donne, a riflettere su alcune scelte. Quindi va bene la terapia ma anche una chiacchierata con un amico può far rivedere una posizione, chiedere scusa, per questo sono partito nell’introduzione con l’aspetto della vitiligine che mi ha condizionato. Ad un certo punto della mia vita ero davanti a un bivio e dovevo imparare ad accettare un aspetto di me che era subentrato e che mi rappresentava.

In alcuni racconti lei parla di amicizia. Mi sono molto piaciuti e poiché sono una sostenitrice dell’amicizia le chiedo: quale cambiamento hanno assunto il ruolo e il valore dell’amicizia nel corso degli anni?

Nel caso dell’adolescenza, essa è vissuta come un caso abbastanza borderline nella quale si vivono le relazioni anche con molta leggerezza. Ovviamente con il tempo si delinea la necessità di scegliere le persone di cui ci si può fidare e che possono restare per sempre. Inizialmente viene identificato nella ricerca del partner e che con il tempo, maturando di più, si evolve nella ricerca degli amici. Il circondarsi inizialmente di persone si conclude, però con il contare gli amici veri sulle dita di una mano. Sicuramente, quindi, dapprima si è superficiali ma poi si arriva al concetto di reciprocità, cioè essere amico. Riporta anche al tema dell’impegno. È molto facile avere un amico, ma è difficile esserlo perché comporta un impegno il sentire l’altro, ascoltarlo, accoglierlo e chi ha la propensione ad essere un buon amico soffre un po’ di più. È come la ricerca sul dolore, chi lo sente ha una marcia in più.

Io penso che per evitare, invece, il dolore ma per non limitarsi negli affetti, nell’amicizia, in quello che di buono si può dare agli altri sarebbe necessario avere la consapevolezza del “vuoto a perdere”. In parole povere tutto ciò che si fa, lo si fa senza aspettarsi nulla in cambio, perché credo che oggigiorno sia l’unico vero sistema per salvaguardare se stessi dalla delusione, però nello stesso tempo non preclude la scelta di darsi agli altri.

Si, rispecchia il momento che stiamo vivendo. Quando c’è stato il lockdown tenni delle dirette per supportare nel mio piccolo le persone, sostenendo che siamo tutte gocce di un oceano e dobbiamo andare tutte verso una direzione. Ancora oggi molti non hanno compreso la gravità del problema della chiusura, che non è solo la mascherina oppure non potersi abbracciare ma è rispettare la collettività. Per essere consapevoli di un dramma non si deve necessariamente viverlo, ma è necessario relazionarsi anche con la sofferenza degli altri.

Tornando al libro, c’è un racconto in cui è evidenziato come sia necessario avere cura delle parole. La nostra vita è improntata molte volte esclusivamente su se stessi. Lei sottolinea che è necessario avere cura delle parole, riuscire cioè a sceglierle quelle giuste che affollano la nostra mente. Quanto pensa che, in generale, oggi in un mondo in cui le parole il più delle volte vengono sostituite da immagini e futili espressioni, siano “scelte” e pesate con cura?

Si, parliamo del racconto Ti chiedo scusa. In occasione di una presentazione lo feci leggere e un amico mi disse che, tutto sommato, io con la mia scrittura avevo preso le parole ingarbugliate negli altri e le avevo messe in ordine. È quasi una lotta incentivare le persone ad avere cura delle parole perché, effettivamente, esse ritornano come boomerang. Imparando a gestirle dando loro il giusto valore, riesco a rispettare me stesso e, di conseguenza, l’altro evitando la sua brutta reazione che può ferire. La parola può diventare un’arma. Anche un gesto ferisce. Pensiamo alla mancata attenzione di quando tra due persone una parla e l’altra guarda il cellulare. La prima penserà di essere così noiosa da non meritare l’altrui considerazione.

Riprendendo il tema di cui anche lei parlava prima, la vanità e l’apparenza sono un connubio pericoloso e predominante nel mondo contemporaneo in cui tutto è regolato dal come si appare in un selfie.

Io sono convinto che uno degli aspetti che dobbiamo curare è il rapporto con la società, che si basa molto sull’estetica per cui non ne sono contrario ma credo che si debba dosare. Io penso che il tempo si fermi quando ci dimentichiamo del cellulare. Significa che si è in compagnia di qualcuno che ti sta dando di più. Quindi è giusto utilizzarlo, come insegnare anche ai nostri figli in qualche modo a farlo per relazionarsi con la società, ma è anche importante insegnare a riporlo e a non basare le relazioni solo su quello. Altrimenti diventiamo paradossalmente invisibili, mentre esponiamo la nostra intimità.

È importante ricordare che la relazione che rimane è con se stessi. L’ultima persona con cui stiamo prima di addormentarci siamo noi stessi, quindi non dobbiamo mai “darci” per scontato.

Grazie a Massimilano Gaudino per le sue belle parole e buona “consapevolezza” a tutti.

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About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Difetti? Non ho una buona capacità di guardarmi intorno e, strano a comprendere forse, non sono molto curiosa! Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu