Il ritorno del dio Marte danneggia l’economia. Il focus di Giuseppe Rocco
Nei tempi pagani, Marte rappresentava Il valore del coraggio. Simboli del valore militare e dell’ardore guerriero, le divinità della guerra, Ares in Grecia e Marte a Roma, avevano funzioni e culti diversi: meno amato il violento Ares; con un rilievo centrale l’antichissimo Marte, padre addirittura del fondatore di Roma, Romolo. Le feste e le cerimonie in suo onore, a Roma, esaltavano la forza e il coraggio dell’uomo: ancora oggi avere un carattere marziale significa essere sprezzanti del pericolo
La guerra, nel mondo antico, era molto frequente e l’attività militare era una delle occupazioni più praticate dall’uomo. Ogni popolo, pertanto, aveva un suo Dio della guerra, che proteggeva i soldati in battaglia ed era il simbolo della virtù e della forza.
Il ricordo delle sfide guerresche, pur nella loro crudeltà, viene ricordato come una serie di atti genuini e giustificabili dalla storia e dalla volontà di progredire.
Nel secolo ventesimo, dopo il bagno di sangue delle due guerre mondiali, la Comunità internazionale aveva compreso l’orrore della guerra e aveva cercato anche di porre argini a future insidie del genere. A tal fine sono sorte istituzioni internazionali di grosso peso, come l’ONU, assistito da organismi economici e sanitari quali l’OMC e OMS. L’evoluzione storica si stava aggiornando alla civiltà.
Come risultato eccezionale e vigoroso, citiamo l’Unione Europea, una Istituzione di enorme valore. Essa si pone per ora come un esempio di democrazia, forse unica nel Pianeta. In pratica l’Unione europea resta il vessillo della democrazia e l’ultimo custode della libertà, perché si riesce a vivere assieme assicurando la convivenza nella diversità etnica. L’Impero romano ha fondato le radici di civiltà nel mediterraneo e quindi nell’Europa: la rivoluzione francese ha sancito in modo definitivo il diritto alla libertà e all’eguaglianza; le due guerre mondiali, vissute particolarmente in Europa, hanno insegnato l’errore e l’orrore della guerra. Da queste travagliate vicende il popolo europeo ha preso atto ed ha innescato i meccanismi di democrazia e libertà, regimi non ancora attuati pienamente, nonostante gli oltre duemila anni dopo Cristo. Noi ci facciamo carico della spinta di civiltà verso tutti gli altri popoli. In questa dimensione, l’Unione europea diventa il faro a cui guardare. Questa aggregazione maturata e consolidata, va sostenuta e migliorata per aggiornare i rapporti sia verso le nuove forme di agiatezza che verso le difese necessarie a bloccare storture o denigratori e aggressori.
Nell’ambito di questa meravigliosa Istituzione, un ricordo importante va all’Italia, depositaria della migliore Costituzione del mondo, grazie all’avvedutezza di un’Assemblea costituente, che ha potuto trovare il giusto equilibrio, dopo aver valutato le altre Costituzioni.
Nel dopoguerra si sono registrate diverse guerre, ma nel 2022, l’attacco spietato della Russia all’Ucraina, la battaglia nel Medio Oriente molto cruenta e l’imprevedibile e sciagurato intervento sull’Iran del 2026, si sono rivelate delle micce pericolose, le quali non lasciano prevedere i danni a lungo termine. A parte le migliaia di morti, vi sono riflessi che attengono alla sfera economica, come l’aumento della benzina e del gas, due beni importanti, che cadono pure nella speculazione incontrollata.
Alle guerre, si aggiunge la “Mina Trump” nell’economia mondiale. Le
politiche o le decisioni di Donald Trump possono funzionare come una bomba nascosta sotto il sistema economico globale, cioè qualcosa che è in procinto di esplodere e modificare continuamente gli equilibri economici.
L’economia mondiale nel 2025-2026 si trova ad affrontare una significativa incertezza, spesso descritta come uno shock strutturale, legato alle politiche economiche della seconda amministrazione Trump. Queste politiche si basano principalmente su dazi aggressivi, deregolamentazione e stimoli fiscali che stanno ridisegnando le rotte commerciali globali e alimentando le tensioni internazionali.
Numerosi i commenti negativi sulla politica di Trump, a proposito dell’uso indiscriminato della forza, dell’umiliazione della diplomazia e della palese violazione del diritto internazionale. Sotto l’egida del Dio della guerra, Marte, la Russia ha invaso l’Ucraina, paese sovrano e democratico, a prescindere dalla genesi e delle ragioni del conflitto in Donbass, cominciato dieci anni prima dell’invasione. Ricordiamo pure il bombardamento della Serbia di Milosevic nel 1999, un paese sovrano, deciso dal presidente Usa, Clinton e dai paesi dell’alleanza atlantica, compresa l’Italia, che ha fornito le basi Nato a missioni di bombardieri. Questi ultimi hanno buttato i resti nel mare Adriatico, creandoci problemi di inquinamento. Operazione eticamente giustificata ma fuori del diritto internazionale, non essendo approvata dall’ONU. Eliminare un dittatore sanguinario è giustificato?
La prima guerra del golfo, scatenato da Bush padre contro Saddam Hussein, per liberare il Kuwait, venne approvata dall’Onu per contrastare una violazione del diritto internazionale da parte dell’Iraq. Al contrario la seconda guerra del golfo, avviata da George Bush junior non ha tenuto conto del diritto internazionale; purtroppo risultata ulteriormente sciagurata perché ha peggiorato la zona, innestando conflitti interni, mentre prima Saddam Hussein teneva tranquillo l’intero scacchiere. Sono iniziate vistose immigrazioni in Europa e soprattutto in Italia. Identico errore si è commesso con l’eliminazione di Gheddaffi, il quale gestiva la nazione con autorità; con la sua caduta siamo diventati vittime di un esodo continuo e destabilizzante.
Queste guerre aggressive ingiustificate (tranne la prima nel golfo) sono diventate un formidabile alibi nelle mani del presidente Putin, per annettersi la Crimea russofona e di recente tentare il colpo sull’Ucraina.
Di recente il sequestro lampo del presidente venezuelano Maduro, leader spietato e inviso al popolo e l’intervento in Iran con la morte del capo spirituale Ayatollah Ali Khamenei, altrettanto spietato carnefice, sono una palese violazione del diritto internazionale e della sovranità statuale, senza nemmeno una dichiarazione di guerra degli ambasciatori, come si usava in passato. Se il fine giustifica i mezzi, in un mondo in cui il diritto internazionale, è carta straccia, si potrebbe affermare una regola per ora non scritta che sia lecito eliminare con qualsiasi mezzo le dittature ed esportare violentemente le democrazie. Comunque questa regola non ha funzionato, perché non ha portato benessere con l’eliminazione di Saddam Hussein e con Gheddaffi.
La lacerante situazione americana dipende dalle istituzioni di un paese democratico che sono state dismesse. Negli Stati Uniti l’intero sistema è talmente personalizzato, perdendo i filtri di un’analisi realistica prima dell’assalto all’Iran. Il Congresso è stato ignorato, il consigliere di sicurezza nazionale della Casa Bianca di fatto non c’è più; il suo ruolo viene coperto dal segretario di Stato (Marco Rubio), che peraltro nei negoziati con l’Iran ha avuto poco spazio, a favore un immobiliarista socio in affari del presidente (Steve Witkoff) e il genero di questi (Jared Kushner). La comunicazione fra uffici a Washington viene ridotta ai minimi termini perché lo staff del National Security Council, organo di vertice della Casa Bianca, si è spopolato. Tale menage presenta un costo esorbitante per l’economia mondiale, per il potere di acquisto di miliardi di famiglie colpite dall’inflazione, comprese quelle italiane. Se Donald Trump avesse permesso alle sue istituzioni democratiche di funzionare, gli avrebbero aperto gli occhi su alcune realtà, soprattutto sullo stretto di Hormuz, dove passa il 20% dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto e di petrolio via mare, di fertilizzanti e dell’elio indispensabile a produrre semiconduttori.
L’assenza di una strategia ha riportato al retropensiero di poter fare in Iran ciò che a inizio gennaio era stato compiuto in Venezuela. Un cambio di regime tramite un blitz con cui decapitare il nemico per poi trattare con un successore addomesticato dalla paura. La friabilità di Caracas ha consentito alla Dealta force di catturare Nicolas Maduro; la vice Delcy Rodrigez è diventata obbediente vassalla di Washington. La stessa ricetta per l’Iran non poteva funzionare, con gli ayatollah e accoliti molto coesi, legati da principi religiosi, intrisi di fanatismo.
Per chiarezza morale, vi è una differenza fra Iran e Ucraina. Teheran ha promosso per mezzo secolo il terrorismo e ispirato il Progrom del 7 ottobre. Perciò la caduta degli ayatollah sarebbe un bene per il mondo. Kiev ha difeso con coraggio la propria democrazia dalla brutale aggressione di un nemico più potente. In pratica, l’abbaglio di Trump sull’Iran e quello di Putin sull’Ucraina sono simili per motivazioni ed esiti.
Ciò detto, il problema della guerra giusta risale almeno a duemila anni fa, da Cicerone ai nostri giorni, passando da san Tommaso e da Immanuel Kant. Ora ci resta il blocco dello stretto di Hormuz, da cui transita il quinto del fabbisogno mondiale di petrolio. La reazione dell’Europa appare molto debole: per ora l’Italia e cinque paesi sono pronti a inviare navi se cessano le ostilità. Al fine di togliere il blocco, con un’intesa accettabile, tenendo presente che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite risulta impotente, a causa del diritto di veto, usato da Cina e Russia, anche dagli Usa quando interessa Israele.
La concezione monarchica e familistica del potere ha spinto Trump in un nido di serpi, con l’assillo patologico di dover colpire tutti i nemici ed affermare l’egemonia sul mondo, a guisa del modello delle tribù. L’incertezza è aumentata e l’instabilità geoeconomica generata da questa ultima guerra del golfo, è partita senza una visione nitida sulla sua evoluzione e sulla visione futura di una regione stabile e liberale. Alla schizofrenia predatoria non viene riservata una strategia di lungo periodo. Stranamente il dittatore americano incontra ammiratori. Certo che la valutazione non è mai neutra: guardiamo sempre attraverso filtri o meccanismi diversi, che inducono alle conclusioni più svariate. La valutazione certa la forniscono i sondaggi, dai quali il consenso è calato a valori minimi.
A inizio 2025, l’amministrazione Trump ha imposto dazi su larga scala, inclusi dazi del 25% su Canada e Messico e minacciato tariffe severe su Cina e Unione Europea. Questi dazi hanno causato una contrazione del commercio globale stimata tra l’1,5% e il 2%. Si è verificata una ridefinizione delle catene di approvvigionamento (supply chain), rendendo il sistema di commercio mondiale più frammentato e meno efficiente. Evidenti conseguenze su Europa e Italia: L’Unione europea è stata colpita da dazi su acciaio e alluminio, e l’Italia risulta particolarmente esposta a causa della sua alta propensione all’esportazione verso gli USA.
Le recenti politiche americane rischiano di riaccendere l’inflazione negli USA, frenando la crescita globale. Nonostante la solidità del mercato del lavoro, la crescita del PIL USA ha mostrato segnali di rallentamento rispetto alle attese, chiudendo il 2025 al 2,2%. L’incertezza legata alle politiche di dazi ha generato alta volatilità sui mercati finanziari, con cali significativi degli indici azionari in risposta agli annunci tariffari. La riduzione delle imposte su redditi e profitti societari minaccia di far esplodere il debito pubblico americano.
L’Unione Europea e la Cina hanno risposto con contro-dazi, creando un rischio di escalation commerciale. Le politiche di Trump sembrano mirare a separare gli USA dai partner commerciali storici, creando nuove alleanze regionali e indebolendo l’ordine post-seconda Guerra Mondiale. Il contesto geopolitico, unito ai dazi e ai timori inflazionistici, aumenta il rischio di una nuova recessione per l’economia globale nel 2025-2026.
Nonostante la lo sconcerto tariffario, l’economia mondiale ha mostrato una certa resilienza, con la Banca Mondiale che nel 2026 ha innalzato leggermente le previsioni di crescita, pur in un contesto di alta instabilità. In sintesi, la “mina Trump” si concretizza in una politica protezionistica che mira a proteggere il settore manifatturiero americano a costo di disarticolare il commercio internazionale, aumentando i costi per i consumatori e creando incertezza geopolitica.
La speranza è sempre l’unione europea. Per ora è stata colta alla sprovvista dalla spregiudicatezza di Trump e appare poco coesa, a causa degli Stati nazionalisti. L’Unione europea e ancor prima la Cee è sorta per unire gli Stati europei, non contro le Nazioni ma contro i nazionalismi, e per avviare periodi di pace, come è avvenuto. Sino a quando Ungheria e Italia non colgono il messaggio della pace, difficilmente potremo difenderci da Usa, Urs e Cina. Se ci uniamo, disponiamo di una potenzialità economica tale da far fronte agli squilibri avviati da detti paesi.
Tutto ciò si può realizzare con le decisioni a maggioranza negli organi comunitari. Invece per ora alcuni Stati preferiscono contare sulla maggioranza all’unanimità, il che vuol dire che un singolo Stato, anche piccolo come Malta, può bloccare ogni decisione, lasciando il potere all’interno delle nazioni, che da sole sono incapaci a lottare contro lo strapotere delle grossi partner, soprattutto in questo periodo in cui è arrivato sulla scena mondiale un uomo senza scrupoli, che ha fatto saltare il diritto e le regole internazionali. L’irruenza malefica di Trump, la globalizzazione incontrollata e la finanza esorbitante hanno creato una miscela esplosiva, che regala solo danni all’economia e alla società intera. Leghiamoci all’Unione europea, unica ancora di salvezza.
L’Unione europea ha vissuto con tranquillità, come vessillo di pace, per settanta anni, coadiuvata da parte degli Stati Uniti d’America, i cui precedenti Presidenti hanno sempre compreso che gli accordi internazionali dovevano essere regole e margini per i soprusi. Ora che un bullo scatenato non rispetta i patti e gli accordi internazionali, l’Europa dovrà far tesoro delle sue forze tradizionali e della sua poderosa economia per fermare Marte, Dio della guerra, e riassettare le sorti del mondo o almeno per garantire una sopravvivenza di pace nel proprio continente.
La globalizzazione incontrollata, l’impeto della finanza e l’avvento di una forza nuova degli USA, in preda a ricordi antidiluviani postulano un impegno nuovo e perentorio nella gestione dei rapporti fra Stati.
Occorre capire una cosa fondamentale: l’energia non è solo un mercato, ma una questione di sovranità, sviluppo e visione strategica. Oggi quella sfida torna con nuove forme. L’indipendenza energetica dell’Italia, meglio dell’Unione, non può basarsi solo sulle fonti fossili, ma sempre più su rinnovabili, efficienza energetica, innovazione e uso intelligente delle risorse. Sono queste le vere risorse nazionali su cui costruire sicurezza energetica, competitività economica e futuro sostenibile.
Non solo, l’Italia si ritrova una fortuna inaudita nel campo delle energie: la scoperta del petrolio lucano, alle falde del mitico monte Sirino. Ebbene il nostro Paese non ha preso coscienza di questo dono, perché non lo sta gestendo con dovizia, come richiederebbe l’attuale periodo. La potenzialità del petrolio lucano potrebbe soddisfare tutta l’Unione europea. Ma viene estratto soltanto poco del 10% delle necessità italiane. Il presidente Monti aveva conseguita un’intesa per portare al 20% del fabbisogno nazionale, ma non si hanno dati al riguardo.
Ebbene cosa succede? L’estrazione è insufficiente e gestita con metodi rozzi, al punto da inquinare la zona, storpiano le piante e facendo ammalare di cancro gli abitanti. L’attività estrattiva viene principalmente affidata a case straniere (Total e Shell); lo spazio lasciato all’Eni italiana non risolve il problema dell’inquinamento. Sono convinto che si potrebbe sanare il tutto, basta volerlo. Gli ingredienti ci sono, basta saperli gestire.
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