Il senso
Era il 2004 quando Vasco Rossi, con la sua voce graffiante, cantava di quel desiderio che ci accomuna, che se ne sta lì, a volte latente, altre asfissiante, quel bisogno di trovare un senso a ciò che ci circonda, ai gesti, alle parole, alle relazioni, ai percorsi, alla nostra vita. Ma cos’è il senso? Orientamento o significato? Ciò che muove o ciò che spiega? Proviamo a indagare il senso in questo articolo.
Il termine senso ha un’etimologia ricca: dal latino sensus, participio passato di sentire, ‘percepire’, ma anche ‘provare, comprendere, avvertire interiormente’. Una parola che unisce il corpo e la mente, la percezione e la comprensione: capire davvero qualcosa significa spesso non solo pensarla, ma anche sentirla. Il senso è qualcosa che ci orienta, in uno spazio fisico, e anche, e soprattutto, in uno spazio esistenziale. Diamo senso ogni giorno alla nostra vita, attraverso narrazioni ed esperienze, e quando quel senso sembra sfuggirci, quando perdiamo la direzione tutto attorno a noi sembra crollare, lasciandoci smarriti e inermi.
In letteratura, d’altronde, il senso si intreccia spesso alla ricerca: di sé, dell’altro o della verità. Ne è esempio evidente La nausea (1938) di Jean-Paul Sartre, in cui il protagonista Roquentin è travolto dall’assurdità dell’esistenza, schiacciato da una realtà priva di senso. Allora se il senso non esiste in sé, tocca all’uomo crearlo e scegliere finalmente una direzione, nel caso del protagonista quella della creazione artistica. Se la mancanza di senso, dunque, può apparentemente legarsi a una visione pessimistica della realtà, si tramuta finalmente in libertà, nella possibilità che ognuno di noi ha e che non deve farsi sfuggire di dare un proprio significato, che sia soggettivo, costruito e soprattutto autentico.
Il senso, però, non è solo una ricerca individuale. È anche collettiva. In Cent’anni di solitudine (1967, Gabriel García Márquez) il senso della vita e della storia si intreccia con la narrazione delle vicende di sette generazioni di una famiglia che svela una realtà mai all’altezza delle nostre aspirazioni, destini ineluttabili e una condanna che ci portiamo addosso: vivere e lottare in solitudine. Una condanna che ci spinge a chiederci, se forse, allora, tutto ciò che facciamo non sia inesorabilmente privo di senso.
Sembra proprio accomunarci questo interrogativo, questa ricerca. E anche Italo Svevo, ne La coscienza di Zeno (1923), mostra un uomo alle prese con il bisogno di dare un senso alla propria vita, tra fallimenti e autoinganni. Svevo dà voce a quel sentirsi malati e inetti, a quel bisogno di cercare una guarigione a quel malessere, senza però mai riuscirci. E la scrittura, sotto la forma del diario, seppur come un tentativo confuso e contradditorio, si mostra nella sua natura terapeutica, avvicinandoci alla possibilità di dare forma e ordina a ciò che rischierebbe di apparirci inevitabilmente insensato.

E se il senso non è qualcosa che troviamo, ma qualcosa che dobbiamo creare, ciò che sappiamo è che la sua ricerca, troppo spesso inconcludente, può diventare quasi un’ossessione, lasciandoci cadere, nel baratro dell’angoscia, fino a toccare la tristezza esistenziale. Il Dott. Riccardo Poggioli nel saggio Il problema del senso e la tristezza esistenziale, prima uscita della collana “Imago” indaga proprio il legame tra la ricerca di senso e la tristezza esistenziale. Come affrontare il senso di vuoto che può permeare l’esperienza umana? È solo una delle domande che appare chiara in quest’analisi rigorosa e appassionata, che parte dal cercare innanzitutto di dare una spiegazione al senso stesso, e che non si sofferma unicamente sulla spiegazione scientifica, ma finalmente si spinge alla ricerca della comprensione del mondo interiore, restituendogli finalmente lo stesso valore di quello esterno e dando nuova centralità all’esperienza soggettiva.
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