L’economia nelle democrazie incompiute

Gli amanti dell’economia credono che la realtà possa individuarsi attraverso formule matematiche. Configurano numeri per indicare le questioni sociali, quali dove e come spendiamo e cosa pensiamo. Indi avviano il motore algoritmico di questi dati, cercano risultati per proporre politiche governative. Va detto che l’economia non è una scienza pura, come la fisica, ancor meno pura è la politica economica che deve tener conto di variabili storiche, ambientali, territoriali e sociali.

La crisi finanziaria del 2008 ha dimostrato come “la mano invisibile” non riesce a reggere l’equilibrio dei mercati. L’evoluzione dell’economia non rispetta le aspettative degli esperti. La globalizzazione ha reso più ricco il nostro pianeta ma la ricchezza si è concentrata nella élite finanziaria e manageriale, creando una reazione forte nella comunità che ha sviluppato populisti e nazionalismi, nonché l’ascesa dell’autocrazia, tutti segnali che avvertono come vi sia un consistente bisogno di modificare il sistema. Inoltre si registra una crescita del potere monopolistico delle imprese e del capitalismo.

Con la globalizzazione prospera la libera circolazione dei beni, persone e capitali. Tutto ciò avviene in modo disordinato, poiché i capitali viaggiano più liberamente e più velocemente delle merci e dei lavoratori. Questo evidenzia lo strapotere della finanza, sostenuto da false democrazie. Il sistema ha assunto una fisionomia artificiale: sono scomparse le aziende agricole a conduzione familiare; sono crollate le piccole imprese poste in crisi dai grandi magazzini; si è espansa l’esternalizzazione della produzione in Cina e in altre aree in via di sviluppo; si è assistito ad una crescita tumultuosa degli Stati uniti nel vortice della finanza impazzita.

Il libero scambio avrebbe dovuto favorire la pace fra le nazioni, invece è diventato un sistema da sfruttare per i paesi mercantilisti e per le autocrazie statali. La capacità del capitale di muoversi al di sopra dei cittadini, sta modificando l’economia mondiale. Assieme alle variazioni, si registra la caduta dei posti di lavoro, che costituisce un allarmante segnale per il benessere. Infatti alla pressione salariale sulla manodopera nelle nazioni industrializzate e alle sciagurate condizioni di lavoro nei paesi poveri, le holding aumentano i margini di profitto a spese della collettività.

L’idea del fondamentalismo del mercato può essere ricondotta alle teorie ottocentesche del “laissez faire”, secondo cui gli individui dovrebbero essere liberi da vincoli governativi per poter fare quello che desiderano, il che dovrebbe condurre al miglior esito economico per la società. Stiamo parlando del neoliberismo, termine che si riferisce al mondo liberale del XIX secolo e ripreso da alcuni economisti europei negli anni trenta, i quali giudicavano eccessivo il controllo dello Stato all’indomani della grande depressione. Per costoro il neoliberismo diviene una filosofia economica e politica secondo cui i capitali, le persone e le merci devono attraversare liberamente le frontiere in cerca di rendimenti più produttivi e remunerativi.

Il termine “neoliberismo” viene usato per la prima volta nel 1938, in occasione del colloquio Walter Lippmann di Parigi, un incontro fra economisti, sociologi, giornalisti e uomini di affari in cerca di una metodologia per proteggere il capitalismo globale dal fascismo e dal socialismo. Nel secondo dopoguerra i concetti neoliberali sono stati sostenuti Friedrich Hayek, che ha partecipato all’incontro di Parigi, e che successivamente ha ispirato la rivoluzione attuata da Reagan e da Thatcher. La filosofia del neoliberalismo va inquadrata nel contesto sociale, in cui si trova l’Europa degli anni trenta, devastata dal fascismo. Tra il 1918 e il 1929, i prezzi vengono sottoposti ad una crescente inflazione e le banche aprono i rubinetti del denaro per incoraggiare i cittadini ad acquistare credito. Però i salari non crescono in modo adeguato all’inflazione, condizione favorita dallo spostamento della forza lavoro dal campo agricolo a quello industriale. Si assiste al tentativo di vaccinare il capitalismo su scala mondiale contro le minacce della democrazia e contro governi desiderosi di intervenire sulle prospettive economiche. Indirettamente l’amministrazione Clinton rimuove ogni protezione all’economia globale, proprio nel momento in cui la Cina fa l’ingresso nell’OMC. La chiave del discorso sta nel fatto che le società neoliberali, nel contrastare le democrazie vere in cui prevale lo Stato eletto dal popolo, finisce con favorire forme di dittature.

Milton Friedman, docente presso l’università di Chicago e fautore del neoliberismo dichiarava che “il valore degli azionisti” era l’unico che un’azienda doveva onorare. In questa concezione, il profitto è l’unico obiettivo e stabilisce una regola unilaterale, dimenticando l’altra sfera, quella dei lavoratori, spesso abbandonati all’arbitrio aziendale. L’efficientismo, divenuto uno dei capisaldi del neoliberismo cancella ogni forma di etica e crea le condizioni per crisi locali e nazionali. Fra l’altro, nella cinica architettura mondiale, la Cina è riuscita a sfruttare la propria manodopera per attrarre dall’estero molti capitali e competenze industriali. Nonostante le previsioni ingenue dei politici occidentali, il Dragone non ha rinunciato al proprio sistema di autocrazia centralizzato, un impianto raffinato in secoli di governo dinastico e che aveva sempre funzionato bene. Ha adoperato un trucco interessante per acquisire competenza sulla proprietà intellettuale, imponendo alle multinazionali straniere di condividere i segreti commerciali per poter accedere al mercato cinese. Così giocando con astuzia col sistema liberista, ha avviato una prosperità smisurata.

Le istituzioni internazionali – FMI, Banca Mondiale, OMC – hanno sempre perseguito idee neoliberiste e hanno favorito sistemi democratici discutibili sul piano sociale. Sono nate democrazie sulla carta e non nei fatti. Quella che viene ritenuta una grande democrazia, quella americana è sempre stata tale per l’enorme ricchezza della nazione, ma l’impalcatura architettonica è stata sempre fragile, in quanto conta su una democrazia senza sostegni sociali.

Partiamo con il filone principale, quello del lavoro, che non viene garantito, ma sempre imperniato sulla fiducia fra datore di lavoro e dipendente. Non esistono tutele che offrono al cittadino una sicurezza. Infatti i dipendenti soffrono in vario modo, anche fisicamente, di questa incertezza. Nello spirito americano, chi non lavora è un incapace: Una filosofia disumana poiché non tiene conto della salute, della malasorte e della scarsità di sostegni politici.

L’altro filone, quello della giustizia si trova in situazioni costituzionali drammatiche. Negli USA lo stato di diritto più che dall’assetto istituzionale viene assicurato dal comportamento dalle élite politiche, ispirato ai valori socialdemocratici. La separazione dei poteri lascia a desiderare: il Presidente nomina la corte suprema, i giudici federali e i vertici della magistratura inquirente. I procuratori sono eletti e non hanno la formazione del magistrato e spesso si avvalgono della carica per una futura carriera politica. Inoltre nel diritto penale i capi di accusa e le pene possono essere oggetto di negoziato tra accusa e difesa, che può giungere sino alla concessione dell’immunità e alla rinuncia dell’azione penale. Il terzo importante filone, quello della sanità, diventa veramente rischioso, non prevedendo azioni pubbliche per supplire alle patologie. Tutto è ricondotto in chiave privatistica: chi possiede dollari può curarsi, chi è povero deve accontentarsi della fortuna. In più è arrivato un presidente, Donald Trump, che non rispetta le regole all’interno e all’esterno degli Usa, compromettendo quel poco di sano e di umano ancora presente.

  Una delle poche democrazie vere è quella italiana per ora. Incombe il rischio del governo Meloni che attenta alla nostra perfezione costituzionale. Se dovesse passare lo sciagurato tentativo del presidenzialismo e le regioni ad autonomia differenziata, la situazione potrebbe precipitare verso il modello americano, che offre solo incertezze. Ha già tentato Renzi a inquinare la Costituzione con la “Maccheronata” del Senato, che fortunatamente è stata respinta dal referendum. Come si vede il termine democrazia registra una deriva semantica e sulla vera identità bisogna dirottare le spinte legislative e sociali.

La grande maggioranza dei popoli nel mondo risulta sottoposta a dittature chiare o mascherate. Anche diverse democrazie sulla carta non assicurano la sicurezza di vita ai cittadini. Quali sono l soluzioni?  In primo luogo intervenire sul potere eccessivo della finanza che contamina l’economia pura; in secondo luogo creare strutture politiche di vera democrazia, con controlli bilanciati e sicurezza per i cittadini.

Gli aspetti negativi del liberismo odierno crea disperazione nelle classi abbienti e avvia la strada al populismo, vero volano per l’indipendenza e il sovranismo. Il populismo è quindi il risultato dello scollamento fra economia globale e politica nazionale. Con la spinta al profitto, le multinazionali impiantano fabbriche in tutte le zone del mondo, ove più conviene in termine di sfruttamento, ignorando la distanza, le pessime condizioni di lavoro per gli operai, la distruzione dell’ambiente e la devastazione delle tradizioni locali.

Appare un sistema diverso interconnesso ma con imprese onnivore, al punto che un guasto in un punto qualsiasi manda in avaria l’intero sistema. Infatti una città con una sola centrale elettrica, un unico aeroporto, con una sola stazione dei vigili del fuoco, con un’unica rete elettrica, con un unico servizio digitale e via di seguito rende l’intero impianto decisamente fragile. L’industrializzazione umana non rende altrettanto e si preferisce l’impostazione capitalistica e finanziaria a pieno titolo, con l’egemonia dei giganti: Big Tech, Big Ag, Big banks, Bin Pharma.

Siamo purtroppo nelle mani della finanza. È vero che i derivati sono uno strumento utilizzato da millenni come polizza assicurativa per gli agricoltori che possiedono prodotto come grano, mais o uliveti. Acquistando un derivato come un contratto futures, un agricoltore può bloccare un prezzo futuro per il proprio raccolto, per evitare che i prezzi scendano prima che il raccolto venga compiuto. Negli ultimi anni, il mercato degli alimenti è sempre più incentrato sul loro commercio in quanto strumento finanziario piuttosto che sul loro utilizzo come materia prima. In questo ultimo caso si privilegia il flusso di capitali, creando distorsioni economiche di vario genere. Mentre le esigenze degli agricoltori erano ristrette al mercato locale, i mercati oggi delle materie prime diventano globali e intersecanti, prestandosi a giochi di manipolatori.

La nuova visione del mercato sta cambiando la vita verso in peggio. Il settore agroalimentare produce i prodotti attraverso una catena di montaggio che parte da vaste fattorie industriali con una dinamica sempre crescente dei costi prima arrivare sulle nostre tavole. Spesso nella dinamica di spostamenti viene modificato il sapore e il prodotto finale non risulta certo fresco. Con la stessa architettura interagiscono i capitali, che si muovono senza controllo e creano disfunzioni. In tale dimensione l’economia viene distorta e sottoposta a contaminazioni. Come insegnava Adam Smith, se i partner non possiedono un quadro morale condiviso, gli scambi commerciali diventano più difficili.

Bisogna pure capire il nuovo potere delle multinazionali, che gestiscono con forza l’universo delle aziende. Negli Stati uniti, le aziende tengono in pugno lo Stato; in Cina è lo Stato a governare le imprese. Non sappiamo fino a quando il Dragone riuscirà a controllare il privato. Infatti sia Usa che Cina hanno tratto enormi benefici dalla globalizzazione, finanziarizzazione e politica economica neoliberista. In ogni modo la globalizzazione incontrollata aiuta le grandi aziende e allarga la forbice sociale, elemento disdicevole di questo andazzo.

In una economia iper-globalizzata, non è possibile contare sull’etica di tutti. In aggiunta con paesi a ridotta democrazia, i rischi aumentano a dismisura. Infine non va tralasciato il ruolo dell’informatica nei giochi della finanza per raggiungere un andamento così deleterio, che compromette sempre di più la vita sociale.

Abbiamo bisogno di ripulire la finanza e riportarla a ruolo di componente ancillare dell’economia e nel contempo riproporre le democrazie pure, in cui bisogna abbandonare il cinismo della finanza, impegnandosi in investimenti pubblici che possano contribuire a liberare le capacità dei vari settori produttivi e avviare una crescita consistente di benessere.

Secondo l’insegnamento evangelico, il teologo non deve sedurre ma condurre verso Cristo. Il concetto può essere mutuato nell’attività governativa, in cui il politico deve condurre i cittadini verso il benessere; quindi, non deve sedurre con strumenti fondamentalisti ed estremisti, molto diffusi fra i populisti. L’imbonitore del momento, con forzature fantasiose, riesce a convincere il popolo ed ottenere voti. Lo stesso Hitler fu votato dal popolo tedesco, molto vulnerabile in quel momento storico. Tanti rischi stiamo correndo attualmente, con l’avvento di Trump e tanti seguaci dispersi nel mondo. La chiave di lettura per una sana gestione governativa è la speranza che il politico cambi postura, nel senso indicato da Winston Churchill e da Alcide De Gasperi “ll politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”.

©Riproduzione riservata

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.