L’infinita storia delle piccole cose, tre spunti dal libro di Giuseppe Bianco

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Ieri sera la presentazione del libro L’infinita storia delle piccole cose di Giuseppe Bianco a Monteforte irpino (AV) ha incuriosito e interessato il pubblico condotto dalle relazioni che si sono succedute dopo i saluti dell’assessore alla Cultura Lia Vitale. Ad aprire il discorso sul primo aspetto analizzato è stata la studiosa di storia locale e tradizioni Giovanna della Bella, poi hanno sviluppato altri aspetti dell’opera Maria Grazia Pesce, già bibliotecaria comunale e la giornalista Eleonora Davide. A concludere l’autore che ha risposto alle domande postegli dal pubblico.


DSCN0442ridPer Giovanna della Bella, «Il titolo sintetizza ed esprime chiaramente l’argomento che diventa la trama dell’opera. Essa si presenta, narrando la storia di 11 personaggi, come uno spaccato di vita: tratta da esperienze vissute, stili di vita.

Non sono storie della società odierna, sono ascrivibili a società di ogni tempo, proprie dell’esistenza umana, dell’uomo che lotta per conquistare una posizione che non sia in contrasto con se stesso.

Nelle diverse vicende narrate è descritto l’uomo alla ricerca del benessere, che non è soltanto materiale, ma che gli consente di vivere in uno stato di serenità, avendo la possibilità di esistere in un mondo libero, dove poter realizzare i suoi sogni, le sue aspirazioni.

Mi viene facile operare un collegamento con l’uomo di Pirandello, costretto a vivere una vita schematica, ad occupare un posto nella società che gli altri gli hanno imposto e nel quale non sente di essere se stesso.

Subentra quindi l’alienazione che sta nell’essere estraneo in un ambiente nel quale la tua vita scorre ogni giorno e nella quale non ti senti coinvolto perché non è frutto della tua volontà.

E allora che cosa accade?

Accade che l’uomo vuole a tutti i costi realizzare ciò in cui crede, ciò che sogna.

Diventa ogni giorno una lotta impari, nella quale si esce sconfitti, “ vinti”.

Questo termine mi riporta ad un altro grande letterato verista, Giovanni Verga, che nelle sue opere descriveva un’umanità in continua lotta e che, invece di progredire, è sempre più sconfitta.

Forse non si dovrebbe perdere la speranza! Ma per alimentarla occorre avere un forte “ingrediente”, la fede: credere in qualcosa o qualcuno che può permettere un cammino in avanti accrescendo la voglia di vivere.

I racconti, brevi ma incisivi, hanno protagonisti diversi, che vivono situazioni diverse, ma che hanno lo stesso comune denominatore: lottano per realizzare i loro sogni, vogliono far prevalere la loro umanità con tutto ciò che concerne tale condizione: non essere qualcosa, ma qualcuno.

Come Achille alla ricerca di un lavoro degno e soddisfacente, ma si trova a vivere, nel III millennio, in un clima di repressione e di proibizionismo dove è azzardato chiedere un suo diritto o soddisfare anche un bisogno fisiologico.

Potrebbe sembrare, da quanto detto, che sia una narrazione in cui si evidenzia un pessimismo “sociale”, ma non è così.

L’Autore, nel descrivere e raccontare le esperienze di 11 personaggi, ha fotografato in modo chiaro e netto il loro mondo, dove agiscono ribellandosi a ciò che è imposizione, ma soprattutto emerge la loro sensibilità, il vissuto interiore, fatto di sentimenti e di passioni forti, di riflessioni.

Il tutto è narrato con uno stile letterario ben strutturato, dove la prosa a volte cede il posto ad espressioni poetiche.

Un linguaggio non comune, ben articolato e selezionato.

Brevi o pochi i dialoghi, molti sono gli spazi narrativi nei quali l’Autore lascia che il protagonista elabori il suo pensiero, consente al suo animo di sfogarsi e liberarsi: sono momenti che suscitano anche commozione.

La lettura è senza dubbio interessante perché coinvolge il lettore ad una partecipazione attenta che apre a profonde riflessioni.

Non posso, da parte mia, che complimentarmi con l’autore per la qualità della sua opera».


DSCN0455ridSecondo Maria Grazia Pesce si tratta di «Un libro teso a cogliere una molteplicità di aspetti: l’uomo, i suoi sogni, le sue paure e le sue speranze. Giuseppe Bianco è riuscito a coniugare coraggio ed abilità insinuandosi in risvolti di accadimenti che riconducono alla sogettività degli uomini costretti a lottare contro una società che è in continuo cambiamento, che crea desideri impossibili da realizzare. Una frase che mi ha fatto particolarmente riflettere è  quella contenuta nel racconto Settimo: non rubare “Il rubare è una serpe che striscia nell’animo delle persone dal più piccolo al più grande, un po’ come l’ipocrisia, condannata da tutti ma incontrastata dominatrice di tante relazioni”.

L’autore, con agile maestria accompagna il lettore a riflettere non solo sulla sua opera ma su se stessi e soprattutto sulla grave crisi personale e sociale che attanaglia il tempo presente.

Ho trovato il libro ben scritto, ben curato e, al tempo stesso, piacevolmente scorrevole.

Voglio concludere con una frase di Cesare Pavese “È bello scrivere perché riunisce le due gioie, parlare da solo e parlare a una folla”».


DSCN0450ridInfine la giornalista Eleonora Davide ha sottolineato un altro dei tanti argomenti che la raccolta propone alle riflessioni dei lettori.

Per cominciare,il libro è dedicato a tutti quelli che cercano e questo dall’inizio ci avvisa che stiamo intraprendendo un percorso di scoperta con l’autore. Così partiamo dall’inizio.

In Proprio in Ieri, quasi una prefazione, il primo degli 11 racconti della raccolta, l’autore indica una chiave di lettura e con questa chiave mi sono addentrata nelle storie del libro

Il tempo passato sembra diventare luogo e da subito si viene proiettati su un piano filosofico che sottende in modo più o meno esplicito a tutta la narrazione, pur non essendo questo un libro prettamente filosofico. Così con leggerezza, speculando fra sé sul significato della vita e del lavoro come mezzo di sussistenza materiale, con ironia, l’autore introduce la chiave principale: il tempo/spazio/luogo, che diventa una ossessione matematica, quella dei numeri che si susseguono, si accavallano, poi diventano giorni, ore, minuti, secondi.  Poi un’altra immagine che amplifica il concetto, quella del tempo come flusso, che si insinua nel racconto Il valzer delle ore

Il tempo/flusso corre, a velocità diverse. Le ore passano, gettate via, inutilmente e pericolosamente, dall’io onirico che le stacca dal quadrante di un orologio per gettarle nel fiume della vita, che scorre e porta lontano le cose vissute, anche quelle perse, quelle non custodite in quel tempo/luogo che è il passato, perse per sempre. Del resto tutto scorre, tutto passa, concetto riferibile ad Eraclito di Efeso vissuto tra il V e il VI secolo a. C. e “C’è sempre tempo fin quando non ti accorgi di non averne più”, sottolinea il nostro autore proprio in questo brano.

Un’altra faccia del tempo viene presentata poi ne Il nomade dei ricordi.

«Lo so che devo lavorare alla Transfer – dice Mario , inebetito ormai dalla ripetitività dei movimenti della macchina cui lo hanno assegnato – è una eternità che lo faccio!!!»

Il tempo qui diventa una ossessione, ciclico e ripetitivo, alienante per il protagonista.

Ma il legame tra vita personale, tempo e lavoro diventa sempre più forte in ogni racconto. La realizzazione lavorativa,  come mezzo di sopravvivenza materiale decreta, come per Mario, la morte dei sogni e delle ambizioni, mentre l’ossessione per la carriera finisce per annientare Giovanni, che trae come unico interlocutore del suo disagio un barbone.

La visione del mondo lavorativo nel romanzo è decisamente traslata su un piano di estremizzazione e in qualche scena mi ha ricordato il film di Chaplin Tempi moderni, un film che fa ridere e pensare. È quello che accade quando il lavoro di gruppo non produce gli effetti positivi promessi ma esaspera le distanze tra gli uomini/macchina, vincolati da una parte da capi/lecchini che rispondono alla dirigenza e dall’altra dal rapporto con le macchine e col tempo.

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About Flavio Uccello

Ha 25 anni, giornalista pubblicista, consulente assicurativo e finanziario per Generali Italia. Oltre a trattare argomenti di natura socioeconomica, ha una smodata passione per i motori e il motorsport di cui scrive diffusamente nelle nostre rubriche. Ama leggere ed è molto curioso. Ha una gran voglia di comunicare con il mondo.