Migrare
Migrare. Se lo sussurro ne percepisco il movimento, il respiro, la necessità. Migrare. Anche la sua fonetica, il suo attacco dolce e sonoro, la vibrazione centrale, fino al rilascio disteso, è coerente con il movimento e la transizione. Trasportati dall’eco dell’andare, del lasciare e del cercare, ci incamminiamo nell’esplorazione del migrare.
Dal latino migrare, ‘trasferirsi, cambiare dimora’, nasce da un gesto primordiale: quello del muoversi per vivere. In sé custodisce la storia di ogni partenza, di ogni soglia varcata, di ogni speranza riposta altrove. Ma per apprezzare ogni sfumatura bisogna spingersi un po’ più in là. Lo ricorda Andrea Marcolongo in Alla fonte delle parole (Mondadori, 2019) che il verbo migrare deriva dalla radice indoeuropea *mei-/*moi- con il significato originario di ‘scambiare, mutare’. Ecco, che questa parola ci dice molto di più del muoversi, del cambiare luogo, ci parla del cambiamento e dello scambio che inevitabilmente avviene quando due persone, due lingue, due culture si incontrano, si conoscono e, pian piano si mescolano. Un cambiamento e uno scambio che è ricchezza, vita. Ma nel cambiamento c’è anche la perdita, l’abbandono, il lasciare indietro con tutto il carico emotivo e il dolore che questo può comportare. Ancora una volta, un verbo non è mai solo un verbo: è una condizione, una dimensione della nostra esistenza che accomuna epoche e destini. Ci fa pensare, il migrare, nel suo spostarsi, nel suo cambiare, a chi lascia la propria terra, chi attraversa mari e destini, chi cerca di valicare i confini, reali o invisibili. Ma nello scambio non si è mai soli. C’è chi parte, ma c’è anche chi resta e chi accoglie.
Jhumpa Lahiri, in L’interpete dei malanni, mostra attraverso una galleria di nove storie di immigrati bengalesi negli Stati Uniti la ricerca di un equilibrio. Migrare è vivere tra due lingue, due appartenenze, due nostalgie. È un’oscillazione continua in cui si cela la malinconia dell’abbandono e una grande possibilità: il reinventarsi. Ecco, che diventa un atto di nascita, un abitare il mondo nonostante le distanze, perché ogni luogo abitato lascia in noi una traccia incancellabile. Migrare però è anche il verbo del coraggio. È il coraggio di chi parte per vivere ed è il coraggio del gruppo di migranti messicani protagonisti di L’autostrada del diavolo. Una storia vera di Luis Alberto Urrea, che spinti dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, attraversano il deserto di Sonora per raggiungere gli Stati Uniti ed è la prova che l’uomo, per quanto ferito o perduto, continua a cercare un posto dove esistere pienamente. Tra queste pagine, migrare diventa un atto estremo dettato dal desiderio di sopravvivenza in cui il confine non è solo la linea geografica, ma anche quella tra la speranza e la disperazione. Ma la migrazione non sempre è un fenomeno di massa, è un’esperienza profondamente personale. È altrettanto spesso un bivio esistenziale come quello vissuto dal protagonista di Il rumore che fa la distanza, di Ernesto Pérez Castillo. Partire o restare? Lanciarsi alla scoperta di un mondo nuovo e sconosciuto e delle possibilità che questo può offrirsi o abbandonarsi al richiamo delle proprie radici, agli affetti, alle certezze. Ecco che il migrare si tinge del dubbio, del dilemma che attraversa la mente e il cuore.

Questo è il dubbio che avvolge ancora tanti giovani, soprattutto al Sud, che, anche dopo anni di studio, di sacrifici e dedizione, non sempre riescono a trovare le possibilità di crescita e di futuro che desidererebbero e meriterebbero. Partire, allora, per molti sembra essere la sola soluzione, un tuffo nel vuoto necessario. Abbandonare la propria terra, i propri cari, le proprie certezze di sicuro non è facile, ma andare non è sempre la scelta più difficile. Anche nel restare, nel tentare di farsi spazio in un posto in cui spazio sembra non essercene più per nessuno, è un grande atto di coraggio e di fede. È questa la storia raccontata in E volevo andare in Brasile di Michele e Stefano Carluccio (Edizioni Il Papavero), quella opposta, quella di una donna che negli anni ’70, quando in tanti lasciavano l’Alta Irpinia in cerca di opportunità, scelse di restare e di credere nell’impossibile: aprire un ristorante in un territorio che nessuno pensava potesse accogliere il futuro. È una storia di coraggio, di sacrificio e amore per la famiglia, quella di Zia Michelina che trasformò la sua intuizione in un punto di riferimento per un’intera comunità, creando molto più di un locale: un porto sicuro, un luogo dove sentirsi a casa. Scritto dal figlio e dal nipote, E volevo andare in Brasile è il ricordo di Zia Michelina, è insieme memoria familiare e racconto collettivo, un omaggio alla forza di chi ha aperto la strada quando tutto sembrava chiuso, e un punto di partenza per una riflessione per le terre che oggi tornano a lottare contro lo spopolamento.
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