Mostra di Cecilia Luci presso AXRT, intervista all’artista e al curatore Stefano Taccone

È stata inaugurata ieri pomeriggio, 24 giugno, presso la galleria d’arte AXRT di Avellino, la mostra Vietato calpestare i sogni, di Cecilia Luci curata da Stefano Taccone. Arrivo presso la galleria un po’ prima dell’orario del vernissage perché vorrei incontrare e parlare con l’artista e il curatore senza togliere spazio e tempo agli invitati e agli ospiti della galleria. Cecilia Luci arriva dopo poco e basta guardarci negli occhi per stabilire un immediato rapporto di empatia.

Così, a partire dalla più banale delle domande, Cecilia mi racconta di sé e della sua arte. Ma non solo.

Ciò che ne viene fuori è il racconto di una vita, di esperienze di studio, forti e pregnanti, di un percorso interno profondo da cui, infine, nasce l’arte rappresentata e visibile.

Guardando le sue opere mi sembra che, sebbene esse siano molto originali, quindi nuove, racchiudano un’arte antica che è quella del ricamo. Quindi le chiedo: «Da dove nasce questa sua idea?»

Io ho una storia particolare e l’inizio del mio lavoro è basato sugli studi sulle costellazioni familiari sistemiche di Bert Hellinger. Lui era un prete tedesco, che in seguito ha lasciato i voti, e uno psicanalista che era stato per molto tempo in Africa e aveva osservato con quali riti ancestrali venisse reimmesso all’interno del nucleo o della tribù, il singolo che aveva delle problematiche e delle dinamiche all’interno del gruppo molto complicate. Quando lasciò i voti coniò questa metodologia di studi che è a metà tra la psicoanalisi e un piano parallelo dimensionale, cioè una realtà parallela, che sono appunto le costellazioni familiari sistemiche. Nelle costellazioni familiari si lavora per lo più in gruppo. Il singolo si mette a fianco del costellatore, racconta la tematica sulla quale vuole andare a lavorare, che sia di coppia, lavorativa o familiare e si va a rappresentare la dinamica da osservare. Il costellatore fa scegliere nel gruppo una persona che rappresenti la problematica e una persona che rappresenti il singolo. Attraverso il lavoro si attinge ad un campo di coscienza profonda, un campo morfogenetico, e al suo interno si possono osservare le realtà più profonde dell’essere. Il singolo rimane seduto in osservazione di che cosa muove il campo morfogenetico nello spazio.

È una specie di analisi in gruppo basata non soltanto sul dialogo ma sulla rappresentazione?

Esatto, è proprio come una rappresentazione teatrale in cui vengono fuori delle dinamiche nascoste molto potenti e profonde. Il mio lavoro sulla memoria nasce anche dalle ricerche che ho svolto in seguito alla mia esperienza con il famoso regista cileno Alejandro Jodorowsky. I suoi studi sugli avi, sulla magia e su tutta una serie di elementi mi hanno indotta a svolgere una serie di ricerche. Ho cercato di capire cosa sia la memoria familiare, cosa risiede nelle nostre cellule che proviene dai nostri avi. Da lì, poi, perché nella nostra realtà si muovano delle dinamiche così complesse, con dei nodi che non riusciamo a sciogliere, perché magari ci sono avi che attraverso di noi tentano di portare a galla delle problematiche familiari passate. Ho iniziato, quindi, con il filo della memoria.

Per lavorare su e con il singolo, la scuola Hellinger ha creato dei pupazzetti simili ai playmobil. In questo caso il paziente dispone nello spazio questi pupazzetti dando un nome a ognuno di loro, riproducendo la problematica del caso, e dalla disposizione nello spazio di questi pupazzetti Hellinger lavorava sulla tematica posta portando a galla realtà potentissime. Nel campo di coscienza, non quella profonda da cui si va ad attingere dal campo morfogenetico, ma nella realtà personale iniziano a muoversi una serie di faccende per dipanare la matassa. L’esempio è quello dei cerchi che si vengono a formare quando si getta un sassolino in un lago. Man mano si allarga il campo di coscienza e anche se sei da solo tutta la tua famiglia comunque risente del lavoro che stai facendo. Per cui inizialmente lavoravo nelle vasche, immergevo i pupazzetti nell’acqua e trascorrevo la notte a osservare quest’acqua che, apparentemente pur essendo senza corrente dunque stagnante, muoveva delle realtà.

Quindi potremmo dire che è una realtà introspettiva, un vissuto che viene fuori per essere affrontato e risolto?

Certo. È tutta una rivisitazione immaginifica del mio passato affinché si possa mettere le mani su qualcosa che non è andato nel verso giusto. Del resto tutti quanti noi abbiamo una storia che avremmo voluto andasse in maniera diversa.

Dopo vari anni ho lasciato i pupazzetti che avevo esaurito nel mio percorso di ricerca e sono passata a diversi media.  Io studio accanto alla casa internazionale delle donne a Roma, un luogo femminista per eccellenza. Non sono parte integrante di quella realtà ma ho lavorato con loro. Poiché abitavo quel luogo ma non lo conoscevo, ho iniziato a ricercare notizie su di esso e sono venuta a conoscenza del fatto che era stato un convento di clausura e che le suore che vi vivevano detenevano, a loro volta, delle donne del ‘600 reiette dalla società perché prostitute o considerate eretiche e altro. E poiché avevo lavorato anche con le donne di Rebibbia ho pensato di realizzare una performance con delle attrici che indossavano dei veri costumi di clausura, a cui ho dato il titolo di In potenza sono tutto proiettando degli ologrammi nelle celle, come a richiamare le detenute dell’epoca. Nella ricerca su quel luogo che emanava dolore, tristezza e commozione, scoprii i nomi di alcune detenute e io per fare loro omaggio e dono di riconoscenza, per mettere in luce la loro esistenza che era stata messa da parte dalla società ho iniziato, senza un perché, a ricamare. Una cosa che non avevo mai fatto in vita mia.  Da lì si è innescato un processo senza nessun filo conduttore.

Senza quindi pensare? Senza un progetto senza un disegno?

Si, perché io mi faccio guidare da questo campo morfogenetico, il mio lavoro è guidato dall’inconscio, non da una scelta razionale per cui io so dove inizio a pungere la tela ma non so dove arriverò. Non è sempre così. Ad esempio per un lavoro che sto ancora terminando per il quale ho lavorato per quattro anni con i detenuti delle carceri italiane, c’era un’intenzione, sapevo quello che volevo fare, era una ricerca e un lavoro più sull’individuo, sul peso nell’individuo delle colpe commesse ma, soprattutto, sulla dignità che non deve essere smarrita neanche quando si commettono delle colpe. In quel caso io sapevo cosa andavo a fare ma era qualcosa in cui c’era anche molto del mio vissuto. Sono venute fuori moltissime mie ossessioni, problematiche che erano nascoste. Del resto ogni artista realizza in pratica ciò che ha dentro. Anche se lavoro sulla memoria familiare, storica lavoro soprattutto su me stessa. Siamo tutti uno specchio dell’altro e soprattutto, come mi hanno insegnato alle costellazioni familiari, siamo tutti congiunti, molto più uniti in una rete sotterranea di quello che pensiamo.

Nel realizzare questo tipo di lavori e considerando tutto quello che affronta, come si sente: bene o male? I percorsi interni sono dolorosi.

Io sono sempre molto a contatto con me stessa. Il percorso che ho fatto nelle costellazioni sistemiche è stato molto impegnativo in quanto si va a lavorare su qualcosa di molto intimo, profondo e quando si sceglie l’attore che ci deve nel gruppo c’è sempre una similitudine. Non accadono mai cose a caso, tanto è vero che ci sono persone che rimangono scioccate dal lavoro che affrontano perché è come se stessero lavorando su loro stessi e viceversa. L’energia ci porta a vedere ciò che siamo pronti a vedere, certo è complesso arrivare alla verità assoluta da raggiungere. Il percorso verso se stessi è un percorso di liberazione, però è lungo.

Mi racconta qualcosa delle opere esposte??

In Io te e la comprensione vi sono rappresentazioni di anime, perché non mi piace dare delle definizioni precise. La comprensione è alla base di tutti i rapporti umani e spesso manca. Poi sono esposti altri lavori, come Lettera muta e altri con simboli, in quanto ho scoperto in tarda età di essere dislessica e disgrafica e questo mi ha portato a comprendere perché tante volte non capivo quando gli altri parlavano o quando leggevo e in quello spazio ho voluto raccontare come sia possibile esistere al di là della comprensione o della non comprensione, di essere quello che si è e di incontrare, attraverso un proprio linguaggio, anche quello dell’altro.

Anche magari fuori da quelle che sono le forme classiche della comunicazione come, appunto, la scrittura.

Assolutamente sì.

Prima di porre una domanda al curatore Stefano Taccone, devo complimenti con lui per l’allestimento e la realizzazione di un’idea così particolare.  Dopo aver visionato e ascoltato le parole di Cecilia Luci penso che il suo sia un lavoro che esprime grande sensibilità, che viene fuori appunto da un’analisi del vissuto e delle considerazioni fatte. Quindi come mai una mostra del genere?

È stata una scelta abbastanza rapida, nel senso che Cecilia ci ha messo in connessione, in quanto io sono di Napoli ma vivo a Milano e non conoscevo questa galleria, perché Avellino non ha una grande tradizione di arte contemporanea e io sono andato via da Napoli quando ancora non era aperta. Quindi per me è una novità.

Sono stato molto contento che l’arte contemporanea abbia trovato anche in questa città modo di esprimersi. Ho deciso di curare la mostra perché c’è una sensibilità in comune come, ad esempio, l’aspetto di questa spiritualità che non tende a chiudersi o ad evadere ma, in qualche modo, vuole parlare su un piano anche politico perché il nostro io è comunque politico, riguarda i travagli e le emozioni di tante persone e possiamo riconoscerci e possiamo farlo anche nella libertà che Cecilia si prende tirando fuori queste immagini che in qualche modo lanciano una grande sfida ad una visione logocentrica. Non a caso lei ha parlato di problemi di dislessia e disgrafia. Io penso sempre che quando si è deficitari in qualche cosa, si eccelle in qualcos’altro. Cecilia, nel suo modo di esprimersi sfida fortemente anche per la critica e chi prova a scrivere di lei. Quello che fa Cecilia è un fabbricare immagini a cui noi cerchiamo di dare un nome. Certo c’è anche il tentativo di rendere ancora più complesso il tutto con i titoli che non sono mai banali, sono sempre di una profondità che affiora. Le forme bidimensionali, che sono spesso sagome e segni, sono la punta estrema di un processo invisibile che è affiorato dalla sua coscienza. Quindi, come dicevo, è una sfida per la critica perché nel momento in cui si comincia a cercare spiegare il significato si distruggerebbe la sua aura e anche il desiderio dello spettatore di lasciarsi interrogare dall’opera. E allora questa dimensione di ineffabilità è una sfida alla critica, all’osservatore e allo spettatore che, allo stesso modo dell’artista, deve togliersi dalla mente tutti quegli schemi che lo inducono a cercare delle cose che, invece, non ci sono. Bisogna disporsi a prendere, a (com) prendere.

Grazie all’AXRT per aver portato un’artista come cecilia Luci ad Avellino.

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About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Attualmente mi sto dedicando alla recensione di libri e all'editing. Ho scritto, inoltre, diverse prefazioni a romanzi. Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu