Nostalgia

Nostalgia è una parola che arriva come un soffio di vento improvviso: basta un odore, un colore, un frammento di voce, e ciò che sembra ormai archiviato nel tempo ritorna vivido. È un termine che va esplorato con cautela e delicatezza, come se avessimo tra le mani un oggetto prezioso, perché sfugge alle definizioni nette, ma diventa un filo dalle molteplici sfumature che collega ciò che siamo stati a ciò che siamo.

La nostalgia rientra tra quelle parole di cui vale davvero la pena ricercare l’etimologia, per portare a galla una storia che sarebbe davvero un peccato ignorare. Il termine, infatti, nasce nel 1688 grazie a un medico alsaziano, Johannes Hofer, impegnato nello studio di un’affezione che colpiva in maniera particolare i soldati svizzeri che si trovavano in Francia, lontani da casa. Questo malessere, che gravava sull’efficienza delle truppe e che poteva trasformarsi in un vero e proprio morbo, era la mancanza di casa. Così, Hofer, con l’utilizzo di due lemmi greci (nóstos ‘ritorno’ e -algia, da álgos ‘dolore’), coniò il termine medico per poter parlare di quello che i tedeschi chiamano heimweh: il ‘dolore per la casa’.

La nostalgia nasce e resta a lungo legata al mondo medico. Solo con la società di massa perde i tratti della patologia, esce dalla sfera intima e dolorosa tingendosi delle note dell’estetica, diventando quasi una moda culturale, un modo nuovo di guardare al passato: un rituale collettivo per celebrare e ammirare, insieme, nelle feste e nei salotti, ciò che è stato perduto dalla giovinezza alle stagioni, fino alle occasioni mancate (Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria, Svetlana Boym).  Gli scrittori lo hanno compreso da sempre: la nostalgia non è un colore unico, ma un prisma. Non è solo mancanza, né semplicemente memoria, è tensione, è il desiderio di ritrovare ciò che ci ha resi quello che siamo oggi e la consapevolezza che il ritorno, probabilmente, sarebbe comunque diverso. È un moto dell’anima profondamente ancorato all’atto umano del guardare indietro con la consapevolezza che quel passato non è più accessibile, se non con il ricordo.  

Così, se in Le braci, di Sándor Márai, la nostalgia prende forma in un lungo dialogo con ciò che è stato perduto, che profuma di rimpianto, per un’amicizia spezzata, e il desiderio ardente di dare un senso alla distanza degli anni, in L’inquietudine di Bernardo Soares, di Fernando Pessoa, la nostalgia nasce per tutte le versioni di noi che avremmo potuto essere se solo avessimo scelto una strada piuttosto che un’altra. L’animo e la mente umana ci sorprendono ancora: possiamo provare nostalgia anche per qualcosa che non è mai stato. John Koeing in The Dictionary of Obscure Sorrows   la chiama anemoia, raccontando la “nostalgia di un tempo che non hai mai conosciuto”, una malinconia che si alimenta solo grazie all’immaginazione, come quando guardiamo vecchie foto un po’ sbiadite e sentiamo quel nodo alla gola per la mancanza di un tempo che per noi non è mai stato, di luoghi che non abbiamo mai conosciuto e l’arte rende improvvisamente nostri.

La nostalgia, come scoprivamo all’inizio del nostro viaggio, può essere gabbia, dolore, prigione. Lo vediamo, per esempio, in Guerre perse di Luigi Capone (Edizioni Il Papavero), un romanzo che si fa ponte tra passato e presente che riporta alla memoria radici, ricordi e riflessioni sulla storia e che parte proprio da un protagonista vittima della nostalgia: intrappolato nel passato e nei valori che la società sembra aver dimenticato, perde la possibilità di vivere il presente. Ma se impariamo a guardarla con consapevolezza, a riconoscerne il valore senza restarne schiavi, la nostalgia può trasformarsi in insegnamento, radice, conforto e guida per immaginare il futuro. E solo allora, quando la guarderemo con occhi attenti, riscopriremo la sua bellezza più profonda: quella malinconia celebrata nei salotti dell’Ottocento, quella del saudade brasiliano, dove il passato non è prigione ma canto dell’anima, e la nostalgia stessa diventa un ponte tra ciò che è stato, ciò che non è stato e ciò che ancora può essere.

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About Martina Bruno

Martina Bruno, laureata in Lingue e Letterature Moderne, classe 1996, fermamente convinta che la comunicazione e la cultura, in tutte le sue sfaccettature, siano elementi fondamentali per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Non posso smettere di essere curiosa e osservare, c’è troppo da scoprire, assaporare e raccontare.