Orizzonte
È sempre lì, presente in ogni attimo, a seguirci silenzioso in ogni passo: l’orizzonte. Confine o possibilità, promessa o limite. Lo vediamo davanti a noi, lo riconosciamo, eppure non possiamo mai davvero raggiungerlo. È una fine o un inizio? Un invito a fermarsi o a continuare? Proviamo a scoprirlo insieme.
Dal latino horizōn, ‘che delimita’, è cerchio e al contempo confine, una duplice natura: il limite della nostra visione e la promessa di qualcosa oltre, che non sappiamo e non possiamo conoscere, ma che c’è. L’orizzonte è altrove, inafferrabile, ma presente, quella linea in cui i nostri occhi vagano, che a volte ci colma con le sue infinite possibilità e altre ci fa sentire inermi, ma che in ogni caso ci riporta, nella sua etimologia, al centro di ogni cosa.
Nella letteratura è metafora potente, dello spazio, del futuro, delle idee, delle aspirazioni e di quella tensione continua verso ciò che non è ancora, che ci attrae e ci sfugge e che sembra essere intrinseca alla natura dell’uomo. C’è chi vede, però, quella linea come un confine, il limite che di ciò che era con ciò che sarà, e che per la sua natura ignota spaventa e allontana. Ne è un esempio Holden Caulfield, protagonista del celebre romanzo di J.D. Salinger del 1951 (Il giovane Holden), per cui l’orizzonte è il confine tra l’età adolescenziale e l’età adulta, un mondo sconosciuto, più grande di lui, fatto di regole imposte, al quale non vuole rassegnarsi. Anche Dean Morarty e Sal Paradise (On the road, J. Kerouac, 1951) sono in fuga dalle norme, dalle responsabilità, dalle concezioni e convinzioni della borghesia, ma vedono l’orizzonte nell’asfalto, nella libertà e nelle infinite possibilità del viaggio, tentativo di inseguire un senso, una direzione che è verità personale. Sarà proprio perché irraggiungibile che l’orizzonte sembra chiamarci, sembra invitarci a muoverci, a esplorare, con gli occhi e con la mente. Ma è forse meno importante ciò che non possiamo vedere rispetto a ciò che si apre davanti ai nostri occhi? Sono forse meno vere tutte le ipotesi e le possibilità che possiamo percepire solo con i sensi oltre quella linea? Italo Calvino, in Le città invisibili (1972), sembra offrire una risposta, suggerendo, nel raccontare le 55 città invisibili, che ogni città è un orizzonte mentale, uno spazio possibile, una visione diversa del reale, e che, seppur frutto della memoria o della fantasia, i viaggi intrapresi per esplorare queste possibilità sono validi tanto quanto quelli compiuti nei luoghi reali. Forse, allora, non importa se riusciamo a raggiungerlo quell’orizzonte, l’importante è seguirlo e sentire propria, nel guardarlo, quella spinta per andare avanti.

Ares Alessandro, nel suo esordio poetico, Ciò che resta nel secondo sole (Edizioni Il Papavero), non sembra avere più paura dell’orizzonte e di quello che può celare, ma anzi sembra, attraverso la sua esperienza, invitare a inseguirlo perché è lì che aspetta il secondo sole: le nuove e infinite possibilità. E lo suggerisce attraverso uno splendido atto di coraggio, mettendosi a nudo, consegnando al lettore le note del suo telefono che svelano un giovane cuore in fermento. Non ci sono filtri, non c’è paura nella poesia riscoperta di Ares, ma c’è tutto il suo percorso di scoperta di se stesso e del primo vero amore: quello che sconvolge, che stravolge, che insegna. Quell’amore che ti cambia per sempre e ti lascia con il dolore della sua fine cicatrici invisibili ma indelebili. C’è il racconto del tempo, che non cancella ma trasforma, che segna il corpo e la mente, accompagnando il cambiamento, e c’è il coraggio di viverlo aprendosi alle possibilità del dopo, al poter cogliere sempre il nuovo sole.
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