Paese dei balocchi. Il focus di Giuseppe Rocco

Il paese dei balocchi è un luogo immaginario descritto da Carlo Collodi nel trentesimo capitolo del romanzo “Le avventure di Pinocchio”. Luogo immaginario dove si pensa solo a divertirsi, senza dover sottostare a obblighi o a impegni. In senso figurato, vivere nel Paese dei Balocchi equivale a vivere al di fuori della realtà. Lì non vi sono scuole, non vi sono maestri, non vi sono libri. In quel paese straordinario non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica

Recentemente diversi storici e studiosi collodiani hanno identificato il parco del Tivoli a Firenze, nella zona del Piazzale Galileo Galilei, con il “Paese dei Balocchi” citato dal Collodi. La tipologia dei divertimenti (teatro burattini, animazioni, giostre, ecc.) e il biglietto di prezzo più contenuto per i ragazzi, sono un chiaro riferimento al luogo dove Pinocchio e Lucignolo decidono di andare, come scritto nel capitolo del noto libro.

Partendo da questi richiami allegorici, ci accorgiamo che nel tempo la città italiana sta assumendo una realtà che registra qualche assonanza con la città dei balocchi. Sabato e domenica festivi, più altre festività varie. Addirittura i medici sono in festa anche il giorno precedente i festivi. Le occasioni sono feconde per costruire ponti di vacanze in cui sperare di divertirsi e forse si spende tanto senza divertirsi.

La situazione diventa semitragica nel mese di agosto e nelle vacanze natalizie. Il motto di divertirsi a tutti i costi spinge i cittadini ad andare lontano dalla città. Tutto all’insegna del turismo e del divertimento, ma la componente sociale dove finisce? E la salute dei cittadini? Si avverte una inversione ontologica, cioè una modifica di priorità a livello costitutivo fra uomo e società, costitutivo o originario in termini di subordinazione a concetti poveri, in cui cala il rispetto per gli anziani e l’etica viene addomesticata.

Partiamo dalla genesi di questo fenomeno, che risale ai tempi moderni col combinato fenomeno della globalizzazione e del suo effetto principale, detto feticismo del mercato finanziario. Nell’intreccio di politica economica e sociale, la finanza ha preso il sopravvento sull’economia reale. Quindi le carte, secondo stime, stanno monopolizzando l’economia creando situazioni inique. Un’architettura asimmetrica, che evade dalla genuinità e dalla naturalezza e soprattutto abbandona i criteri della vera e reale economia, con risvolti pericolosi per l’andamento sociale che viene sottoposto a malformazioni. 

Dal feticismo della finanza all’efficientismo selvaggio, il passo è breve: tutto all’insegna del profitto e poco conta la componente sociale. Assistiamo al totem del profitto in tutti i paesi occidentali. Addirittura in Cina, la manovalanza viene sfruttata, cioè a bassi salari, senza servizi sociali e senza tutela dei diritti sindacali. Il lavoro così torna alla memoria di Karl Marx, quando l’economista analizzava l’alienazione del lavoro in un mondo capitalistico e persino ai tempi di Adam Smith, il quale dichiarava che il lavoro è un atto penoso (erano i tempi dei lavori nelle miniere).

Da questo comportamento si arriva speditamente alla mancanza di etica, in cui tutto è permesso e si ottiene l’archeologia del banale. Nei casi di accettazione del governo politico, si ha la sensazione dell’effetto Ulisse. Ciò avviene quando famiglie, imprese e mercati credono completamente nell’istituzione e rinunciano a interpretare tutta l’azione. Nella realtà, si tratta dell’effetto contrario, quello di Delfi (o Sibilla), quando all’opposto il mondo finanziario non appare credibile, e/o non comprensibile, per cui le aspettative si basano su interpretazioni negative.  Storicamente dipende dall’oracolo di Delfi, la cui sacerdotessa Pizia offriva previsioni oscure. In tale situazione, col l’eccessivo utilizzo della finanza assieme alla globalizzazione sfrenata, si crea il feticismo del mercato finanziario, vero elemento tossico dell’economia. Usando la metafora shakespeariana, alle allodole che amano la luce, si sono sostituiti gli usignoli che preferiscono il buio.

Stiamo assistendo al progresso incontrollato, certamente accettato e gratificante, ma la civiltà resta nascosta. L’uomo è come un barbaro che dispone di strumenti sofisticati.

Ognuno di noi avverte infatti il bisogno di raggiungere una pienezza di vita e un traguardo di alto profilo. Nella fede cristiana questo culmine trova corrispondenza nella santità; nella vita laica l’aspirazione riguarda il benessere e l’agiatezza in buona salute.

L’era attuale comporta un aumento dei dislivelli; tuttavia l’idea di un tenore di vita alto abbaglia i cittadini ed offre l’impressione di un andazzo confortevole. È scattato l’imbroglio sulla scia del modello americano, dove chi è povero o disoccupato viene considerato incapace, sino al punto che non vengono effettuate statistiche sui disoccupati, ritenuti inutili e dannosi.

Abbiamo sempre voglia di lavorare meno. Abbiamo inserito il sabato festivo, senza togliere le feste infrasettimanali. Nella settimana corta, molti istituti hanno reso libero anche il venerdì pomeriggio. Come dicevo la tragedia è il periodo natalizio e il mese di agosto.

Non è facile trovare medici. Un vicino di casa, addolorato ad un braccio non è riuscito a rintracciare un poliambulatorio attivo nelle vacanze natalizie per una infiltrazione di cortisone o acido ialuronico. Tutto ciò a scapito dei pronto soccorso, che devono sopportare il peso delle vacanze e di questo processo di tocco gaudente. L’indirizzo degli ultimi governi a elevare la sanità privata diventa un vero danno. Il privato pensa al profitto e chiude nei momenti di scarso guadagno. Le ferrovie sono state sotto il controllo pubblico proprio perché, in alcuni tratti, un privato non avrebbe costruito le rotaie, ma si sarebbe basato a controllare le zone ad alta affluenza.

Il paese dei balocchi introduce delle pecche. Il giorno prefestivo diventa vacanza per i medici di base, senza un giustificato motivo; le farmacie sono poche perché l’associazione specifica vieta l’aumento degli esercizi, creando così code e perdite di tempo per i cittadini; i taxi nelle grosse città sono insufficienti per la volontà degli stessi a impedire un maggior numero di auto.

In tutto il meccanismo, il rischio principale si avverte per gli anziani, per i quali negli ultimi tempi prevale l’idea del superfluo. Se pensiamo che la Svezia, additata come il paese più civile in quanto assicurava le cure dalla culla alla bara, durante il Covid ha tralasciato di curare i cittadini che avevano compiuto gli ottant’anni. Davvero è la caduta del mito e non solo. L’idea dell’anziano che esprime saggezza e che va rispettato è ormai tramontata. Mentre da una parte si eleva l’età della vita, dall’altra si rende una scarsa assistenza a coloro che hanno lavorato per la famiglia e la patria, aggiungendo un tocco di saggezza, che fa la differenza.

Per intenderci il benessere è auspicabile, ma in questo modo si tratta di una trappola, a beneficio di pochi e senza la garanzia di servizi tutto l’anno. In altri termini è sbagliata una visione, impostata sulla leggerezza, sulla iniquità, sulla mancata solidarietà e sulla caduta dell’amicizia vera, ormai convertita in amicizia virtuale. Prevale in assoluto l’egoismo silenzioso, contagioso e automatico. Occorre recuperare la famiglia, base di una vera e feconda convivenza. Invece il tutto è impostato sui diritti, senza sacrifici, che comportano facili separazioni e poco rispetto verso i genitori, spesso collocati in case di riposo. Dobbiamo superare lo spirito del “Paese dei balocchi” e renderci conto che ci troviamo nel mondo per lavorare e solo così possiamo assicurarci una buona dose di prosperità.

Il paese dei balocchi si concilia con la globalizzazione, feroce e indisturbata, che non viene gestita e pertanto genera guasti, quali feticismo del mercato finanziario, causa di perturbazioni economiche; in parallelo regala malesseri sociali, quali aumento della povertà e caduta dell’etica.

Secondo alcuni commentatori, il fenomeno è stato generato dall’autunno caldo del 1968. I giovani contestatori e tutta la gioventù di allora, una volta divenuti genitori, hanno tollerato tutto dai figli viziandoli a dismisura; la generazione successiva è vissuta all’insegna di “Tutto mi deve e niente devo io”. L’etica ne è stata sconvolta e in parte si è assistito ad un aumento potenziale delle separazioni familiari: una situazione in cui ogni coniuge vizia i figli pur di accaparrarsi l’affetto.

Per ampliare il fenomeno a livello di organizzazione nazionale, si rammenta il lassismo a spendere (spesso male) il denaro pubblico sino al punto da oltraggiare l’articolo 81 della Costituzione italiana, che recita “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”, come nel caso del dilagare impetuosamente del Covid 19.

Non è in discussione il benessere e il tempo libero in quanto tali, ma si temono gli effetti collaterali, per i quali il benessere diventa una trappola, intrisa di egoismo contro gli ammalati, gli anziani e i poveri. Tutte le manifestazioni umane vanno contemperate e gestite al punto giusto per evitare manipolazioni e storture. Il paese dei balocchi di collodiana memoria non va bene, ma con una giusta connotazione e adeguamento alla globalizzazione si potrebbe accettare.

Certo che il benessere ha un suo fascino, ma nasconde insidie pericolose. Il benessere può indebolire la volontà perché una vita facile prepara giovani senza spinta e speranza. Aver tutto significa gustare nulla. La cosa più grave che il benessere toglie la semplicità, che è la principale virtù per la felicità.

Quello che ci offre un futuro è la speranza, che deve dominare le nostre menti. Non a caso le persone più autorevoli in Italia, Il Papa in occasione dell’apertura del Giubileo e il Presidente della Repubblica nella serata degli auguri a fine anno 2024, hanno solennemente esortato i cittadini a nutrire speranza e farne di questo sentimento un fulcro di amore per il futuro.

Dovremmo superare il comportamento ibrido, denso di contraddizioni, in cui si afferma l’anomia, ossia quel postulato sociologico, che è epistemologicamente indimostrabile ma assume un significato empirico tale da connotare una situazione ove il senso di coesione sociale è indebolito e    ognuno si fa le sue regole sociali perché quelle vigenti sono spesso inapplicate.    A questo orizzonte ermeneutico (interpretativo) è forse possibile ricondurre la tensione fra volontà di verità e volontà di illusione, il cui sigillo è conferito dalla maschera quotidiana.

 Sono stati distrutti i vecchi legami che tenevano assieme la società di antico regime e siamo giunti alla famiglia nucleare con un solo figlio, adulato, viziato e abituato ad avere tutto, senza un briciolo di dovere. Giuseppe Mazzini delineava il progetto di una comunità democratica, fondata appunto sul dovere; Aldo moro nel 1976 richiedeva un nuovo senso del dovere; gli stessi partiti della Prima Repubblica rappresentavano un veicolo di obbligazioni alimentati dal sentimento civico. Oggi vi sono partiti come scatole vuote e senza ideologia che nascono con principi edonistici. Un tempo era la religione o il sentimento nazionale ad alimentare e sostenere i principi di etica pubblica. Oggi in una società decisamente secolarizzata e con lo Stato nazionale indebolito, il recupero dell’etica diventa più difficile.

la maturazione della consapevolezza di una problematica dialettica fra il soggetto e la fenomenologia esterna e il tentativo di esplorare l’orizzonte sociale al fine di registrare una nuova comunicazione soggettiva e oggettiva, devono postulare un modello penetrante per assegnare condizioni di vita in linea coi tempi. La progettualità dell’uomo possiede un’apertura sconfinata, che rasenta i confini dell’infinito e dell’eterno. Per questo la vita futura si deve muovere all’insegna della speranza.

©Riproduzione riservata

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.