Privatizzazioni, veleno per welfare e sanità. Il focus di Giuseppe Rocco
Ogni periodo storico ha il suo mantra. Quello attuale si mostra variegato e contrastante. La richiesta del popolo di ridurre il gettito fiscale e la conseguente contrazione della spesa pubblica comportano lo smantellamento dello Stato sociale, che aveva caratterizzato la seconda metà del novecento. La scomparsa o quasi della dimensione pubblica produce l’affermazione delle strutture private, che sono finanziate dai risparmi dei singoli, indirizzati verso fondi più grandi che tendono a sostituirsi agli Stati.
Privatizzazione e finanziarizzazione coltivano in simbiosi la stessa politica. I cittadini approdano ai fondi attraverso la finanza, la quale amplifica gli strumenti disponibili, venduti agli stessi cittadini risparmiatori. Tramite questi strumenti i fondi riescono a determinare il prezzo dei beni, operando sulle principali Borse del mondo e avviando colossali scommesse che fruttano rendimenti alti, tanto da attrarre risparmi in costante crescita. I prezzi non sono più regolati dall’incontro della domanda e dell’offerta reali ma sono il risultato di un mostruoso gioco d’azzardo. Siamo nelle mani di processi artificiosi, a scapito della naturale dimensione economica.
I protagonisti di questo assalto al potere globale hanno iniziato ad operare negli anni ottanta, sfruttando tante occasioni, compresa successivamente la crisi del 2008. Questi manipolatori formano un cartello, che controlla le agenzie di rating, le quali gestiscono le sorti dei debiti pubblici degli Stati, le assicurazioni, l’industria farmaceutica, l’intera filiera alimentare. Non si registrano controlli sulla proprietà caratterizzata da partecipazioni incrociate, che non permettono di capire chi realmente prende le decisioni, al di là delle dichiarazioni rese dagli amministratori delegati, tra i quali continuano a comparire gli originali fondatori.
Per capirci, sei società hanno realizzato nel 2023 ricavi per 408 miliardi di dollari e 88 miliardi di profitti. Si tratta di Amazon, Alphabet, Apple, Microsolf, Meta e Netglix. Questo andamento è stato reso possibile dalla tassazione esistente, che non è in grado di colpire i servizi immateriali. Si assiste al paradosso, per cui i soggetti che maggiormente ottengono profitti in Italia, non contribuiscono in alcun modo al fisco italiano.
Pare un ricordo del passato, ma negli anni settanta le condizioni del cittadino erano ottimali poiché venivano erogati una serie di servizi gratuiti. Il salario cresceva non solo per l’incremento della retribuzione ma pure per la prerogativa per i lavoratori di non dover pagare molti servizi essenziali. Un esempio per tutti, l’istituzione dei ticket sui medicinali ed esami diagnostici, istituito da Spadolini e confermato dai suoi successori. Con l’avvento delle nuove destre l’imperio è divenuto più aggressivo, nascosto dietro inesistenti connotazioni popolari. Si regalano bonus senza riguardi al reddito disponibile e si abbatte il carico fiscale per alcuni, per poi tagliare i servizi. I bonus diventano una cattiva politica per i cittadini perché sono finalizzati allo scarso sviluppo ed a una mentalità contorta.
Con lo smantellamento dello stato sociale, il ruolo della politica contiene le strutture pubbliche e avvantaggia i grandi monopoli privati, la cui ascesa è stata rapida e non tende a ridursi. Con la privatizzazione si trasferisce una serie di servizi dal pubblico al privato, compresi adempimenti essenziali come la sanità, Si realizza uno stretto collegamento fra finanziarizzazione e privatizzazione. Una delle anomalie fondamentali riguarda il concetto della defiscalizzazione, concepita nel disegno di legge a fine 2023, che esprime l’idea del “fisco amico”, destinato a trasformare il contributo doveroso delle imposte in una sorta di liberalità del contribuente, a cui non bisogna dar molto fastidio, prevedendo la non punibilità di alcuni reati tributari. Ovviamente il beneficio rappresenta la componente di autonomi, lasciando nella sofferenza i lavoratori dipendenti e pensionati, che pagano le imposte per detrazione a monte. La gamma di miliardi condonati determina dei buchi nei bilanci pubblici, che dovranno essere coperti dai contribuenti onesti, quali pensionati e dipendenti e qualche autonomo. Aggiungiamo la legge sulla “Flat tax” e così l’opera denigratoria sull’onestà assume un grande rilievo di intolleranza civile, che divide il popolo in due tronconi, quelli privilegiati degli autonomi e quelli penalizzati dei pensionati. In tutto questo processo opera sempre lo scardinamento delle pubbliche istituzioni a beneficio di quelle private. Dal 1996 al 2022, la mancata rivalutazione delle pensioni ha prodotto ogni anno un gettito vicino ai 4 miliardi.[1]Questa fascia sociale sta subendo un impoverimento progressivo che ormai rende la vita del pensionato molto difficile.
Le sorti del debito pubblico italiano sono pure legate alle agenzie di rating, che continuano a deprezzare il nostro Paese, già in affanno. Va a questo punto richiamato il fatto che le agenzie di rating non sono neutre, ma sono possedute dai grandi fondi finanziari che pescano nel torbido, comprando assicurazioni contro il fallimento del debito italiano e trasformandolo in spazzatura. Queste agenzie sono il classico effetto diabolico della finanza ed operano in chiave privata, senza nessun riconoscimento pubblico ufficiale. Si avvalgono della situazione contemporanea, densa di contraddizioni e nel vuoto legislativo appaiono erroneamente come il Vangelo delle opinioni. Nei giorni attuali si registra una rivalutazione per l’Italia, che potrebbe essere imputata all’allineamento politico del nostro paese con gli Usa di Trump.
Lo spettro della privatizzazione ricade, come si diceva, sulla sanità, sottoposta allo smantellamento dello stato sociale. L’andamento esprime una grande preoccupazione, in quanto la popolazione di anziani aumenta di gran lunga nel nostro Paese rispetto agli altri. Negli ultimi vent’anni gli over 65 sono aumentati di 2,5 milioni, con un incremento considerevole del fabbisogno di spesa sanitaria. L’esplosione dei bilanci in rosso e il taglio della spesa pubblica rischiano di essere sempre più marcati per effetto delle scelte fiscali del governo Meloni, in direzione di una ulteriore riduzione del gettito.
La titolarità delle strutture per anziani è in carico ad enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 24%, agli enti pubblici nel 19% e agli enti religiosi nel 12%. Nell’88% delle residenze i titolari gestiscono direttamente il presidio, nel 9% i titolari danno in gestione le loro strutture ad altri enti, nei restanti casi (2%) il presidio viene gestito in forma mista.
Gli anziani nelle strutture In Italia sono poco meno di 274.000 di 65 anni e più ospiti delle strutture residenziali, 19 per 1.000 anziani residenti. Di questi solo un quinto è in condizione di autosufficienza, mentre si contano poco meno di 223.000 anziani non autosufficienti. La componente femminile prevale nettamente su quella maschile: su quattro ospiti anziani, quasi tre sono donne. Tra gli anziani ospitati nelle strutture residenziali il 77% ha superato la soglia degli 80 anni di età, quota che sale al 78% per i non autosufficienti con circa 174.000 anziani ultraottantenni. Il tasso di ricovero di questa popolazione è pari a 67 ospiti per 1.000 residenti, oltre 15 volte superiore a quello registrato per gli anziani con meno di 75 anni di età, per i quali il tasso si riduce a 4,4 ricoverati per 1.000 residenti.
Lo spostamento verso il privato trova consistenza pure nel campo pensionistico. Nel giugno 2023 la Commissione di vigilanza sui fondi pensione acquisisce che i titolari di una pensione integrativa sono 9,2 milioni di soggetti. Questi dati la dicono lunga, nel senso che il futuro pensionato dovrà sempre più far ricorso al sistema dei fondi pensione, non per propria scelta ma per carenza dei suoi contributi stipendiali. Alludiamo a una vera svolta nella gestione pensionistica e nella vita del pensionato. Gli stessi bilanci dell’Inps sono a rischio e la debolezza sta diventando strutturale. In prospettiva potrebbe esserci il rischio di privatizzazione, con il cosiddetto “Decreto Calderoli” sull’autonomia delle regioni, che dovrebbero gestire i fondi sanitari integrativi.
La privatizzazione diventa un mezzo per favorire una rapida finanziarizzazione, guidata da grandi fondi. Come esempio, possiamo citare la Telecom privatizzata nel 1997, dismessa e quotata in Borsa, tramite le mani di capitani coraggiosi italiani, è finita in quelli francesi di Vivendi di Vincent Bolloré nel 2016. Divenuta TIM, appartiene sempre a Vivendi, a Cassa e depositi e prestiti, al fondo pensioni canadese e ad alcuni fondi americani. Sembra un gioco, ma è una realtà, che con la giostra dei titoli (cioè delle carte), restiamo imprigionati in una dinamica artificiosa. Lo Stato azionista non è riuscito negli ultimi tempi ad impostare valide politiche industriali, ma si è comportato come un socio finanziario, mutuando le linee di conduzione societaria impostate dai grandi fondi con cui ha condiviso l’azionariato. Val la pena ricordare che la legge di bilancio relativa al 2024, ha inserito nuove privatizzazioni per oltre 20 miliardi di euro, il che dimostra come il Governo attuale voglia trovare acquirenti fra i fondi finanziari. Ciò dimostra che la privatizzazione, già avviata in modo consistente, trova l’appoggio degli Stati, in un clima di spettacolare confusione.
Per realizzare la privatizzazione, si affidano i servizi pubblici locali alle cosiddette multiutility. Numerose società acquisiscono il patrimonio idrico, i servizi si sostituiscono alle forme conosciute dello stato sociale, con tutti i comprensibili riflessi negativi sul benessere, sui servizi ambientali, sulla vendita di elettricità, del gas, dell’acqua, dei rifiuti urbani. Parliamo di un campo di vaste dimensioni, che assume la forma delle holding, con evidenti finalità finanziarie. Spesso i soci di queste società, ai quali sono destinati i dividendi, sono rappresentati da grandi fondi internazionali. Si viene a cancellare qualsiasi dimensione pubblica nei settori più vicini ai bisogni dei cittadini. Con la fine del mercato tutelato dell’energia, il gas e l’elettricità finiranno nelle mani di queste di società gestite da fondi finanziari. Un esempio per tutti: Italgas, la società partecipata al 26% da Cassa depositi e prestiti Reti Spa, che ha acquistato le attività idriche di Veolia, ha dato vita a un colosso, che dispone di 6,2 milioni di utenti nell’Italia centro-meridionale.
Privatizzazione e finanziarizzazione sono quindi intimamente legate all’affermazione dei grandi fondi finanziari. In tal modo, i giganti della finanza sono in grado di decidere i prezzi dei mercati attraverso strumenti borsistici, nel silenzio delle autorità pubbliche. Va precisato che il peso dell’Europa in queste manipolazioni appare limitato, mentre le redini sono state acquisite da società americane, come Apple, Microsoft, Vanguard. Da tener conto che i grandi fondi non sono riusciti a penetrare nelle società asiatiche. Nel complesso, una fetta considerevole del finanziamento della spesa pubblica europea, viene affidata alla finanza privata, la quale decide i costi sociali tradotti in oneri per gli interessi da pagare. Il monopolio finanziario globale si rafforza e detta legge, ponendo al margine la vera economia, quella reale, basata sulla domanda e l’offerta. Non appaiono all’orizzonte scelte governative o meglio internazionali a frenare questo fenomeno illusorio e pericoloso, che non porta benessere al popolo ma solo a pochi manipolatori capitalisti. Tutto l’imbroglio accade nella Borsa valori, nata con fini sociali importanti, cioè per raccogliere risparmi e indirizzarli verso settori ad alto rendimento, divenuta ora il ricettacolo di manipolatori e usurpatori.
Il capitalismo ha assunto una fisionomia finanziaria di grossa entità, ove non si rintraccia nulla del mercato, elemento costitutivo dei processi economici e sociali, necessario per definire il valore di scambio e per garantire la remunerazione individuale e collettiva. Sarebbe auspicabile separare mercato e capitalismo, per evitare che il cinismo di questo ultimo possa inficiare ogni forma di economia genuina. Una cosa che ci interessa da vicino è l’attività di Stellantis (ex Fiat), che nel nostro Paese non arriva a 500 mila veicoli e con occupati negli stabilimenti italiani con poco più di 60mila lavoratori, di cui 15mila in cassa integrazione. Il suo impulso è rivolto alla finanza, tanto che ha creato la sede fiscale ad Amsterdam, per togliere la rendita al Belpaese. Siamo di fronte all’evidente tentativo della finanza speculativa, che ha quote importanti in molte società italiane col rischio di incidere sulle scelte politiche nostrane.
Il grande condizionamento passa per il delicato settore farmaceutico. Le cosiddette “Big Pharma”, ossia le principali dieci società farmaceutiche mondiali imprimono decisioni importanti nella determinazione delle strategie globali in materia di sanità e cura. Basti pensare all’uso dell’aspartame nelle bustine e sciroppi e pure nelle bibite, quale dolcificante, dimenticando che è una sostanza cancerogena e magari rifiutando ufficialmente il rischio. Queste aziende annoverano fra i loro azionisti i grandi fondi. Una citazione inquietante riguarda la formazione del prezzo del gas, definito nella Borsa di Amsterdam. Questa piattaforma, definita Title Transfer Facility (TTF) è stata creata da un operatore olandese, che l’ha venduta ad una Borsa privata Usa (Ice) che possiede anche l’indice Nyse, i cui azionisti sono rappresentati dai grandi Fondi internazionali. I prezzi sono costituiti da speculatori, che giocano sulle scommesse. Infatti al Ttf non passa il gas ma girano solo carte speculative, nel silenzio dell’unione europea. Un grave esempio di feticismo del mercato, in balia dei fondi privati speculativi.
In tema di politica economica, preoccupa la privatizzazione del Monte de Paschi, la prima banca storicamente nata nel mondo, la quale finisce per cadere nelle mani dei fondi, che dispongono quantitativi stock di capitali; meglio sarebbe stato attendere un partner industriale operativo e lungimirante. Questa scelta è pure il frutto della politica estrosa dell’Unione europea, che – nell’ottica della concorrenza a tutti i costi – ha pregiudicato l’intervento dello Stato. Nel monopolio di pochi si intravvedono forme di monopolio bancario, in cui spariscono i piccoli istituti di credito a beneficio dei potenti. Voglio citare due casi: il primo riguarda lo scarso contatto con i cittadini che una volta avevano sulla piazza una banca amica ed ora un istituto astratto; il secondo riguarda la concentrazione della ricchezza che nel caso creditizio ha tolto all’intero SUD Italia le direzioni di due potenti banche, Il banco di Sicilia finito a Milano, assorbito dall’Unicredit e il Banco di Napoli caduto nelle mani dell’Istituto san Paolo, con sede a Torino. L’assenza di una direzione che può comprendere le esigenze locali determina una crisi merceologica e produttiva del territorio meridionale.
La ricchezza si sta velocemente spostando sui mercati finanziari e sulle reti, mentre il sistema fiscale colpisce beni e consumo fisici, con l’effetto di determinare una pressione soffocante su quella parte della società e in particolare sui lavoratori. Serve una nuova architettura del sistema fiscale, che deve iniziare a usare forza contro beni immateriali, i quali registrano enormi profitti e pagano irrisorie imposte sui fatturati. Il caso di Amazon Europa è eloquente, società in grado di realizzare nel 2020 ricavi per 44 miliardi euro e non aver pagato neanche un euro di imposte, col combinato disposto di aver scelto la sede fiscale con la struttura della corporate tax che riguarda i profitti societari. La clamorosa evasione è attuabile poiché la Amazon Europe Holding Technologies Scs (Aeht) ha il diritto di utilizzare la proprietà intellettuale di Amazon al di fuori dai confini degli Stati Uniti. In tal modo. Si tratta di una società giuridica prevista dall’ordinamento giuridico di Lussemburgo, denominata “Non resident partnership”, per cui qualsiasi somma ricevuta da altre società Amazon in cambio del diritto di utilizzare tale proprietà intellettuale è esente da imposte in Lussemburgo. In un paese dell’Unione europea si possono versare miliardi di euro esenti da imposte. Davvero una strategia inaccettabile sul piano giuridico, sociale ed etico! Ancora una volta emerge la necessità di perequare le aliquote delle imposte nella nostra Unione e perseguire le nazioni che ospitano i paradisi fiscali, con strumenti di natura economica.
La finanza sta occupando tutti spazi, senza tralasciare nessun settore. Addirittura gli strumenti finanziari scommettono sul prezzo delle opere d’arte. Col gioco dei contratti derivati, si scommette su un quadro senza possederlo. Il prezzo delle opere d’arte non ha nessun legame con il valore artistico e con le valutazioni della critica Se i grandi fondi decidono che un artista è un fenomeno scommettono su di lui per farlo diventare tale e ci riescono. Diventa difficile qualificare come mercato l’insieme di scambi realizzati per decine di miliardi di euro di titoli di società fallite. Siamo nell’inverosimile. Nell’ultimo ventennio, le società finanziarie hanno conquistate le leve dell’economia mondiale. Sono sorti finanzieri d’assalto, dotati di enorme spregiudicatezza, che hanno inventato prodotti artificiali di creazione di ricchezza. L’illusione di questa finanziarizzazione si sta presentando come un processo di arricchimento semplice e democratico. Si tratta invece di una vera illusione, che purtroppo ha inghiottito l’economia reale, il mercato, la politica e gli stessi Stati.
Il bisogno perentorio riguarda la regolazione delle quote delle imposte nell’Unione, indi la messa al bando delle nazioni che ospitano i paradisi fiscali, infine la regolazione della Borsa valori per farla tornare all’assenza delle sue finalità.
[1] Dal libro “I padroni del mondo” di Alessandro Volpi, pag. 21
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