Progetto
L’inizio di un nuovo anno sembra ogni volta tracciare una linea di confine tra ciò che è stato e ciò che sarà, tra il tirare le somme dell’anno precedente a muovere i primi passi verso ciò che verrà. In questa soglia ci concediamo una nuova possibilità: guardare avanti, tenendo, però, un piede ben piantato nel presente, in tensione, lasciando germogliare un’idea che prende forma lentamente, che rivendica il suo spazio e il suo tempo, proprio come la prima parola che esploriamo in questo 2026: progetto.
Riprendiamo le nostre buone vecchie abitudini, smontando con pazienza anche questo termine, con il desiderio di costruirlo, poi, con maggiore consapevolezza. Dal latino proiectum, participio passato del verbo projicere, ‘gettare avanti’, significa letteralmente lanciare qualcosa oltre il presente, un’intuizione proiettata nel futuro, alla quale si cerca di dare forma e direzione. L’etimologia, come sempre, contiene tutto: il movimento, il rischio, la fiducia, l’attesa e la possibilità.
Se il progetto ha dominato e domina ancora l’architettura e l’ingegneria, in termini di disegno, calcolo, previsione, il termine è entrato nella sfera dell’identità. Dal progettare edifici e città, si progettano vite e carriere, idea decisiva in Heidegger (Sein und Zeit, 1927). Se il progetto, nell’architettura e nell’ingegneria, è disegno che precede la costruzione, nell’esistenza umana diventa la struttura stessa dell’essere: l’esser-ci non può esprimersi come un ente totalmente compiuto, ma è in continua progettazione, confrontandosi costantemente con la possibilità del poter essere. Eppure oggi, più che una struttura ontologica dell’esistenza, il progetto sembra diventare un imperativo sociale, inculcato da pochi e interiorizzato da molti. La sociologa Eva Illouz in Modernità esplosiva, per esempio, osserva che l’immaginario hollywoodiano e la potenza dei mass media hanno rafforzato l’idea che ciascun individuo possa e debba cavarsela da solo, come se il mondo fosse uno spazio neutro pronto a ricompensare il merito e l’impegno. Il progetto di sé, in questa luce, assume i tratti del sogno americano: una promessa di realizzazione individuale che ignora sistematicamente i vincoli strutturali, sociali ed economici. Quando il progetto fallisce, e spesso fallisce non per responsabilità individuale, la delusione si interiorizza come colpa. L’altro lato oscuro di questa stessa luce è l’eccesso di possibilità. Se tutto può essere progettato, allora nulla riesce a imporsi davvero. Il progetto non guida più l’azione, ma la paralizza: troppe direzioni, troppe versioni del futuro, nessuna abbastanza necessaria da diventare scelta. Tra l’illusione di un successo garantito e l’angoscia della possibilità infinita, il progetto si carica di una tensione insostenibile, rischiando come Ulrich, protagonista dell’opera incompiuta di Robert Musil, L’uomo senza qualità, di rimanere intrappolati nell’immobilità dell’incapacità di scegliere. Eppure, progettare una vita non è una semplice costruzione ideologica della modernità capitalistica, ma l’espressione di una condizione originaria: siamo esseri che si comprendono a partire da ciò che possiamo essere, da ciò che realizziamo e anche da ciò che non realizziamo. La differenza, forse, sta nel modo in cui abitiamo questo concetto. A differenza del sogno, il progetto autentico non promette ricompense automatiche né libertà assoluta, è vincolato al reale, costretto a fare i conti con i limiti, con le risorse, con il tempo che manca. Progettare significa allora accettare l’imperfezione, sapere che l’idea iniziale potrebbe essere corretta, tradita, forse abbandonata. Non una linea retta, ma una traiettoria mobile, fatta di deviazioni e aggiustamenti continui: un dialogo continuo tra intenzione e realtà. È più di tutto il continuo movimento che ci tiene in vita.

Il progetto, poi, prende i colori della bouganville e la forza della restanza nella storia raccontata da Marianna Morante, L’audacia della bouganville (Edizioni Il Papavero), omaggio a quei luoghi troppo spesso dimenticati, lasciati ai margini. La storia della protagonista Luisa, giovane giornalista tornata nel borgo natale per salutare suo nonno che scoprirà la possibilità e il coraggio di restare, ci mostra in tutta la sua potenza il tema della restanza: il sogno a occhi aperti di chi decide di non andare, un sogno, però, che si fa progetto che nasce dalla consapevolezza, che si misura con il reale, che valuta, lavora insiste. Così, nell’intreccio di memorie e speranze, nel dialogo tra passato e futuro, si cela un’ode alla bellezza di ciò che è imperfetto ma duraturo, alla possibilità di far fiore ciò che sembra marginale.
E forse è proprio qui che la parola progetto può esprimersi nella sua forma più autentica. Quando ci viene chiesto: “Cosa ti aspetti dal nuovo anno?”, la risposta sembra spesso affidata a un’attesa passiva. Ma progettare non è aspettare, non è restare alla finestra, nella speranza di veder accadere qualcosa. Progettare è vivere quella tensione di cui parlavamo all’inizio: è scegliere di muoversi, anche con incertezza, è impegnarsi, anche sapendo che le cose potrebbero andare diversamente da come le avevamo immaginate. Continuare a progettare, in fondo, è proprio questo, non lasciare crollare tutto se il progetto fallisce, trovare la forza di ricalcolare la rotta, imparare dagli errori e continuare a fiorire.
©Riproduzione riservata

