Silenzio

Silenzio. Una parola in grado di riempire una stanza, di far vibrare le membra, in contrapposizione a ciò che apparentemente rappresenta: l’assenza di rumori. Un’arma a doppio taglio, che placa, sa curare e a volte ferire. Esploriamo in punta di piedi questa parla così potente: il silenzio.

Dal latino silentium, il termine è legato alla radice di silere, ‘tacere’, ma anche ‘lasciar riposare, calmare’. È la mancanza di suono che si fa condizione attiva, scelta, energia che raccoglie e prepara. È uno spazio da abitare, che cura, che restituisce equilibrio e si fa terreno fertile di idee.

È uno spazio colmo di possibilità, il linguaggio autentico, secondo Leopardi, delle passioni più forti, come l’amore, che pervade e riempie quando le parole non bastano a raccontare la meraviglia, la paura, la potenza del sentire.

Hermann Hesse, in Siddharta, lo mostra come la via dell’ascolto, la capacità di attendere, di lasciare che il mondo si riveli senza forzature. Il silenzio si fa dunque arte, compagno dell’ascolto, da riscoprire e imparare, in un mondo, per dirla come Sciacca in Come si vince a Waterloo, saturo di rumore, di parole vuote, prive di senso.

Ma come tutto ciò che si apre alle possibilità, il silenzio per sua natura può tingersi di nuovo sfumature e far paura. Blaise Pascal lo presenta come vertigine: “il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa” (Pensieri). Lo si riscopre assordante, soprattutto quando ci mette di fronte ai nostri pensieri, senza via di fuga.  Lo ha dimostrato un esperimento dell’Università della Virginia[1] che molti preferiscano perfino un piccolo dolore piuttosto che restare soli, in silenzio, con i propri pensieri. L’uomo rifugge il confronto con se stesso e con il silenzio interiore, perché lì emergono la sua fragilità e il senso di vuoto. Meglio distrarsi con mille stimoli, o persino provare dolore, che affrontare l’angoscia che nasce dal silenzio dell’anima e dall’infinito che ci sovrasta.

E se il silenzio è spesso benevolo e rispettoso, bisogna fare attenzione a quando diventa opaco. Nell’opera incompiuta di Kafka, Il processo, il silenzio è dei giudici che tacciono, delle istituzioni che non rispondono, un tacere che diventa inesorabile verdetto. È dei carnefici, il silenzio, di chi sceglie di voltarsi, di non prendere posizione di fronte all’ingiustizia, rendendola possibile, diventandone complici ed è quello che pervade le pagine di Se questo è un uomo, di Primo Levi, e di ogni storia passata, e amaramente presente, in cui chi annienta la libertà, la dignità e la vita degli altri trova negli sguardi indifferenti e nel silenzio i suoi più grandi alleati.

Quello che spesso dimentichiamo è che il silenzio è parte integrante della comunicazione: non assenza, ma spazio che dà significato alle parole e permette all’ascolto di emergere. La comunicazione, troppo spesso sottovalutata, attraversa e influenza ogni ambito della vita, inclusi la sanità e il rapporto tra medico e paziente. De Guuseppe e Ferrante, nel nuovo testo L’arte della complessità in sanità (Edizioni Il Papavero, 2025), che rientra nella collana scientifica “Metodologie inclusive e corporeità didattica, esplorano proprio la centralità della comunicazione e delle relazioni nei sistemi sanitari contemporanei: dall’evoluzione verso reti collaborative tra professionisti, al modello di alleanza terapeutica con i pazienti, fino all’impatto della digitalizzazione e alla necessità di una leadership inclusiva.

In questo senso, il silenzio, pur non essendo un tema trattato dal libro, ne diventa una chiave di lettura implicita: ricordarci che solo fermandoci ad ascoltare, nella complessità, possiamo davvero comprendere e prenderci cura.

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[1] https://www.theguardian.com/science/2014/jul/03/electric-shock-preferable-to-thinking-says-study

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About Martina Bruno

Martina Bruno, laureata in Lingue e Letterature Moderne, classe 1996, fermamente convinta che la comunicazione e la cultura, in tutte le sue sfaccettature, siano elementi fondamentali per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Non posso smettere di essere curiosa e osservare, c’è troppo da scoprire, assaporare e raccontare.