Sud Italia in bilico. Il focus di Giuseppe Rocco

Nel 1860 con l’impresa garibaldina viene costituito il Regno d’Italia. L’amministrazione sabauda si rivela inefficiente e il rigido fiscalismo finisce con il sottrarre risorse all’agricoltura a vantaggio degli investimenti del Nord.

Il vecchio Stato piemontese si era formato sul modello francese, rigidamente accentrato, con un Prefetto in provincia che agisce da onnipotente e un Sindaco di nomina regia, cioè un funzionario dello Stato. Con questa architettura, si è avviato un processo definito di “piemontesizzazione”, nel senso di estendere tutte le culture al resto d’Italia senza verificare i costumi esistenti nei vari territori e senza riscontrare le diverse esigenze, con un’attuazione della politica dell’accaparramento delle ricchezze.

Secondo alcuni storici[1], emerge un responso increscioso, ossia che il Sud è stato oggetto di un’operazione coloniale, realizzata con un’industrializzazione fallimentare. Affermazione che appare parzialmente vera, in quanto il Meridione ha funzionato nel periodo post unitario come serbatoio di braccia contadine necessarie al decollo industriale del Nord, che ha utilizzato questa zona per dislocare le manifatture a maggiore impatto ambientale e spesso come discarica sociale e ambientale governata dalle economie criminali. Si rifiuta di credere che l’apparato tosco-piemontese abbia conquistato con le armi e poi espropriato il Sud, che si è mostrato consenziente all’avventura e all’unificazione garibaldina, in un disegno antropologico di culture che vantavano un passato comune.

La trama piemontese di espansione territoriale sfrutta decisamente a proprio vantaggio l’ideale unitario. La strategia si sviluppa chiaramente al congresso di Parigi, convocato nel 1856, alla fine della guerra di Crimea. In tale occasione Cavour esprime al rappresentante inglese lord Claredon il timore di non poter sperare nella diplomazia ma di ricorrere ad altri mezzi e specifica pure che si riferisce al Re di Napoli. Nell’incontro Cavour incontra la solidarietà e la disponibilità inglese a trattare l’argomento per il futuro in modo da avvantaggiare lo Stato sabaudo.

La sequenza di eventi che portano all’unità va ascritta al movimento di un popolo, ispirato da Giuseppe Mazzini. Il successo arriva per via militare da parte della famiglia Sabauda, con il sostegno dei Governi di Francia e Inghilterra. In effetti la costruzione imposta dal Cavour non rafforza i vincoli di lingua, di costumi, di conquiste tecnologiche, maturati con la rivoluzione commerciale, ma asseconda il risorgimento delle città tosco padane, bisognose di accumulare dotazioni liquide per creare nuove infrastrutture.

Dopo la seconda guerra mondiale, la politica nazionale si rende conto che al Sud occorre una spinta verso l’industria: nasce la Cassa del mezzogiorno. Purtroppo il meridionalismo si è avviato ulteriormente al declino quando nel dicembre del 1992, con la legge 488, sono stati soppressi gli organi di intervento straordinario, che risalivano al 1950, anno in cui è stata costituita la Cassa per il mezzogiorno.

L’ispirazione meridionalista della programmazione va dissolvendosi nel corso degli anni successivi, man mano che il Nord sembra avvicinarsi alla piena occupazione e le forze sociali si mostrano più interessate all’obiettivo del welfare-state che a quello dello sviluppo equilibrato. A complicare la situazione interviene il primo stock petrolifero del 1973-74, che frena il sistema industriale italiano e riduce l’apporto verso il Mezzogiorno. Con gli effetti dell’inflazione, si avverte l’erosione del valore reale degli stanziamenti pluriennali che ostacola la realizzazione degli investimenti infrastrutturali, a seguito della difficoltà degli istituti di credito mobiliare. Altrettanto svantaggiato il Mezzogiorno sotto il profilo della qualità dei servizi gestiti da enti e amministrazioni statali, con riferimento al trasporto, alla telecomunicazione, all’energia elettrica e alla sicurezza pubblica.

In questo periodo scatta il passaggio di buona parte delle competenze alle Regioni. Il passaggio avrebbe dovuto produrre un assetto nuovo per l’andamento socio-economico ma così non è stato. In via generale, le Regioni sono divenute Stati nello Stato, con una prodigalità di interventi doppi e sovente con spese superflue che hanno accresciuto a dismisura i costi della cosa pubblica. Inoltre le Regioni prospere si avvantaggiano dell’autonomia, potendo far lievitare le basi di progresso: nei territori sviluppati agiscono forze centripete favorite da rendimenti crescenti di scala nelle attività produttive, in modo da innalzare continuamente i livelli di benessere raggiunti consolidando e utilizzando al meglio le risorse esistenti e attraendone nuove dalla periferia, da territori meno sviluppati. In questa concezione e purtroppo in questa realtà, le Regioni meridionali incontrano ulteriori difficoltà verso l’armonizzazione nazionale e la crescita del tenore di vita.

Tra l’altro nello stesso periodo si modifica la situazione italiana, all’interno dell’affermazione europea, in quanto si realizza il mercato unico. Nella combinazione negativa, si assiste all’esaurimento dei partiti politici classici da parte di “Mani pulite”; cancellazione che toglie un sistema di rappresentanza che i partiti tradizionali avevano espresso fin dagli anni successivi alla liberazione. A completare il triste quadro del Sud, le due maggiori banche, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, vengono travolte da cospicue sofferenze dei crediti concessi alla clientela e il loro controllo viene acquisto da banche, le cui sedi centrali operano al di fuori del mezzogiorno, quindi lontano dalle sensazioni, dal clima e dai bisogni locali.

Appare preoccupante la cultura sociale degli impiegati pubblici, dapprima sostenuti e poi abbandonati al loro destino; lavorano poco e così aggravano la condizione dei cittadini fornendo loro servizi poveri, specie nella sanità, al punto che si assiste correntemente al trasferimento di cittadini per sottoporsi a cure mediche o interventi chirurgici, aggravando il quadro di riferimento nel dualismo Nord-Sud. Aumenta la miseria e la disoccupazione: le famiglie povere vivono di sussidi oppure guadagnano redditi saltuari nelle attività irregolari, nelle imprese cosiddette sommerse, sotto gli occhi del ceto politico. Tale andamento preme sui bilanci delle amministrazioni pubbliche e contestualmente impedisce una decisa opera di regolarizzazione delle imprese fuori regola. I riflessi patologici della società si riflettono ovviamente nel quadro complessivo nazionale. Infatti negli ultimi anni riprende l’emigrazione dal Sud verso il centro-Nord.

La situazione non consente uno sviluppo endogeno per una serie di concatenazioni deleterie, ma necessita di una strategia nazionale, atta a rilanciare zone potenzialmente fiorenti ma bisognose di sostegno esterno, con l’appoggio dello Stato centrale. Parliamo di problemi di grande spessore esistenziale, come il superamento della malavita organizzata, che soltanto lo Stato può debellare; l’intervento in comparti strategici, quali il turismo facilmente pubblicizzabile con quelle terre marine e montane, degne di grande interesse italiano e straniero; quali il potenziamento del sistema bancario meridionale, per acquisire mercati finanziari e strutture manageriali nell’interesse dell’impresa; quali la gestione del trasporto con l’ovvio il riferimento alla realizzazione delle strade nel Meridione.  

In questo caso, come negli altri, possiamo parlare di rassegnazione degli abitanti, che restano impassibili e non protestano. Non meno grave il silenzio dei Sindaci, Presidenti di provincia e Regioni, parlamentari meridionali, che sono particolarmente clonati nel rispetto di anomalie antidignitose. Il ceto imprenditoriale si è assuefatto alle agevolazioni pubbliche per la copertura finanziaria dei progetti di investimento industriale, senza attivare stimoli autonomi degni di considerazione.

L’Italia ha tante potenzialità, persino nell’estrazione del petrolio. La Lucania è rimasta sempre indietro nel processo economico per colpa delle rocce, poco fertili e senza ricchezza. Proprio le rocce, matrici di sconforto, sono divenute la ricchezza potenziale della Lucania; non per i lucani come si illustrerà di seguito.

Si constata che in alcune valli del Potentino sono state rinvenute preziose falde petrolifere, che assicurano il 10% del consumo nazionale; l’estrazione completa e potenziale – secondo stime del 2000 – potrebbe soddisfare il fabbisogno dell’Unione europea. La scoperta di questi giacimenti autoctoni non trova adeguato e compatibile impegno dal 1990 in poi da parte dei Governi, che non hanno cercato di ottenere il massimo profitto a beneficio del bilancio nazionale. 

I due giacimenti della Val d’Agri e di Tempa rossa costituiscono la più importante area petrolifera su terraferma d’Europa. Nella Val d’Agri opera l’Eni con 39 pozzi, i quali producono 85mila barili al giorno. Tempa rossa possiede un giacimento gestito da Total in associazione con Mitsui e Shell, (in dispregio del patriottismo italiano e del bilancio dello Stato), che dovrebbe entrare in funzione nel 2019, in attesa di completare l’oleodotto verso Taranto, ove raffinare il petrolio greggio.

Considerate le necessità italiane e dovendo pure meditare per l’avvio delle centrali nucleari alla luce delle recenti problematiche giapponesi, non si comprende l’inerzia del Governo per l’attuazione del programma petrolifero. Sarebbe opportuno non solo estrarre i 200 mila barili giornalieri, facilmente realizzabili, ma elaborare una politica di sfruttamento energetico con manovre più consistenti, che aiuterebbero pure vistosamente il bilancio statale.

Il Governo Monti in aprile del 2012 sigla un Memorandum, a cui segue l’art. 16 del testo sulle liberalizzazioni e infine si registra l’intesa raggiunta in Consiglio regionale lucano; l’ipotesi è di passare dal 10% al 20% della produzione rapportata al consumo nazionale. Ben poco in un momento di crisi economica!

Restano senza tutela gli allevatori e i pastori della zona, lasciati alla mercé delle Case petrolifere. Assistiamo ad una politica di incapacità governativa, incentrata nella miopia del Ministero dello sviluppo economico, e ad una scarsa incisività della Giunta regionale lucana. In questa totale e devastante disorganizzazione per ora ottengono guadagni le Case petrolifere, ma il punto ancora più sconvolgente è che le imprese estrattrici siano straniere. Perché l’estrazione non è stata affidata all’Eni in via globale?

Da una stima grezza e certamente imprecisa, appare che – con una estrazione del petrolio lucano in grado di assicurare il fabbisogno nazionale – il beneficio in bilancio potrebbe incidere in modo radicale, abbassando il cuneo fiscale e complessivamente la pressione fiscale di valori tra il quattro e l’otto per cento.

Da un’inchiesta del Corriere della sera, si evince che la Basilicata è la regione più povera d’Italia[2]; ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale[3], con oltre 400 siti contaminati dalle attività estrattive[4]; le aziende agricole si sono dimezzate nell’arco di dieci anni[5]; il tasso di disoccupazione è in crescita costante. Ancor più grave è che chi denuncia l’inquinamento provocato dai pozzi petroliferi, in balia dei metodi rozzi di estrazione, viene mal guardato da alcune istituzioni.  In Italia mancano riferimenti normativi vincolanti sia per quanto riguarda l’analisi dei sedimenti che per l’esame di concentrazione di idrogeno solforato nell’aria.

Si spera in una politica oculata che associ le risorse industriali estrattive all’ambiente. Per ora i prodotti di quella zona vengono evitati: i fagioli di Sarconi erano un vanto e richiesti anche dall’estero, ma adesso nessuno li vuole. Come conseguenza dell’inquinamento gli animali non fanno più latte nelle vicinanze degli impianti petroliferi, i vigneti crescono con una patina d’olio sui chicchi di uva, i terreni diventano infruttiferi, i pesci muoiono in massa, i ruscelletti che spumeggiavano con leggiadria ora emanano odori sgradevoli.       

Nel panorama della disarmonia nazionale che vede il SUD sempre più abbandonato, diventa difficile comprendere una politica nazionale che ignora le terre meridionali e addirittura accetta un movimento che esalta il “Lombardo Veneto”, con la creazione della Lega. Questo approccio per significare un comportamento incomprensibile, che denigra il Sud e nel contempo danneggia la Nazione, deturpata dall’abbandono di una zona e quindi incapace di spiegare tutte le attività di progresso.

Negli ultimi 30 anni si contano di 10.000 vittime, fra imprenditori, amministratori locali, sindacalisti e magistrati. La mafia è una forma arcaica, affermatasi con feudalesimo e sopravvissuta nella contemporaneità. L’Italia ha sradicato il brigantaggio; ha debellato il terrorismo; ha eliminato le brigate rosse e del neofascismo etnico in Alto Adige e il separatismo siciliano; ha ben contrastato i sequestri di persona in Sardegna. La mafia è rimasta viva, perché il terrorismo era estraneo allo Stato ma la mafia è inserita nello Stato. Anzi – cosa importante – che in Italia si è costituita una mentalità mafiosa nelle menti dei cittadini; Il che vuol dire che anche i soggetti non mafiosi hanno recepito una cultura a sfondo mafioso sia nei comportamenti che nell’accettazione di certi fenomeni. Parliamo di atti non punibili dal codice penale, ma che rivelano una linfa spregiudicata di pulsioni incontrollate. Nelle zone infestate da questo morbo, si assiste al duopolio della tassazione: tasse allo Stato e pizzo alle associazioni criminose. L’Italia ha fatto ben poco; ha accettato un canone del potere che oscilla tra giustificazione della violenza, furbizia e spregiudicatezza.

Una grande occasione è stata rappresentata dal Recovery Fund, che avrebbe potuto contare su risorse idonee alla crescita del Sud in una concezione di aziende impostate sul rispetto delle norme.

Problema antico e irrisolto, quello del Mezzogiorno d’Italia. Negli oltre 150 anni di vita dello Stato unitario la questione meridionale è stata sempre presente nella vita economica, sociale e politica del paese, attraverso tutti i regimi politici, tutte le forme di governo e tutte le stagioni. I suoi termini sono più volte cambiati, e anche radicalmente. Ma è convinzione dell’autore che la storia del Mezzogiorno nello Stato unitario, nonostante le attese deluse, sia stata comunque una delle più dinamiche e positive dell’area mediterranea, e sicuramente migliore di quella che sarebbe stata se avesse continuato a svolgersi nell’isolamento “tra l’acqua santa e l’acqua salata” di borbonica memoria».

Evocata, brandita, rivendicata, vituperata, si sprecano gli aggettivi per la questione più discussa e irrisolta della nostra storia contemporanea, la questione per antonomasia: quella meridionale; vale a dire la problematica di natura economica, sociale, antropologica e politica che corrisponde a una delle principali manifestazioni d’incompiutezza dell’Italia unita. Quella che qui si propone, in un numero limitato di pagine, è una sintesi essenziale ma completa delle sue principali tappe. Alla luce dell’imponente bibliografia accumulatasi sul tema, si individuano alcune scansioni fondamentali. A una prima fase, dal 1861 al 1887, in cui la condizione economica del Sud migliora e non perde terreno rispetto al Nord, anzi, il Sud è fattore propulsivo dello sviluppo capitalistico del paese, segue una seconda, dal 1887 alla fine della seconda guerra mondiale, in cui, se la situazione del Mezzogiorno migliora sensibilmente, la sua economia resta eminentemente agricola, mentre al Nord parte un’industrializzazione diffusa e superiore: il dualismo assume dimensioni senza precedenti, in termini sia di Pil che di configurazione produttiva. Dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta, la svolta: grazie anche all’intervento straordinario, per la prima volta si registra un dirottamento di risorse da Nord a Sud che fino al 1973 produce un parziale recupero in termini di struttura produttiva, Pil e consumi; da società rurale il Sud si trasforma in società terziarizzata. È questo un periodo cruciale in cui, secondo l’autore, lo Stato ha tutte le carte per vincere la partita dell’effettiva unificazione; ma non lo fa, sceglie di non affrontare in maniera decisiva la «questione» e di seguire un’altra strada, quella che ci ha condotto alla fase attuale, in cui la crisi internazionale coinvolge il Mezzogiorno in misura più accentuata sia rispetto all’Italia che all’Europa: il divario torna alle dimensioni dei primi anni cinquanta. Il Mezzogiorno diviene fattore di rallentamento, se non di blocco, dell’intera economia nazionale e non solo: non si tratta più di una questione italiana, ma di una questione europea. Eppure recenti segnali di risveglio economico ci sono, e l’Italia ha gli strumenti e le energie per consolidarli: fondamentale sarà fare tesoro del passato e in prospettiva riprendere e portare avanti con fiducia il cammino della convergenza che era stato bruscamente interrotto.

Per comprendere lo scarso impegno dei governi centrali italiani, ad abundantiam si può confrontare il fenomeno italiano con quello tedesco, che ha dovuto recuperare l’Est della nazione dopo l’assoggettamento al regime sovietico, esattamente con la caduta del muro di Berlino.

Per il Sud Italia, dal 1950 (avvio della Cassa del mezzogiorno) al 2008 (disfacimento dell’Ente in parola) sono stati investiti 342,5 miliardi di euro, mentre in Germania in 30 anni si è speso 5 volte in più, ossia circa 1.700 miliardi, con una media di investimenti di 70 miliardi all’anno. Cifre abbastanza chiare! Nell’intervento straordinario per il Sud, lo Stato ha impegnato l’1% del Pil; chiusa la cassa per il mezzogiorno, la percentuale è scesa ulteriormente. La Germania ha investito per l’Est recuperato il 4,5%.

La filosofia tedesca ha assunto un valore che supera la contabilità dei costi, sopportando un sacrificio in cambio di una soddisfazione civile e morale. A parte il disegno politico trainante vi è pure una convenienza economica, poiché l’unità consente un aumento del reddito complessivo della nazione. Colmare i divari economici è un’operazione che ripaga ampiamente. La Germania ha introdotto una sperimentazione di politiche keynesiane e i benefici sono stati superiori ai costi degli investimenti. Negli anni 1980/1989 la crescita nella Germania ovest è stata mediamente dell’1,8%; negli anni successivi alla riunificazione ha sfiorato tassi di crescita del 4,5%.

Il trentennio dell’oro dell’Italia, quello culminato con il boom economico, si è realizzato in quanto il Sud è divenuto parte integrate delle strategie di sviluppo nazionale: ciò ha fornito lustro a tutti territori. Molti soldi investiti nel Sud sono ritornato all’economia del Nord. La Svimez ha calcolato che per ogni euro investito nel Sud, 40 centesimi sono tornati all’economia del centro Nord, in termini di beni e servizi per le imprese settentrionali. La crescita del Sud è un affare per l’economia italiana.


[1] Nicola Zitara nel libro “L’invenzione del mezzogiorno” attraverso Jaca Book nel gennaio 2011.

[2] Dati Istat del 2010.

[3] dati dell’Associazione italiana Registro tumori.

[4] Dati della Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti.

[5] Dati della Confederazione italiana agricoltori.

©Riproduzione riservata

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.