Tam Tam Basketball: il basket per amore

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Intervista a Massimo Antonelli

Tra i pregi dello sport vi sono la crescita e lo sviluppo dell’organismo, la prevenzione delle malattie cardiovascolari, la coordinazione dei movimenti. Per questi motivi, ad ogni bambino, è consigliato di fare attività sportiva e, quando lo sport è di squadra, si aggiungono altri valori quali quello dell’importanza del gruppo, del rispetto delle regole, dei compagni e degli avversari.

Scuola, famiglia e sport rappresentano i tre elementi fondatori dell’educazione e, spesso, dove non riescono i primi due, lo sport costituisce un valore aggiunto di grande importanza.

Tra i più prestigiosi sport di squadra vi è sicuramente il basket che racchiude in sé il divertimento, lo sviluppo e la compagnia.

Coach Massimo Antonelli, è il fondatore insieme a Antonella Cecatto, Pietro D’Orazio, Guglielmo Ucciero (tutti ex giocatori di basket) e Rino Antonelli della società Tam Tam Basketball di Castel Volturno (CE).

In una piacevole intervista mi racconta della nascita della società, un’avventura iniziata nel 2016 che oggi è conosciuta in molti paesi per la rilevanza della sua opera.

Innanzitutto desidero esprimerle la mia stima per la lodevole iniziativa che ha sia valenza sociale che sportiva. Sfidando burocrazia e leggi lei e i suoi compagni di viaggio siete riusciti a realizzare l’obiettivo vero dello sport, quello più nobile e meritevole.Qual è stato il punto di partenza di Tam Tam Basketball? Ha risposto ad un bisogno dei ragazzi o è stata una sua iniziativa?

In effetti sono accadute entrambe le cose in quanto noi avevamo voglia di fare sport e c’era la possibilità di riaprire il palazzetto di Castel Volturno chiuso da dieci anni. Lì abbiamo, poi, incontrato ragazzi che non facevano alcuna attività sportiva e, anche se inizialmente non ne eravamo consapevoli, quei ragazzi ne avevano molto bisogno per tanti motivi. Ho iniziato a girare nelle tre scuole medie di Castel Volturno cercando di coinvolgere sia ragazzi italiani che i figli di immigrati. Ricordo che la prima volta di 31 ragazzi si presentarono in campo 4 ragazzi italiani e 7 africani e con 11 ragazzi, dagli 11 ai 14 anni, iniziammo. Con il passare dei giorni i ragazzi africani si passavano la voce sulla palestra mentre gli italiani iniziarono a venire meno fino a scomparire del tutto.

Man mano che proseguiva il reclutamento mi rendevo sempre più conto di situazioni che assolutamente non avevamo considerato come la estrema condizione di povertà in cui vive la comunità africana della zona, a causa della quale i giovani non praticavano sport perché non potevano permetterselo. Così trascorrevano il tempo dopo la scuola in totale ozio o in strada. La palestra iniziò a riempirsi e si sentivano entusiasmo e passione nonostante la situazione fosse molto confusa. Avevamo 25 ragazzi e spesso in palestra non si lavorava bene perché non erano per niente abituati alla disciplina sportiva. Abbiamo fatto un lavoro durissimo e tuttora l’aspetto più complesso è quello disciplinare mentre dal punto di vista della passione ci sono stati episodi che ci hanno davvero confermato che il nostro progetto da sportivo doveva diventare sociale. I ragazzi non avevano neanche le scarpe, come anche era complicatissimo far capire loro che ci occorreva il certificato medico. Purtroppo loro non potevano pagare per avere il certificato né tantomeno avevano qualcuno in famiglia a cui riferire perché i loro genitori sono al lavoro per tutta la giornata. Alcuni di loro arrivavano in palestra dopo la scuola senza aver neanche mangiato, dopo aver fatto una grande corsa o preso un pullman in cui non ci fosse il controllore.

Capimmo così che il nostro progetto era diventato non solo sportivo ma sociale e forse, oggi, è più sociale che altro. Fare sport per noi che ci siamo sempre stati dentro era facile, ma un progetto che riguardi ragazzi socialmente disagiati non è semplice perché vivono in situazioni molto particolari.

A gennaio, poi, fummo convocati dalla Dirigente della scuola che ci ospitava la quale ci disse che non potevamo più allenarci lì perché la palestra serviva per lo svolgimento dei progetti pomeridiani, così nel pieno della disperazione, perché assolutamente non volevamo abbandonare i ragazzi, decidemmo di utilizzare uno spazio abbandonato in riva al mare dove c’erano anche due canestri e, nonostante l’asfalto, la pioggia e le tante difficoltà logistiche, i ragazzi aumentavano sempre di più. Eravamo stupefatti e emozionati. Il Tam Tam di passione si era esteso. La cosa che colpisce è che le famiglie non sono presenti perché, come dicevo prima, si riuniscono solo la sera e c’è un gran vuoto per questi ragazzi. I genitori hanno altre priorità e non riescono a seguirli in un momento così importante. Ad esempio quando abbiamo disputato la finale contro Caserta ed abbiamo vinto il titolo, non c’era neanche un genitore a tifare per noi.

C’erano i sostenitori della società ma nessun genitore. Il nostro pullmino aveva potuto portare solo i ragazzi.

I ragazzi sono allenati da lei?

Fino a quest’anno li ho allenati io aiutato da Beniamino Di Martino, che è un uomo di grande esperienza, il cui sostegno ci è stato molto utile sia per l’insegnamento dei fondamentali che per il disordine. Con l’aumento dei ragazzi sono subentrati anche Andrea Federici, Corrado Verdicchio e Alessandro Amodio.

Quindi la grande difficoltà che trovate è nella indisciplinatezza?

Si. È stato difficilissimo insegnare loro il rispetto delle regole come anche il comportamento giusto da tenere in campo. Ci siamo inventati un decalogo, che poi sono diventati i dieci comandamenti, perché avevano difficoltà a comprendere il significato della parola come anche, per punizione, abbiamo contattato una cooperativa che faceva fare loro lavori socialmente utili, fino a quando abbiamo capito che ciò che colpiva di più i ragazzi era non farli giocare. Così siamo tornati “alla vecchia maniera”, cioè a escluderli dall’allenamento o dalle partite.

Fortunatamente abbiamo anche il validissimo supporto psicologico di una ex giocatrice, Annamaria Meterangelis.

Certo sembra qualcosa di surreale quello che avete fatto.

Beh, era surreale perché loro nello sport agonistico erano, in pratica, nessuno. Il primo anno i campionati erano già iniziati, quindi ci rivolgemmo alla UISP, ci iscrivemmo lì e ci accolsero bene. L’anno successivo, però, quando pensavamo di iscriverci alla federazione, iniziarono i problemi in quanto nelle squadre dai quattordici anni in poi non potevano esserci più di due stranieri e i nostri ragazzi di fatto, pur essendo nati in Italia ma da genitori immigrati, sono africani. La scuola includeva e lo sport escludeva.

Ad occuparsi di noi ci fu Vicenzo Ammaliato de Il Mattino di Caserta e così scoppiò “il caso” mediatico.

Da allora abbiamo avuto la palestra piena di giornalisti perché, in pratica, veniva a galla una grande problematica sociale in quanto dei ragazzi che volevano fare sport agonisticamente non potevano farlo, sentendosi esclusi. È una legge disumana della società perché rappresenta comunque la negazione di un diritto.

Si schierarono dalla nostra parte molte persone anche importanti e Le Iene si interessarono di noi intervenendo con il Presidente del CONI Malagò.

Il Presidente promise in quell’occasione di intervenire presso la FIP se ci fosse stata una richiesta di giocare in deroga e così fu.

La cosa più bella è che da noi è nata in Parlamento la norma “salva Tam Tam” e questo non sembra vero!

Chiaramente questo vale per tutti.

Certo, è stato un punto di partenza e tantissimi ci hanno ringraziato.

Il palazzetto da cui volevate inizialmente partire è stato riaperto?

Si, è stato riaperto e stiamo ancora finendo di pagare le quote della ristrutturazione! Fortunatamente abbiamo potuto far allenare i ragazzi lì. È una bellissima struttura ma, purtroppo ci è costata molto. Siamo partiti con un crowdfounding che ci ha sostenuto abbastanza ma non del tutto.

Ancora oggi nonostante i tanti rattoppi piove ancora dentro.

Intanto il fatto che molti ci aiutavano, ci incoraggiava a continuare.

Oggi come siete strutturati?

Adesso affrontiamo un momento particolare perché dobbiamo pensare al futuro. Allenati da Vittorio Scotto Di Carlo aiutato dal preparatore e vice Antonio Vetrano i ragazzi dell’Under 15 hanno vinto il campionato regionale quest’anno. Gli stessi ragazzi si allenavano con gli under 18 e 19 per problemi di turnazione. Il gruppo under 13 è stato allenato da Remo Pietroccione, un allenatore di Caserta molto esperto. Speriamo di avere a disposizione qualche altra palestra in modo tale da poter continuare il progetto inserendo ragazzi nuovi. Stiamo pensando a una tensostruttura per poter continuare, altrimenti sarà impossibile accogliere i 60-70 ragazzi che vorrebbero iniziare a giocare.

Ma, considerando la situazione, gli allenatori sono pagati?

Non possiamo permetterci che un rimborso spese per i costi del viaggio. Ci sono venuti incontro.

Riguardo la struttura stiamo pensando ad una tensostruttura in modo da poter lavorare di più e, per questo, ci riuniremo a breve perché vorremmo coinvolgere quelle persone di buon volontà che forse non sanno neanche che noi esistiamo ma che sposerebbero la nostra causa perché giusta.

La nostra attività appaga molto.

Non riesco a dire niente altro che ciò che fate è encomiabile.

Approfitto, allora, dell’occasione per dire a chi vuole sostenerci che sul nostro sito ci sono tutte le indicazioni per poterlo fare.

Come anche voglio ringraziare i gruppi che ci hanno aiutato sin dall’inizio che sono  Decathlon, Progetto Sviluppo CGIL, che ci ha fornito quasi tutti i soldi per il pullmino in quanto i ragazzi non potevano tornare di sera tardi dopo gli allenamenti a casa, percorrendo la Domiziana, il terzo gruppo sono i Manzonauti che ci hanno addirittura regalato le scarpe nuove personalizzandole con i nomi dei ragazzi.

Sono tanti gli amici che ci stanno vicino, considerando che i ragazzi sono poveri. Finora ho fatto portare solo una volta 3,50 € perché perdevano i palloni e volevo far loro capire che dovevano stare attenti. Il resto viene fuori tutto dal sostegno degli altri e dai nostri sacrifici ma viviamo di grandi soddisfazioni.

Si possono donare anche scarpe o indumenti da basket usati ma chiaramente in buone condizioni?

Ci arriva roba usata continuamente. Se pensiamo che abbiamo avuto un allievo che, in piena estate, è venuto ad allenarsi con le polacchine con la pelliccetta dentro e il carrarmato sotto, rendo bene l’idea!

Secondo lei, quanto è importante per questi ragazzi il basket?

Moltissimo. Innanzitutto è una grande opportunità per stare con gli altri perché altrimenti starebbero isolati, in quanto loro sono disseminati nei 27 km di litoranea di Castel Volturno. Non hanno mezzi né privati né pubblici per cui il basket è diventato un momento di incontro per loro. Poi rappresenta l’opportunità di fare sport e ho notato in molti di loro già un grande cambiamento riguardo l’autostima. Iniziano a capire cosa significa inserirsi nella società e cosa c’è oltre Castel Volturno, hanno fatto delle trasferte viaggiando il treno o in aereo per la prima volta e anche dormendo in un albergo per la prima volta.

Tra loro c’è chi sogna: dall’NBA all’aeronautica.

Cosa vogliamo dire, in conclusione?

Io spero che ci sia qualcuno molto sensibile che possa capire quello che stiamo facendo e che possa aiutarci dando un’opportunità per continuare un progetto che ogni giorno ci risolleva l’animo.

Ci sono molte persone che hanno il cuore grande ma abbiamo bisogno di certezze per poter continuare.

 

Non è assolutamente la prima volta che mi trovo a scrivere di solidarietà e sport. Massimo Antonelli e Tam Tam Basketball mi hanno letteralmente incantato per vari motivi. Innanzitutto perché hanno rafforzato l’idea che, proprio come diceva lui in conclusione, esistono persone “con il cuore grande”. In secondo luogo perché l’opera di Tam Tam Basketball serve a togliere i ragazzi dalla strada in una delle zone in cui gli immigrati vivono alle soglie della povertà ed è molto facile incappare nella criminalità. Infine ha dimostrato che, a differenza di chi si fa dello sport un business, può esistere ancora la passione, l’orgoglio e la partecipazione per rendere nobile l’attività sportiva.

Oggigiorno, a meno che non si impegni la scuola, i bambini e i giovani che vogliano fare attività sportiva devono pagare e c’è chi, comunque, davvero non può permetterselo e, lo ricordo di nuovo, lo sport è fondamentale per lo sviluppo della persona. Ad ognuno andrebbe data l’opportunità di mostrare le proprie capacità che, spesso, sono nascoste e vengono fuori solo se messe in pratica. Quindi il progetto Tam Tam merita davvero considerazione e supporto.

Grazie a Massimo Antonelli, ai suoi soci e a chi li sostiene in questa splendida avventura e tantissimi auguri ai ragazzi del Tam Tam Basketball.

Maria Paola Battista

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About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Difetti? Non ho una buona capacità di guardarmi intorno e, strano a comprendere forse, non sono molto curiosa! Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu