Tempo
Si dice che a volte è tutta una questione di tempo, la nostra croce e preoccupazione più grande. Ce ne stiamo lì, inermi, a intuirne il passaggio, a vederlo scorrere mutevole come il fiume di Eraclito, eppure troppo spesso non ne vediamo la sua natura polisemica. Non riusciamo spesso a distinguere il tempo esteriore, da quello interiore; il tempo cronologico, quell’incessante successione di minuti, ore, anni, irreversibile, con un inizio e una fine, dal tempo ciclico – caro alle popolazioni antiche – ritmico, legato ai cicli naturali e cosmici. Lo concepiamo, il tempo, mentre inesorabile scorre, eppure sembra sempre che non abbiamo a disposizione abbastanza parole per dargli un significato.
Appare già più complesso andare alla ricerca della corretta etimologia del termine tempo. La Treccani lo ricollega al latino tĕmpus -pŏris, voce d’incerta origine, che aveva solo il significato cronologico, e non quello atmosferico, che qui non tratteremo. Non possiamo non soffermarci, però, sul fatto che i greci avessero due termini ben diversi per narrare il tempo: chrónos, quello misurato dalle clessidre, dagli orologi, nella sua natura quantitativa, e kairós, nella sua natura qualitativa: il momento giusto, un tempo speciale che deve essere colto al volo. E se spesso ci dimentichiamo di quest’ultimo e di quanto esso debba essere vissuto, ascoltato, sentito, troppo spesso ci lasciamo divorare dal primo, da quello che misuriamo costantemente, che ci sembra così sfuggente, che ci travolge e a volte ci soffoca.
Ma il tempo non è solo una corsa di non ritorno, l’inesorabile scrosciare dei granelli nella clessidra: è memoria, attesa, possibilità, trasformazione, tante di quelle parole che abbiamo esplorato nel corso di questo viaggio etimologico, ed è ciò che ci aiuta dare senso alla vita. Basti pensare a Marcel Proust che ha dedicato pagine e pagine, diventate poi ben 7 volumi (À la recherche du temps perdu, 1913-1927), al tempo che non è solo esteriore ma anche interiore, un tempo che apparentemente perduto, legato al passato ma ben radicato in noi, che può essere rievocato e rivissuto, anche se con malinconia, grazie alla memoria. Ecco, che il tempo diventa una questione intima e soggettiva, che pulsa in ognuno di noi. C’è poi il tempo sospeso, vuoto, che diventa prigione quando manca uno scopo, una direzione come quello che scorre in Aspettando Godot di Samuel Beckett, ma che può trasformarsi, nell’attesa, anche esso in esperienza.

La memoria che ci permette di rivivere il tempo passato può assumere molte forme, ma per noi ha il profumo della carta, del legno antico e di un velo di polvere. È l’aroma sottile delle emozioni rimaste intrappolate tra le pagine, delle parole che scorrono sotto i nostri occhi e che, come porte segrete, spalancano mondi lontani e tempi ormai trascorsi, imprimendo per sempre attimi vissuti. Come una madeleine proustiana, è proprio attraverso il libro che il passato torna a vivere: ricordi, sensazioni, frammenti d’esistenza riaffiorano con sorprendente nitidezza. Accade così anche in Scia luminosa di un tramonto di Pia Cascone (Ed. Il Papavero, 2013), dove la vita si fa racconto, il tempo personale dettato dalla quotidianità si intreccia al tempo collettivo, e ciò che è intimo si trasforma in uno specchio della memoria condivisa. Tra le righe prende forma un’epoca: usi, costumi, gesti semplici e grandi eventi si rincorrono e si riflettono.
Allora, forse, se è così difficile da mostrarlo nel suo significato, è proprio perché il tempo non è mai una sola cosa, non è solo il susseguirsi dei giorni, l’agenda, le scadenze, ma è anche consapevolezza, memoria, identità e proiezione. È il presente, che sfugge appena lo immaginiamo, è il passato, che ci dice chi siamo, ed è futuro che ci fa immaginare chi saremo. E se questo e tanto altro è il tempo allora ciò che dovremmo imparare a fare non è gestirlo, ma ascoltarlo, viverlo e non perderlo nel misurarlo.
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