Un libro per l’estate. “Il segreto del bosco vecchio” di Dino Buzzati: uno sguardo alla scrittura del passato per guardare al presente

Il romanzo-fiaba “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati (Mondadori editore, 1991) rientra egregiamente nel genere fantastico fiabesco. Il libro consta di 40 brevi capitoli in cui prendono voce animali, alberi e il vento, mentre la foresta misteriosa è popolata di geni, ognuno a guardia di un abete, abitatore di un tronco, ma capace di venir fuori in veste di uomo oppure animale durante il giorno ma ancor più la notte. La natura animata risveglia il sentire atavico, certamente prerogativa della primissima infanzia e facente parte del pensiero immaginale. Tutto è spontaneo, vivo, incorrotto. Corrotto è l’uomo, uno dei due protagonisti, il colonnello Sebastiano Procolo, che vorrebbe sfruttare il Bosco Vecchio per disboscarlo e guadagnare con il commercio del legname, avendo in mente soltanto il profitto. Vorrebbe anche derubare il nipote Benvenuto, un bambino orfano e gracile di dodici anni, della sua eredità terriera. Medita perfino di ucciderlo con la complicità del vento Matteo, malefico e senza scrupoli. Anche la natura quindi sa commettere delitti con intenzionalità? Qui il vento è metafora della prepotenza bruta, quella umana.
Il bosco è l’inviolato mondo divino, nel quale vige la legge morale naturale; infatti assistiamo a uno straordinario processo nei confronti del colonnello da parte di uccelli radunatisi in convegno notturno, presieduto da un giudice gufo.
Sebastiano Procolo è così duro di cuore da uccidere la gazza sentinella con una fucilata, solo per una sua crisi di nervi. La gazza muore recitando una poesia, dedicata ai suoi fratelli; qui Buzzati tocca vette di grande lirismo, pur conservando un tono in apparenza distaccato, quasi da giornalista.
Sebastiano, nonostante la sua devianza psichica, conserva una sua nobiltà, per esempio il senso dell’onore, sa e vuole tener fede alla parola data. Sebbene sia un adulto calcolatore, possiede la doppia vista e vede i geni i veri padroni del Bosco Vecchio, così vuole sottometterli e sfruttarli. Ma cambierà.
La fiaba è una storia di redenzione, il vecchio colonnello scopre di provare affetto per il nipote e per lui sacrificherà se stesso. Benvenuto impara a essere “grande”, a sostenere e superare le prove, a fronteggiare il disprezzo dei compagni data la sua debolezza fisica, fino a conquistare la loro stima.
Tutto ciò comporta un prezzo, costa dolore e perdita. La fine della visione, dell’innocenza. In queste pagine, inoltre, si incontra anche il dramma del tempo che scorre, scivola inesorabilmente via, con la consapevolezza di quanto si perde vivendo. “I geni” sono personaggi incredibili, i custodi degli alberi che sono in grado di trasformarsi in persone per poter comunicare e “adeguarsi” al mondo esterno. Buzzati è riuscito a rendere l’dea che voleva dare dell’aspetto umano, sempre pronto a distruggere ciò che non conosce o ciò di cui ha paura.
Buzzati è riuscito a dare voce al bosco, agli animali e al vento con incredibile maestria. È un testo attuale e assolutamente veritiero. La scrittura è paragonabile alla poesia perché le parole scorrono come musica. Da leggere per riflettere.
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