Unione Europea, faro dello sviluppo. Il focus di Giuseppe Rocco

L’idea di Europa unita risale a secoli or sono, ma si concretizza negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, per prevenire ulteriori conflitti e facilitare la ricostruzione postbellica. Così nel 1957 sorge la Comunità economica europea (CEE), rivisitata e rafforzata con il Trattato di Maastricht, che crea l’Unione europea e pone le basi per l’Unione economica monetaria. La collaborazione si evolve con l’avvento dell’Euro, vera svolta semantica, al punto da divenire la moneta più importante del mondo. Manca la convinzione e l’impegno per assicurare a questa moneta la rappresentatività internazionale, come il pagamento in euro del petrolio.

La comunità ha recepito il libero scambio, come evocato dagli economisti classici, Adam Smith e David Ricardo, che hanno illustrato come il commercio tra due paesi possa risultare reciprocamente vantaggioso, grazie alla specializzazione delle rispettive produzioni. Adam Smith asseriva “di non cercare mai di fabbricare da sé ciò che costerebbe di più a farlo che a comprarlo: il sarto non cerca di fabbricare da sé le scarpe, ma le compra dal calzolaio; il calzolaio non cerca di farsi i vestiti, ma li commissiona al sarto”. Il concetto viene perfezionato da Davide Ricardo, che dimostra il concetto di vantaggio comparato. Al riguardo riporta l’esempio dell’avvocato, il quale dispone di una dattilografa veloce, ma lui è ancora più veloce della dattilografa. Ebbene l’avvocato ha convenienza a svolgere l’esercizio di legale e avvalersi della dipendente, in quanto in questo modo guadagna molto di più.

La politica dell’Unione europea comporta soltanto un errore, che consiste di muoversi al carro degli Stati Uniti, perdendo completamente l’identità latina. Gli Stati Uniti perseguono una politica finanziaria iper liberale, in cui viene distorto il rapporto fra economia reale e finanza e soprattutto si presta al gioco nefasto delle holding e dei manipolatori di Borsa. Peraltro il Trattato di Roma prevede restrizioni sui movimenti di capitali in circostanze in cui questi ultimi potrebbero causare perturbazioni sui mercati finanziari, oppure per ragioni legate alla bilancia dei pagamenti. In questa direzione, nasce nel 1998 la Banca Centrale Europea (BCE), con il compito per coordinare le politiche monetarie degli Stati membri, per monitorare la liquidità delle banche e chiedere un aumento di capitale all’occorrenza. In aggiunta, alla necessità di preservare l’ottica latina, si deve cercare di conservare lo stato sociale, per un lavoro umano ed efficiente ed evitare di raggiungere i livelli estremi dell’efficientismo selvaggio, diffuso negli Stati americani.

Il fiore all’occhiello dell’Unione resta sempre la Politica Agricola Comunitaria (PAC). Varata nel 1962, essa rappresenta una stretta intesa tra agricoltura e società, tra l’Europa e i suoi agricoltori. Persegue i seguenti obiettivi:

  • sostenere gli agricoltori e migliorare la produttività agricola, garantendo un approvvigionamento stabile di alimenti a prezzi accessibili;
  • tutelare gli agricoltori dell’Unione europea affinché possano avere un tenore di vita ragionevole;
  • aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali;
  • preservare le zone e i paesaggi rurali in tutta l’UE;
  • mantenere in vita l’economia rurale promuovendo l’occupazione nel settore agricolo, nelle industrie agroalimentari e nei settori associati.

La politica agricola comunitari (PAC) è l’architrave del processo di integrazione all’interno dell’Unione europea. Infatti i meccanismi di stabilizzazione dei mercati sono stati gradualmente instaurati nel settore agricolo con l’obiettivo di incrementare la produttività. Sotto il profilo commerciale, questo esempio è il prototipo di cerniera comunitaria, costituita con l’introduzione dei prelievi all’importazione e delle restituzioni all’esportazione, ottenuti rapportando un prezzo di riferimento a un prezzo di intervento. Così i prelievi all’importazione frenavano il flusso di prodotti terzi e le restituzioni all’esportazione incentivavano le correnti comunitarie sui mercati stranieri. Il sistema contava su titoli, quali cert-import e cert-export, ossia licenze che servivano per il controllo doganale.

Con gli accordi in sede GATT (poi divenuto OMC), il fenomeno viene contenuto. L’Uruguay round riduce del 21% in quantità di esportazioni sovvenzionate e del 26% lo stanziamento del bilancio. Ne discende che dal primo luglio 1995, tutte le misure che limitano l’importazione di prodotti agricoli sono convertite in dazi doganali (tariffazione), ossia vengono soppressi i prelievi variabili all’importazione, nonché altri oneri previsti dalle organizzazioni dei mercati. Per mantenere un minimo di protezione contro gli effetti negativi, innescati dal meccanismo della tariffazione, vengono consentiti dazi addizionali a condizioni ben definite.

La politica agricola è stata il toccasana e l’impulso per armonizzare la solidarietà dei popoli aderenti. Successivamente sono stati introdotti altri meccanismi benefici, come le norme rientranti nell’ambito della sussidiarietà, quando l’Unione interviene su una materia non facilmente regolabile per una singola nazione, altrimenti risulterebbe frazionata e poco efficiente.

Come campo di vasta portata organizzativa, annoveriamo la moneta unica, non recepita ancora da tutti i partner, ma per ora si è mostrata di grande successo. Partecipare a un’unione economica e monetaria comporta la perdita di una politica monetaria autonoma, quindi anche la rinuncia al potere di aggiustamento di cambio. In Italia all’applicazione dell’euro si è registrato la strumentalizzazione del cambio fra euro e lira; operazione che ha comportato una certa inflazione e che ha nuociuto alle tasche dei lavoratori dipendenti e pensionati, bloccati da standard tariffari. Questo è avvenuto per colpa del governo in carica, che non ha saputo gestire l’operazione di transazione. A parte le procedure, l’avvento dell’euro ha rappresentato un fatto epocale di enorme peso culturale, con riflessi di consistente valore sostanziale della moneta nazionale. Il momento storico decisivo è da ascrivere al Trattato di Maastricht, portatore di una svolta di solidarietà. In questo solenne protocollo sono stati fissati i criteri per i candidati a partecipare all’istituzione europea, che sono:

  • tassi di inflazione non superiore all’1,5% sopra la media dei tre Stati membri dell’UE con il tasso più basso di inflazione;
  • tassi di interesse al lungo non devono essere superiori di oltre il 2% rispetto alla media dei tre Stati membri dell’UE con l’inflazione più bassa;
  • debito pubblico non superiore al 60% del PIL;
  • deficit di bilancio nazionale non superiore al 3% del PIL.

Una vera sorta di Vangelo per l’andamento economico e per accreditare l’adesione ad un’istituzione grandiosa e sacrale. Per controllare le vicende monetarie, successivamente e per coordinare le banche centrali nazionali, è sorta la Banca Centrale Europea (BCE), con l’impegno di assicurare la sua indipendenza da pressioni politiche. Uno dei momenti significativi si è verificato nel maggio del 2010, quando la BCE è intervenuta per gli acquisti di titoli greci nell’ambito del programma SMP; nel settembre 2011 l’impegno è stato esteso a Spagna e Italia.

Numerosi sono gli elementi a beneficio di questa meravigliosa istituzione, che è l’Unione europea. Fra gli interventi, relativamente recenti, ricordiamo nel 2013 l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per la risoluzione delle crisi nell’Eurozona. Il protocollo prevede che i creditori sostengano una parte dell’onere dei salvataggi. Hanno ratificato l’accordo tutti i paesi, tranne l’Italia che si sta apprestando all’adesione. Un elemento inquinante, ma a livello mondiale, è rappresentato dall’esistenza sciagurata delle agenzie di rating, che procedono a valutazioni delle situazioni economiche delle varie nazioni e corporazioni; spesso pagate da aziende che sono oggetto di valutazione, causando riflessioni distorte. Queste subdole istituzioni private, frutto del laboratorio Usa, si stanno rivelando un danno e non un beneficio.

L’osservanza delle misure di austerità si è spesso scontrata con la reazione popolare e infine con l’arrivo spietato della pandemia Covid 19, che ha sconvolto la vita socio-sanitaria e pure economica. Tutto ciò ha modificato le tendenze della governance dell’Unione. Una grande visione del momento! Infatti la Commissione europea, il Parlamento europeo e i leader dell’Unione europea, hanno concordato un piano di ripresa che aiuterà l’Unione europea a riparare i danni economici e sociali causati dall’emergenza sanitaria da coronavirus e contribuire a gettare le basi per rendere le economie e le società dei paesi europei più sostenibili, resilienti e preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e digitale: un investimento sul futuro dell’Europa e degli Stati membri. Con l’avvio del periodo di programmazione 2021-2027 e il potenziamento mirato del bilancio a lungo termine dell’UE, l’attenzione è posta sulla nuova politica di coesione e sul pacchetto finanziario denominato  Next Genrration EU, uno strumento temporaneo da 750 miliardi di euro ideato per stimolare una “ripresa sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa”, volto a garantire la possibilità di fare fronte a esigenze impreviste, il più grande fondo per stimolare l’economia mai finanziato dall’Unione.

Complessivamente gli investimenti previsti dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dal Fondo complementare sono pari a 222,1 miliardi di euro (delle quali 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto). Una vera cascata di milioni di euro che enfatizza la presenza dell’Unione e la rende ormai indispensabile alla nostra sopravvivenza. Il problema cambia in Italia, sulle metodologie di gestione del fondo medesimo, poiché assume rilevante importanza la distribuzione e l’utilizzazione di queste risorse. Dalle poche notizie si conosce che 66 miliardi vengono impiegati dagli enti territoriali, ove si annoverano scelte erronee e fuori luogo ma soprattutto vi è una dispersione dei fondi in tanti rivoli. In una situazione catastrofica a livello nazionale nei settori della sanità, giustizia e occupazione, le risorse andavano finalizzate su questi settori. Invece la sanità utilizza soltanto il 33 per cento, mentre assistiamo a settori deboli e incompleti al servizio dei malati. I medici dei pronto soccorso sono insufficienti ma non vengono aumentati, i letti in ospedali sono pochi e restano tali, le farmacie vivono con le code agli sportelli e non si parla di aumentare il numero, le cause giudiziarie durano dodici anni e la magistratura resta invariata. Assumere personale in questi settori vorrebbe salvare il benessere sociale italiano e nel contempo allargare la sfera occupazionale. E così difficile comprendere questa nozione?

Le amministrazioni centrali hanno la titolarità dell’attuazione degli obiettivi o target, in contatto col servizio centrale per il PNRR, insediato presso il ministero dell’Economia. Gli altri dicasteri si sono dotati di strutture specifiche, che rispondono al citato Ministero presso la Ragioneria, che svolge il compito di coordinamento operativo, monitoraggio, rendicontazione e controllo del Piano. Viene contemplato un fondo di rotazione per alimentare il Next Generation Eu-Italia, il quale prevede stanziamenti per il 40% nelle regioni meridionali.

Se a queste scelte inopportune di gestire il fondo, si aggiunge la decisione di togliere sei miliardi di euro alla sanità nei prossimi tre anni, possiamo riconsiderare il mito del governo Draghi. Mentre l’Unione va bene, anzi si muove splendidamente, il nostro Paese ignora – tra la sonnolenza del popolo – i filoni della sanità, della giustizia e dell’occupazione.

Nella disamina sulle peculiarità, sul fascino, sulla determinazione dell’Unione europea, sono stati citati i punti salienti della bontà e procedura del sistema europeo, ma si potrebbero aggiungere altri argomenti, quali la politica ambientale e quella regionale, la tutela della concorrenza, la convenzione di Lomé per aiutare i popoli africani e asiatici e frenare l’immigrazione. L’elenco è molto lungo. Come si evince l’Unione europea è un vero faro per la pace e il progresso dei popoli europei. Qualcosa ancora bisogna fare, come l’armonizzazione della politica fiscale, per evitare disarmonie create da Stati con fiscalità bassa e ricettiva di abusi da parte di holding. Non sarebbe neanche male una politica estera comune, ma ancora abbiamo tempo.

Un punto lascia ampiamente a desiderare: la personalità dell’istituzione, scarsamente incisiva nei problemi di pace esterna, come è accaduto nel Medio oriente, di recente nella guerra di aggressione della Russia a danno dell’Ucraina, della posizione politica per poter competere con Usa, Cina e india.

La comprensione dell’Unione europea è anche un problema di identificazione dei principi che ne rendono riconoscibile l’autenticità e la coerenza nell’ambito della sopravvivenza sociale, intesa come grandezza economica, storica e culturale.

©Riproduzione riservata

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.