C’era una volta il medico di famiglia

Premetto una cosa, perché in tempi come questi è facile essere fraintesi: questo non è un articolo contro i medici. Al contrario, è un articolo che nasce proprio dal riconoscimento del loro valore, della loro competenza e dell’importanza insostituibile del loro ruolo. La critica, se di critica si può parlare, è rivolta a un sistema che sembra aver progressivamente sottratto tempo, spazio e umanità sia ai pazienti sia ai professionisti della salute.

Da molti anni lavoro come naturopata e kinesiologa emozionale (legge 4/2013) e una parte importante del mio lavoro consiste nell’accompagnare persone che stanno attraversando momenti di fragilità, malattia o sofferenza, ma spesso la battaglia più dura non è aiutarle a stare meglio, ma convincerle a rivolgersi ai medici.

Mi capita di spiegare, a volte con grande fatica, che il mio intervento si colloca esclusivamente nell’ambito del sostegno naturopatico ed energetico alla persona. Posso aiutarla ad affrontare con maggiore equilibrio il percorso della malattia e delle cure, ma non posso e non devo sostituirmi alla medicina. Il medico resta una figura imprescindibile.

Negli anni Novanta scrissi un articolo su “Il Ponte” dal titolo provocatorio: “Come si può curare un corpo amputando l’anima?”. Allora riflettevo sul rischio di una medicina troppo concentrata sulla malattia e troppo poco sulla persona. Oggi, però, il problema mi sembra ancora più serio. Non si tratta soltanto di integrare corpo e anima, ma di evitare che il paziente si senta abbandonato proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di una guida.

C’era una volta il medico di famiglia. Non era semplicemente il professionista che prescriveva farmaci o compilava ricette. Era una persona che conosceva la tua storia. Sapeva quali malattie avevi avuto da bambino, quali lutti avevano segnato la tua vita, quali preoccupazioni ti tenevano sveglio la notte. Conosceva il tuo contesto familiare, le tue fragilità e spesso persino i tuoi silenzi.

Era il punto di riferimento stabile nel tempo.

Quando compariva un problema importante, non eri costretto a ricominciare ogni volta da zero raccontando la tua storia a un estraneo. C’era qualcuno che già ti conosceva e che poteva aiutarti a orientarti, qualcuno che faceva da anello di congiunzione tra te e gli specialisti, tra la diagnosi e la cura, tra la medicina e la vita reale, perché una persona che soffre non è soltanto una persona malata, è una persona spaventata, disorientata e spesso arrabbiata.

La malattia, soprattutto quando è seria o quando arriva all’improvviso, fa vacillare tutte le nostre certezze. Ci si sente come se il terreno sotto i piedi si stesse sgretolando. In quei momenti non basta ricevere una diagnosi, non basta una prescrizione, si ha diritto alla verità, ma la verità deve essere spiegata, deve essere tradotta in parole semplici, resa comprensibile.

Bisogna sapere cosa sta accadendo, quali saranno i prossimi passi, quali esami andranno fatti, quali possibilità esistono, cosa ci si può aspettare. Programmare non elimina la paura, ma la rende più gestibile, sapere cosa accadrà domani restituisce una parte di quel senso di controllo che la malattia sembra portare via.

Quando invece il paziente viene lasciato solo nell’incertezza, la paura rischia di diventare così intensa da spingerlo persino a rinunciare alle cure, a rimandare accertamenti, a cercare risposte improbabili o scorciatoie pericolose. Per questo il rapporto di fiducia tra medico e paziente non è un accessorio romantico di una medicina che non esiste più: è uno strumento terapeutico fondamentale.

Penso spesso alla teoria dell’attaccamento di John Bowlby: il bambino cerca nel genitore una base sicura da cui partire per esplorare il mondo e alla quale tornare nei momenti di difficoltà. Quando questa base è affidabile, il bambino sviluppa fiducia e sicurezza, quando invece la figura di riferimento è imprevedibile, disponibile a volte sì e a volte no, può svilupparsi quello che viene definito attaccamento ansioso ambivalente: il bambino desidera la vicinanza del genitore perché ne ha bisogno, ma allo stesso tempo ne diffida. Lo cerca e contemporaneamente teme di non trovare risposta. Questa oscillazione genera ansia, insicurezza e confusione.

Naturalmente il medico non è un genitore e il paziente non è un bambino, tuttavia, nei momenti di malattia emergono bisogni profondi di protezione e orientamento e quando il sistema sanitario diventa impersonale, frammentato e difficile da comprendere, molte persone finiscono per vivere una sorta di attaccamento ambivalente verso la medicina stessa: sanno di averne bisogno, che può aiutarle, ma allo stesso tempo la temono. Temono di non essere ascoltate, di essere liquidate in pochi minuti, di non capire, di restare sole. E così si crea un cortocircuito che alimenta diffidenza, rabbia e allontanamento.

Forse è proprio qui che il medico di famiglia dovrebbe recuperare la sua funzione più preziosa. Non soltanto quella di prescrivere, diagnosticare o inviare allo specialista, ma quella di “prendere in carico il paziente”, un’espressione che usiamo spesso senza riflettere abbastanza sul suo significato. Letteralmente significa assumersi la responsabilità di accompagnare qualcuno lungo un percorso.

Significa esserci. Significa aiutare una persona a non sentirsi sola davanti a ciò che sta vivendo.

In psicologia si parla di scaffolding, quell’impalcatura temporanea che sostiene qualcuno mentre acquisisce nuove competenze o affronta una situazione complessa. Ecco, il medico di famiglia dovrebbe essere anche questo: un’impalcatura sicura che permetta al paziente di attraversare la malattia senza sentirsi precipitare nel vuoto. Non serve avere tutte le risposte, a volte basta esserci.

Basta spiegare, indicare la strada, il prossimo passo, perché la cura non coincide soltanto con il trattamento della malattia: è anche la relazione che permette alla persona di affrontarla.

Forse non dovremmo chiederci dove sia finito il medico di famiglia di una volta, dovremmo piuttosto domandarci se un sistema che costringe tutti a correre, medici e pazienti, non stia privando entrambi di qualcosa di essenziale: il medico perde la possibilità di esercitare pienamente la dimensione più umana della sua professione; il paziente perde quella base sicura di cui avrebbe disperatamente bisogno quando la vita gli presenta il conto più difficile.

Eppure proprio da lì, da quella relazione di fiducia, potrebbe ricominciare una medicina capace non solo di curare le malattie, ma di accompagnare le persone.

Con infinito amore ddb

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About Donata De Bartolomeis

Naturopata ai sensi della legge 4/2013, holistic coach, laureata in psicologia, porto avanti un mio metodo dolce e non invasivo, la “Speleologia del sé”, per lavorare sui blocchi energetici (credenze limitanti, auto-sabotaggi, emozioni depotenzianti…). “Non sono ciò che faccio, sono semplicemente ciò che sono. E spesso mi ritrovo a guardare il mondo a testa in giù.” http://edizioniilpapavero.it/altraformazione/benessere e il numero di tel. 3387780160