Mercantilismo, capitalismo e finanza. Il focus di Giuseppe Rocco

Quando parliamo di capitalismo, si giunge al XVIII secolo per la sua apparizione. Il capitalismo trova terreno fertile in Europa, grazie agli strumenti sofisticati come le Borse e le diverse forme di credito. All’infuori dell’Europa, il capitalismo incontra qualche ostacolo di natura sociale e religiosa, come l’Islam in India e in Cina. Solo in Giappone, in modo ridotto, si passa con la forza intrinseca, dall’ordine feudale all’ordine monetario.

Non esiste una scuola di pensiero mercantilista in senso stretto. Si attribuisce ad Adam Smith che, nel 1776, introduce il termine “sistema mercantile” per denunciare le confusioni dei suoi predecessori. Gli autori designati con questo termine condividevano alcune preoccupazioni e atteggiamenti che li distinguevano dalla dottrina tomista del medioevo e dall’economia classica che emerge alla fine del XVIII secolo.

Mentre gli autori medievali affrontano le questioni economiche in relazione alla moralità divina, i mercantilisti considerano le questioni economiche da punto di vista dell’arricchimento dei mercanti e del potere dello Stato.  In questo modo, gettano le basi di una nuova disciplina: l’economia politica.

I mercantilisti cercano di dimostrare che esisteva una convergenza di interessi tra il sovrano e i mercanti del regno: il potere politico del primo dipendeva dall’arricchimento dei secondi. Infatti una delle idee più pervasive del pensiero mercantilista era quindi la simbiosi tra potere e ricchezza.

La ricchezza nazionale, identificata con l’abbondanza di moneta e beni, era la precondizione per il potere politico e militare. Questa visione del mondo economico come un’arena di competizione tra Stati, una sorta di gioco dove il guadagno di una nazione corrispondeva alla perdita di un’altra. Il concetto più noto associato al mercantilismo è quello della bilancia commerciale favorevole.

Poiché le transazioni internazionali venivano regolate in oro o argento, un surplus commerciale comportava afflussi di metalli preziosi superiori ai deflussi e, di conseguenza, un aumento dello stock di oro e argento in circolazione nel paese. Per ottenere questo risultato, diventa necessario incoraggiare l’attività dei mercanti del regno. Sebbene siano favorevoli agli scambi commerciali, i mercantilisti non sono sostenitori del liberalismo economicosecondo loro, lo Stato doveva intervenire nell’attività economica del Paese con regolamentazioni e incentivi per stimolarla e indirizzarla nella direzione opportuna. Così facendo, gettano anche le basi di una disciplina che sarebbe stata chiamata, molto più tardi, con il nome di macroeconomia.

Già nel XVII secolo, pensatori, come Thomas Mun, iniziano però a proporre una visione più articolata: oro e argento non rappresentano soltanto una ricchezza statica, ma vengono considerati anche come capitale circolante, capace di conferire impulso all’economia. Un’abbondanza di moneta, può ridurre i tassi d’interesse, stimolare gli investimenti e incentivare il commercio: la bilancia commerciale favorevole non aveva solo lo scopo di arricchire le casse del sovrano, ma contribuiva a rendere più dinamica l’intera economia nazionale.

Questa svolta scatta fondamentale perché segna il passaggio da una concezione dell’economia basata sulla morale, la giustizia e la volontà dei singoli attori (come i presunti banchieri corrotti) ad una visione dell’economia come sistema regolato da proprie leggi, quasi meccaniche.

Inizia un nuovo linguaggio economico, che permette analisi più astratte e sistemiche dei fenomeni economici, gettando le basi per l’economia classica di Adam Smith. Si attribuisce a Jean Bodin la formulazione della spiegazione secondo cui la causa dell’inflazione risiede nell’aumento dell’offerta di moneta, provocato proprio dall’afflusso di oro e argento provenienti dall’America.

Un’ampia disponibilità di manodopera avrebbe mantenuto bassi i salari, mentre l’abbondanza di moneta avrebbe favorito un livello contenuto dei tassi d’interesse, agevolando così il finanziamento degli investimenti industriali e commerciali. L’enorme afflusso di metalli preziosi dalle Americhe consente anche un ruolo decisivo nella nascita e nel rafforzamento dello Stato moderno, che va a sostituire le baronie feudali, i prìncipi e le città che avevano dominato i secoli precedenti.

Pertanto i mercantilisti sono perciò favorevoli a un deciso intervento dello Stato nell’economia. D’altra parte, l’accumulazione di metalli preziosi è essenziale per finanziare gli eserciti e le numerose guerre tra Stati. In tal modo il mercantilismo appare saldamente radicato nelle politiche difensive e aggressive delle nazioni.

Il mercantilismo è un fenomeno tipicamente europeo, in un’epoca segnata da guerre commerciali e dalla lotta per il potere e il prestigio internazionale. Il mercantilismo come sistema dominante di pensierotermina nel 1776 con la pubblicazione della “Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith.

La teoria dominate è che Il ruolo dello Stato serve a promuovere la competitività e la natura conflittuale degli scambi internazionali; invece il capitalismo viaggia su suoi binari senza lo Stato, anzi condizionando spesso lo Stato; inoltre il mercantilismo ha uno spazio nazionale e il capitalismo un orizzonte internazionale.

Un regresso nell’economia viene espresso dall’orientamento di Trump, la cui opera viene descritta come neo-mercantilista per l’uso sistematico di dazi generalizzati e di misure selettive su settori “strategici” come acciaio e alluminio, oltre alle tariffe contro la Cina su centinaia di miliardi di dollari di importazioni. Tutto ciò nel tentativo riportare produzione e occupazione all’interno dei confini nazionali e a rafforzare il potere negoziale degli Stati Uniti, più che a massimizzare l’efficienza globale. Assistiamo ad una linea d’azione perdente perché opera bene nel breve periodo e intanto coinvolge i rapporti commerciali nel pianeta.

Il capitalismo viene favorito dal commercio internazionale. In passato, l’economia preindustriale viene caratterizzata dalla coesistenza della rigidità e lentezza nei movimenti delle merci. Le grandi concentrazioni economiche richiedono una massa di mezzi tecnici imponenti, come avvenuto per l’arsenale di Venezia nel XV secolo, per l’Olanda nel XVII secolo e per l’Inghilterra nel XVIII secolo.

Il mercato è cresciuto ed ha conosciuto forme di sofisticazioni. Non a caso la fioritura è nata nel Mediterraneo, ove le forze attive dell’economia si dispiegano con una crescente armonia. I piccoli mercati cedono alle catene commerciali. Un esempio grandioso resta il Centergross di Funo di Argelato, in provincia di Bologna, una vera cittadina di commercianti all’ingrosso, circa 650, che ha segnato la forza del mercato all’ingrosso. Purtroppo nel terzo millennio, il commercio all’ingrosso è andato in crisi, poiché i nascenti supermercati hanno creato rapporti direttamente con l’industria, saltando l’anello del commercio all’ingrosso.

Non sempre il mercato è così benevolo da autoregolamentarsi, secondo il principio della mano invisibile di Adam, Smith, in quanto spesso il mercato viene alterato o manipolato. Anche se la genesi del mercato parte dai mercanti, la svolta nel capitalismo si avverte con le tre rivoluzioni industriali, a cui seguono le accumulazioni dei capitali effettuate dalle multinazionali, dei veri pilastri che spostano l’asse dalle merci alle carte finanziarie: un abbruttimento dell’economia. Siamo nelle mani di manager sconosciuti che gestiscono in modo diretto e indirette intere catene di aziende, in diversi rami dell’attività. L’oggetto non è la merce, materia prima per l’uomo, ma le carte (finanziarie), le quali entrano in una giostra di espedienti, in modo da fruttare ricchezza a pochi.

La deviazione dei valori accredita forze monetarie e lascia in sordina i beni e i servizi, che sono il vero bisogno dell’uomo. L’esaltazione della finanza aiuta pochi, allarga la forbice del benessere, pregiudica la sicurezza sociale, dimentica i bisogni umani, pone la vita quotidiana sempre in allerta, nel rischio di inghippi della finanza inquinata. 

L’incipit delle crisi economiche è sempre dovuto al rapporto feticismo con il capitalismo, secondo una deviazione dei valori. Nel rapporto fra l’economia reale, elemento base, e la componente accessoria della finanza, si inverte il peso, sovvertendo alle regole del gioco. Ad abundantiam, basta richiamare le due importanti crisi economiche del 19129 e del 2007.

Le ragioni della crisi del 1930 partono dagli Stati Uniti, che cadono in una profonda recessione strutturale dovuta alla rapida introduzione delle tecnologie di massa e alla disponibilità di energia a basso costo (petrolio). Ne consegue una elevata crescita della produzione standardizzata basata sui sistemi ad alta intensità di capitale e a flusso continuo. Il nuovo paradigma tecnologico non viene accompagnato da cambiamenti istituzionali e sociali e pertanto la ricchezza si accumula in un’unica direzione, nelle casse dei capitalisti. La ineguale distribuzione del reddito avrebbe richiesto investimenti pubblici e privati per favorire l’allargamento della domanda di beni, tramite forme di credito al consumo che avrebbe ampliato il mercato interno. Come conseguenza l’attività produttiva viene frenata. Assistiamo ad una crisi di saturazione.

Analizzando l’andamento fenomenale si può pensare a diverse concause, sia interne agli Stati Uniti, dove si realizza il primo terremoto finanziario della storia che ha uno dei suoi fulcri nel giovedì nero di Wall Street, ma le cui cause e conseguenze erano assai più complesse di un crollo borsistico, sia a livello internazionale dove vengono coinvolti molti paesi in una recessione spaventosa che dura diversi anni. Tuttavia la crisi inizia ufficialmente con il crollo della Borsa di Wall Street che segnala la distruzione, in valore e in crescita, di molti settori industriali e imprenditoriali che fino agli anni ’20 avevano avuto sia una crescita esponenziale di fatturato sia una crescita finanziaria parallela e ugualmente intensa.

Le disarmonie determinate dalla crisi penalizzano duramente i salari e i prezzi al consumo e bloccandone gli scambi commerciali interni e internazionali, oltre ad aumentare il livello di disoccupazione sia nelle città industrializzate che nelle aree agricole e nelle zone minerarie: aree in cui la differenziazione occupazionale era pressoché impossibile perché non vi erano alternative al principale impiego.

In effetti le cause interne sono una conseguenza del boom economico successivo alla Prima Guerra Mondiale. Durante tale periodo, infatti, molti settori economici legati direttamente o indirettamente al mercato dell’auto e al settore edilizio ottengono uno sviluppo progressivo che permette una crescita di produttività, di consumo e di salari che assieme costituiscono una formula di sviluppo apparentemente inarrestabile. Praticamente, invece, diventa un’utopia poiché era impensabile che tale sviluppo proseguisse senza alterazioni o senza ostacoli: nulla è infinito e la crescita non può costantemente vivacizzarsi.

Ad un certo punto, infatti, il potere d’acquisto comincia a diminuire non sostenendo più l’alta produttività delle industrie: metallurgica, petrolifera, manifatturiera, edile. Inoltre il sistema borsistico americano era drogato da una valorizzazione falsata delle azioni soprattutto di quelle industrie e società che avevano rappresentato il boom economico.

Si rintracciano errori nella gestione di alcune aziende che non sono state capaci di mantenere la giusta liquidità per affrontare momenti di crisi economica strutturale e ciclica. La caduta dei pezzi del domino a questo punto attraversa l’ultimo segmento: la classe media aveva perso i suoi risparmi con il crollo della borsa, le industrie e le imprese non avevano più sostegno economico alla produttività e il sistema bancario, a causa dei prelievi forzati dei risparmiatori presi dal panico. A tal punto iniziano i fallimenti e i licenziamenti.

Le cause internazionali della crisi che si sposta dagli Stati Uniti d’America al resto dell’Europa sono molteplici: i dazi doganali che impediscono al surplus produttivo di trovare degli sbocchi commerciali adeguati costringono le industrie e le imprese ad abbassare i prezzi rendendo tali beni non più convenienti e quindi a fermarne la produzione. Tali dazi si moltiplicano a causa della caduta dell’Impero Asburgico e per la conseguente creazione di nuovi stati: Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia.

Veniamo alla crisi del 2008. Per indurre i risparmiatori a comprare sempre più azioni vengono svolte, dalle holding, consulenze falsate sul reale valore dei titoli e quando le industrie cominciano a non poter più sostenere una crescita produttiva positiva; il valore delle azioni inizia a calare costringendo i risparmiatori a vendere rapidamente il loro capitale azionario e quindi a far crollare la Borsa. Interessante, come parentesi, è notare che secondo molti economisti dell’epoca le cause scatenanti la crisi sono: errori speculativi del sistema del credito, cioè le strategie bancarie, con speculazioni errate e gestione sbagliata del credito alle imprese e alle industrie. Irresponsabile politica economica che per perseguire il pareggio di bilancio non adempie ai suoi doveri: pagare puntualmente le imprese che lavorano per lo Stato e svolgere interventi economici statali capaci di salvare aziende e industrie in crisi.

La spirale di tendenza al profitto porta ad una frenetica attività della Borsa e il sistema bancario non riesce a gestire il fenomeno speculativo. Le carte superano i beni; siamo nella finanza drogata, che governa in modo scellerato il periodo. La crisi iniziata nel 2008, ha provocato qualche guerra regionale; ha indebolito i prezzi dei prodotti primari; ha sviluppato il concetto di protezionismo esaltato dalle politiche del presidente Ronald Trump; ha diffuso in Europa forme di indipendenza di natura demagogica, verificabili pure in alcuni movimenti populistici italiani.

L’avvio delle patologie finanziarie, come al solito, parte dagli Stati Uniti d’America quando è crollato il castello di carte costruito intorno ai mutui immobiliari, cosiddetti subprime, cioè concessi a mutuatari dalla dubbia solvibilità. La banca individuava famiglie povere per convincerle ad acquistare una casa contraendo un mutuo, spiegando loro che il mutuo avrebbe integralmente coperto l’acquisto della casa; inoltre avrebbero iniziato a pagare le rate solo dopo due o tre anni, con il vantaggio che nel frattempo il valore della casa sarebbe aumentato in modo da coprire le rate. La banca intanto cartolarizzava i crediti (il pacchetto dei mutui) con la certificazione delle agenzie di rating. La richiesta incentivata di case faceva aumentare il prezzo degli immobili creando un vortice magico, che ovviamente non poteva durare e quindi il castello è caduto, regalandoci una grave crisi.

Tale crisi ha provocato qualche guerra regionale; ha indebolito i prezzi dei prodotti primari; ha sviluppato il concetto di protezionismo esaltato dalle politiche del presidente Ronald Trump; ha diffuso in Europa forme di indipendenza di natura populistica verificabili pure in alcuni movimenti populistici.

Quindi il “casus belli” ha origine negli Usa, per via dell’abbondanza dei mutui non suffragati da validi strumenti di garanzia, ha coinvolto l’Unione Europea, colta in un periodo di debolezza strutturale, in cui trionfavano scontri nazionalisti e diverse misure all’immigrazione. L’Italia non ha compreso in tempo il rischio del mercato finanziario e non ha sostenuto le grosse aziende in un vortice di fallimenti e spostamenti all’estero. Ciò ha fatto cadere il livello occupazionale con tutti i riflessi sul tenore di vita.

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About Eleonora Davide

IL DIRETTORE RESPONSABILE Giornalista pubblicista, è geologa (è stata assistente universitaria presso la cattedra di Urbanistica alla Federico II di Napoli), abilitata all’insegnamento delle scienze (insegna in istituti statali) e ha molteplici interessi sia in campo culturale (organizza, promuove e presenta eventi e manifestazioni e scrive libri di storia locale), che artistico (è corista in un coro polifonico, suona la chitarra e si è laureata in Discipline storiche della musica presso il Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino). Crede nelle diverse possibilità che offrono i mezzi di comunicazione di massa e che un buon lavoro dia sempre buoni risultati, soprattutto quando si lavora in gruppo. “Trovo entusiasmante il fatto di poter lavorare con persone motivate e capaci, che ora hanno la possibilità di dare colore e sapore alle notizie e di mettere il loro cuore in un’impresa corale come la gestione di un giornale online. Se questa finestra sarà ben utilizzata, il mondo ci apparirà più vicino e scopriremo che, oltre che dalle scelte che faremo ogni giorno, il risultato dipenderà proprio dall’interazione con quel mondo”.