Modernismi, la mostra aperta fino al 5 luglio. E poi…tante sorprese all’Irci di Trieste. Intervista al direttore Delbello
C’è tempo fino al 5 luglio per visitare “Modernismi, La Venezia Giulia fra Liberty e Art Déco”, la mostra all’Istituto Regionale per la Cultura Istriana-Fiumano-Dalmata di Trieste. A sei mesi dall’inaugurazione 17.500 visitatori hanno ammirato le tracce artistiche che hanno caratterizzato la città tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900. Grazie alle visite guidate, ad ingresso gratuito, come tutte le iniziative dell’Ente, condotte dall’esperta di Storia dell’Arte Marina Parladori, è possibile viaggiare nel fantastico mondo della Belle Èpoque e ritrovarsi poi in strada a riconoscerne i segni e continuare a viaggiare. Trieste, città mercantile dell’Impero Austro-ungarico, porto sull’Adriatico della potenza europea, vive in quegli anni un periodo di splendore artistico che le dà lustro, prima che le guerre incombano sulla sua storia, sulla sua gente, in un vorticoso succedersi di eventi, che la sfigurano e la riducono a fanalino di coda delle città italiane. La mostra è sia fotografica che artistica, con esposizione di manifesti pubblicitari firmati da artisti come Marcello Dudovich e Gio Ponti, per fare solo qualche esempio, e oggetti di uso comune tipicamente Déco. È ben allestita e riesce a esprimere una sintesi di quel florido periodo, lasciando al visitatore gli strumenti per guardarsi intorno e fare belle scoperte nelle vie della città.
La mostra è accompagnata, come buona abitudine dell’Irci, da un catalogo corredato dai saggi di studiosi come: Piero Delbello, Roberto Curci, Diana Barillari, Paolo Tomasella, Luca Bellocchi, Alessandra Tiddia, Bruna Pompei, Simone Volpato, Rossella Scopas Sommer, Isabella Reale.
Grazie alla brillante intuizione del direttore Piero Delbello e del presidente Franco Degrassi, e alla dedizione di competenti volontari, questo centro di cultura e di studi ci riserva sempre delle sorprese gradite. Per questo abbiamo rivolto qualche domanda al prof. Delbello sulle prossime iniziative.

Dopo il successo che sta riscuotendo la mostra Modernismi e un prolungamento di sei mesi rispetto alla chiusura prevista a gennaio, cosa bolle in pentola dopo il 5 luglio, direttore?
Il prolungamento è stato dettato dal numero dei visitatori che stiamo registrando e dall’interesse mostrato da chi interviene e fa domande durante le visite guidate, come ha visto lei stessa. Quotidianamente ci occupiamo di studi, di libri che l’Istituto pubblica, ma l’attività di maggiore impatto è sempre quella delle mostre.
Dopo aver smontato, il 6 luglio, faremo passare solo qualche giorno. Poi si parte con la prossima mostra, che prende spunto da una piccola mostra realizzata a Milano, ma che sentiamo nostra: La Libia di Marcello Dudovich. Si tratta di un autore triestino di origini dalmate. Lui ha disegnato la Libia, in seguito a due viaggi: uno durante l’Impero, negli anni Trenta, e l’altro nel 1951. Un collezionista milanese, Salvo Galati, appassionato tra gli altri di Dudovich, ha raccolto una vasta collezione e un’area riguarda bozzetti, disegni, schizzi e qualche quadro sulla Libia. La mostra sarà il pretesto per fare un omaggio più ampio a Marcello Dudovich. Come per Modernismi, saranno i privati ad arricchire l’esposizione con ciò che possiedono dell’artista, oltre qualcosa che abbiamo noi qui. Tutto sta nel conoscere queste persone e godere della loro stima, perché ci prestano anche oggetti di valore. Si tratta di rapporti costruiti negli anni e, soprattutto, è importante l’affetto che il pubblico non solo locale ha nei confronti dell’istituzione.
Il messaggio che portate al pubblico è di un livello alto per qualità e interesse che è capace di suscitare in chi viene in visita. Che titolo avrà la mostra su Dudovich?
Credo che la modificheremo in “La Libia di Marcello Dudovich …e non solo”.
Dopo è previsto altro?
Probabilmente faremo per un paio di mesi una mostra dedicata alla Pinacoteca istriana-fiumana-dalmata, perché abbiamo molte cose nuove da mostrare, arricchendola delle nuove acquisizioni. L’ultima è una statua del Quattrocento di Francesco Laurana, e a Trieste non esistono opere di questo genere. La Sovrintendenza di solito è felice di queste acquisizioni, perché si tratta di portare qui ciò che non troviamo in città. Qui l’arte non arriva più indietro dell’Ottocento con qualcosina del Settecento.
E poi?
Poi ci sarà una mostra che partirà a novembre, che durerà fino a metà marzo 2027. Sarà una cosa particolare, perché quest’anno ricorrerà l’anniversario della morte di Alida Valli. In giro per l’Italia hanno già promosso diverse iniziative su di lei e noi vogliamo proporre qualcosa di diverso. Vorrei chiamare la mostra “Ho sposato Alida Valli”.
Come mai questo titolo?
Mostreremo la figura dell’attrice e di Oscar De Mejo, il primo marito, con cui fece due figli e con cui andò in America, quando venne chiamata a Hollywood. Lui era triestino, un personaggio stranissimo e in qualche modo straordinario. Aida non legò a Hollywood, quindi ci restò solo per un periodo, poi rientrò in Italia. De Mejo rimase con uno dei due figli, poi si lasciarono. Comunque la mostra sarà divisa in due parti dedicate a entrambi i personaggi, con i dovuti raccordi.
Ma chi era poi questo Oscar Di Mejo?
Suonava Jazz e in America lo fece con Louis Armstrong, anche se non sfondò, ma gli piaceva molto. Tuttavia faceva anche altro: dipingeva. Aveva una pittura naif, elementare; i suoi soggetti erano spesso nativi americani o la Guerra di indipendenza e l’America si innamorò dei suoi quadri. Oggi ci sono tre o quattro musei che ospitano le sue opere. In occasione dei 250 anni dalla Guerra di indipendenza, hanno allestito una mostra con le raffigurazioni realizzate da De Mejo.
Ci vuole parlare della vostra attività di ricerca?
Deve sapere che nel 1440 Pietro Coppo, un geografo, disegnò per primo l’Istria. La prima carta geografica dell’Istria è, quindi, la sua. In seguito, pubblicò il “De toto orbe”, di cui oggi ci sono tre copie, ma una non ha le tavole. Una, completa, è all’Archiginnasio di Bologna e, poiché non esistono riproduzioni per chi voglia studiarlo, abbiamo fatto con loro un accordo per realizzare una ristampa anastatica della descrizione e delle trenta tavole. E, visto che per leggere questo materiale dovresti essere un paleografo, trattandosi di una scrittura del Quattrocento, abbiamo pensato di realizzare un secondo volume con la trascrizione e traduzione dal latino medievale, che conterrà anche un saggio introduttivo e due saggi a cura dei due geografi che ci stanno lavorando. Questa è un’opera importante anche per i toponimi storici, sarà un ottimo strumento di studio.
Quante belle notizie. Vi faccio i complimenti per il vostro lodevole e prezioso lavoro.
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