Recensione Frankenstein di Guillermo Del Toro: oltre i confini dell’animo umano
Oramai gli adattamenti del celebre romanzo gotico di Mary Shelley non si contano più. Ad incantare per ultimo il pubblico era stato Frankenstein di Mary Shelley del 1994 diretto da Kenneth Branagh, con un irriconoscibile Robert De Niro nei panni della creatura e Helena Bonham Carter in quelli di Elisabeth. Oggi, nel 2025, Guillermo Del Toro porta alla luce la sua di creatura, un altro Frankenstein che appare inevitabilmente collegato al romanzo della Shelley, eppure se ne distacca completamente per certi aspetti.
Protagonisti di quest’opera gotica sono Jason Isaac nei panni dell’esuberante Dottor Victor Frankenstein, un connubio perfetto di genio e follia; Jacob Elordi, che si dimostra una sorpresa per il grande pubblico che lo vede in questa versione nuova e così distante dai suoi soliti ruoli, nei panni della Creatura, infine Mia Goth veste la dolce Elizabeth, portatrice di una purezza e di un’umanità disarmanti, fulcro del messaggio desiderato dal regista.
La pellicola si allontana dall’opera della Shelley, partendo dalla prima grande differenza che permette a noi pubblico di immedesimarci ancor di più nella storia: il punto di vista della narrazione.
È infatti la prima volta che non ascoltiamo soltanto la storia di Victor, ma attraverso gli occhi della Creatura possiamo capire a fondo quella che è stata la sua vita fino a quel momento, non solo come è riuscita a cavarsela senza il suo Creatore, ma anche e soprattutto le sue emozioni, gli struggimenti di un’anima che, anche se in un agglomerato di corpi senza vita, risuonano forti e potenti.
Altra differenza importante con l’opera originale è il ruolo di Elizabeth, che nel romanzo è la sorella adottiva di Victor e sua promessa sposa, mentre qui la ritroviamo come promessa sposa del fratello di Victor, si mostra come una donna sensibile, acuta, appassionata di scienza e curiosa del mondo e di chi vi abita. L’Elizabeth di Mia Goth rappresenta infatti il messaggio ultimo della pellicola, il riuscire ad andare oltre, il riconoscersi delle anime in viaggio su questa terra, non è compassione e pietà, è amore e struggimento.
Il focus e ciò che rende la narrazione così profonda e diversa è la Creatura, interpretata magistralmente da Jacob Elordi che, con uno sguardo, riesce ad emozionare, mostrando la fragilità e la complessità del suo personaggio. In questo adattamento cinematografico Del Toro ha voluto attribuire un’umanità singolare, rendendo la creatura vittima e mai davvero carnefice. Qualunque atto di violenza da egli perpetuato è solo sintomo di frustrazione e voglia di rivalsa nei confronti di un Creatore, un Padre, che l’ha gettato via come un rifiuto. Il rapporto tra Victor e «il mostro» non è poi tanto dissimile a quello che Victor aveva avuto con suo padre, disfunzionale, violento, anaffettivo. Il Dottor Frankenstein si rende conto di aver superato i limiti umani quando si trova di fronte alla Creatura, ma invece che educarla al mondo, assisterla e comprenderla, la ripudia.
Nell’emozionante epilogo del film si assiste alla crescita emotiva e spirituale della creatura, la quale comprende che anche dalla sua vita dannata si può trarre qualcosa di buono. La pellicola si conclude con una frase di Lord Byron: «Il cuore si spezzerà e spezzato continuerà a vivere», che rappresenta la perfetta dicotomia tra sofferenza e resistenza che coesiste dentro di noi e che ci permette di andare avanti, nonostante tutto.
Guillermo Del Toro ha portato sul piccolo schermo una versione umana, fragile, sensibile, ma soprattutto vera, della vita. La continua lotta interiore, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere e la consapevolezza che ciò che sentiamo è più importante di quello che i nostri occhi vedono.
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