Unità d’Italia, ma non troppo. Il focus di Giuseppe Rocco

Che tristezza non aver realizzato l’unità d’Italia con l’armonia dei territori, dopo oltre 150 anni dall’unificazione storica! Questa delusione è stata recepita dagli italiani e lo conferma la debole commemorazione nel 2011 del 150° anniversario della costituzione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), senza la dovuta enfasi e la solennità che richiederebbe un evento così importante. Questo atteggiamento conferma il fallimento di una vera e sentita coscienza nazionale nella nostra classe politica e culturale e quindi in gran parte degli italiani.

Se la vogliamo dire con chiarezza, addirittura un partito, la Lega, non trova lo slancio e anzi si appalesa come anti italiana e anti comunitaria. In verità questo movimento è sorto come Lega nord nel dicembre 1989, con dichiarato intento nello statuto di conseguire l’obiettivo della secessione. Resta l’incredulità in quanto, essendo in contrasto con l’articolo 1 della nostra Costituzione, non avrebbe dovuto ottenre la registrazione istituzionale e formativa. Col tempo e nell’anno 2017 il soggetto politico è stato denominato Lega, togliendo la specifica del territorio. Ciò riguarda un aspetto formale, ma i contenuti sono rimasti gli stessi, anche se ora punta al federalismo non potendo dichiarare apertamente di ambire alla secessione. Altro che festeggiare l’unità d’Italia!

A questo punto dobbiamo chiederci cosa vuol dire Italia e cosa vuol dire essere italiani

Rammentando il principe Metternich, ministro degli esteri austriaco, questi dichiarava che l’Italia è una espressione geografica e basta. Va detto che alcune nazioni, come l’Inghilterra, vantano un passato di nazione molto lungo; per l’Italia i tempi sono meno lunghi; tuttavia nelle nostre terre il popolo ha vissuto sempre il senso della italianità.

Massimo D’Azeglio aveva salutato l’annessione, dichiarando che “Fatta l’Italia, restano a fare gli italiani”. Una frase cinica e ironica, che in via di massima non trova riscontro nella realtà, e che potrebbe trovare una giustificazione alla rovescia, nel senso che i governi abbiano disatteso le aspettative, creando disillusione e distacco dalla cosa pubblica.

Partendo dalla genesi della formazione italica, due elementi contrastanti hanno contrassegnato la dinamica, riguardanti la città di Roma.  L’eredità imperiale romana-pagana e l’eredità papale romana-cristiana. Per tutti, una città che è la culla della civiltà universale. L’idea di italianità si identifica con quella della latinità, con il patrimonio spirituale che Roma ha lasciato all’Italia con il suo prezioso passato, nell’espressione dei due poli (pagano e cristiano). Ancora oggi, Roma si presenta come l’unico caso al mondo, in cui nella stessa città vivono due Stati: uno nazionale l‘altro universale. 

Un ruolo importante ha svolto la Chiesa nel forgiare l’identità italiana dalla caduta dell’Impero romano per tutti i secoli successivi

Certo che l’eredità di Roma ha fatto sentire il suo impulso profondo, ma quella eredità ha trovato efficaci strumenti di sopravvivenza nella pratica sociale. La religione, insieme alla lingua, all’etnia nazionale, alla memoria comune, al territorio ha sempre rappresentato un elemento essenziale dell’identità nazionale di un popolo.

Questo scenario di raccordo è riuscito a permeare la coscienza nell’Italia preunitaria, nonostante il Risorgimento sia stato un movimento nella sua essenza anticattolico e nemico della Chiesa. Infatti il Risorgimento è stato frutto di minoranze, colte, attive, borghesi e spesso massoni. Una sintesi viene da Emilio Gentile “Come tutti i movimenti nazionali dell’epoca romantica, la rivoluzione italiana circonfuse di un’aura sacrale l’idea di nazione, elevandola a suprema entità collettiva, alla quale il cittadino doveva dedizione e obbedienza sino al sacrificio della vita”.

Il dualismo Nazione e Chiesa mostra associazione e contrasto. Infatti la liberazione del popolo italiano dal dominio straniero è avvenuto in aperto contrasto con la Chiesa nazionale. Per tutti, costituire l’Italia senza Roma era insensato, poiché per la sua universalità civile, morale, religiosa e storica, Roma non era una città come le altre: era un simbolo, un mito, una ricchezza regalata dalla Storia.

La frattura fra Stato e Chiesa ha animato tutta la vita preunitaria. In aggiunta alla frattura è arrivata la ferita, inferta dal regime sabaudo, nell’imporre una concezione centralistica e statalistica, senza riconoscimento delle tradizioni dei territori assorbiti. Anzi qualcosa di più: con l’intervento del Regno piemontese, il meridione è stato annesso con plebisciti fuorvianti e subdoli, a cui è seguita una politica drastica statalista, rifiutando le richieste dei meridionali, spacciando per briganti i contestatori. Quindi non annessione volontaria, ma conquista con le armi, strumentalizzando l’eroe Giuseppe Garibaldi, con un’operazione appoggiata dalla marina francese e corrompendo gli ufficiali borbonici, i quali non opposero resistenza. Tante mosse corruttive e violente sono state messe in opera per una unificazione politica.

Chiariamo che l’unificazione è stato un sogno e pure una realtà; il problema inaccettabile è costituito dalle modalità ingannevoli e violente per l’annessione dei territori, nonché dalle tirannie negli anni successivi all’unificazione.

Lo Stato unitario proclamato nel 1861 è una formazione senza precedenti, contro il diritto vigente dei vari legittimi Stati preunitari, che sono stati conquistati, con violenza, inganno e finzione plebiscitaria.

Il Risorgimento nasce con l’impulso politico e militare della rivoluzione francese; impulso associato a istanze anticattoliche e liberal-massoniche. A proposito di Massoneria, proprio questo movimento viene indicato come il vero vincitore della presa di Roma il 20 settembre 1870. Del resto le istanze massoniche e la diffusione dell’illuminismo hanno favorito la rivoluzione francese. I massoni erano i giacobini italiani, che propagarono la rivoluzione e accolsero in festa l’invasore napoleonico. A nulla sono servite le condanne dei Papi alla Massoneria, ispiratrice della guerra alla Chiesa cattolica. La Massoneria e pure la Carboneria sono stati il punto di appoggio e la base della propaganda rivoluzionaria, condotta dagli agenti francesi presso i vari Stati della penisola.

Va richiamato pure il percorso malizioso della massoneria, che ha iniziato una regolare e metodica penetrazione nel clero cattolico. Si cita per sintesi soltanto Giuseppe Garibaldi, il quale fu iniziato nella loggia irregolare “Asolo della virtù” a Montevideo nel 1844; poco dopo entrò nella loggia regolare “Gli amici della patria”; fece una consistente carriera sino alla nomina nel 1872 di “Gran maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia”, associazione che aveva in programma l’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele II. Giova pure ricordare il sostegno ricevuto per la spedizione dei Mille dalla Massoneria americana e soprattutto quella inglese, che regala a Garibaldi 3 milioni di franchi francese.

Il 1796 è l’anno della svolta, con l’invasione napoleonica

Termina il periodo con impronta cattolica, concepita secondo un’idea sacrale del potere, e inizia una rivoluzione con aspetti politici e militari.  Il passaggio di atteggiamento viene assorbito dalle tendenze mistificatrici suaccennate, con strapotere della criminalità e repulsione verso la Chiesa cattolica. Napoleone non si limita soltanto ad invadere il nostro territorio, ma porta le idee, le utopie e i modi di comportamento della rivoluzione francese. Cosa grave, numerosi e tragici sono gli episodi di crudeltà, stragi ed eccidi di massa. Nel contempo inizia l’opera di abbandono della cristianità, con profanazione delle reliquie dei santi, soprattutto nel Meridione. Eppure Napoleone, per nascita, era italiano. La cessione della Corsica alla Francia non avrebbe dovuto cancellare i simboli della sua nascita. Purtroppo l’incontenibile ambizione per il potere lo ha condotto verso strategie sbagliate e contro natura.

Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, fioriscono le società segrete. Lo stesso Mazzini, pur condannando la Carboneria, fonda un’altra società segreta “La Giovine Italia”, nell’intento di instaurare la Repubblica democratica unitaria. Giuseppe Mazzini possiede buone idee, essendo un eccezionale ispiratore di movimenti unitari, tuttavia il suo pensiero appare utopistico e totalitario, al punto che il suo Dio è assolutamente immanente, avendo ripudiato il cattolicesimo. A causa del pensiero panteistico e utopistico, il Mazzini cade nel disprezzo di Garibaldi.

Continuando l’analisi, il Regno delle Due Sicilie acquisisce una fioritura di alto livello.  Ferdinando II di Borbone è stato un sovrano importante e illuminato. Il Meridione d’Italia raggiunge il massimo livello di ammodernamento e civiltà: splendida attività edilizia, sfarzo delle costruzioni reali, fabbriche attive e variegate, spinte culturali con specializzazioni delle Università. A conferma dello sviluppo, lo stesso Cavour giudica la legislazione piemontese più arretrata di quella borbonica.

Dopo questi accenni nella dinamica preunitaria, l’unificazione premia i territori?

Ricordiamo che il Cavour era interessato all’espansione del Regno di Sardegna e non alla soddisfazione dei desideri del popolo meridionale. Egli cerca sempre a livello internazionale di screditare il Regno borbonico e lo Stato pontificio. Di fatto crea le condizioni e dirette le insurrezioni in Sicilia. I gerarchi piemontesi e le milizie infieriscono sul popolo meridionale, cancellando ogni forma di libertà, di cultura e di tradizione.

A parte il dato statistico che fra i fantastici Mille conquistatori solo 56 erano meridionali; al che va aggiunto la corruzione e la viltà degli ufficiali borbonici, venduti al soldo di Cavour, e soprattutto col concreto appoggio della marina britannica, schierata in assetto minaccioso dinnanzi al porto di Marsala, con la complicità della mafia.

L’impatto del Sud nel nuovo Regno d’Italia è davvero sconcertante, iniquo e inquietante. Con una finta annessione e forzature di ogni genere, siamo arrivati all’unificazione di un popolo che anelava la ricomposizione; nei fatti ciò avvenuto in modo aggressivo, a guisa di una conquista da parte del Regno di Sardegna. Giunti al traguardo, l’attività predatoria dei Savoia è continuata, anzi incrementata nel vilipendio di territori, che vantano eccellenti tradizioni umane. Gli eroi meridionali, che chiedono giustizia, sono denominati briganti. Il termine “Brigantaggio” è una strumentale confusione ideologica tra l’aspetto sociale e quello politico, per porre i non allineati in condizioni di dileggio. Particolare attenzione è stata attribuita ai proclami ideologici, ricorrendo persino alla proclamazione dello stato di assedio nel 1862, ponendo in essere una legge marziale di inaudita crudeltà: presunti ribelli trucidati, tremendi massacri di contadini, incapaci di capire gli ordini militari che non comprendono il dialetto piemontese, deportazione di parenti degli insorti sino al terzo grado.

A titolo di esempio, nella piccola regione della Lucania, fra il 1861 e il 1863 vengono fucilate 1863 persone, uccise negli scontri 2.413, incarcerate 2.768 e condannate al confino 525, di cui 140 donne.[1] Poca umanità mostrano i garibaldini e, a titolo di esempio, vengono uccise per vendetta politica 3.000 persone, di cui 700 per ordine di Bixio. Vengono rinchiude come prigionieri 78.000 soldati borbonici, pontifici e napoletani, nei forti di Ponza e Ischia, ove giacciono in preda al tifo, al colera, alla dissenteria ed ai pidocchi. Questi vengono definiti carogne da Vittorio Emanuele II e Cavour; da Farini, un branco di carogne. Il Sud paga un prezzo molto alto per l’unificazione. Nella politica del nuovo Stato, si annoverano continui e spregevoli attacchi alla Chiesa e al Papato. Certo che uno Stato deve governare con la propria indipendenza, senza interferenza religiosa, ma quella battaglia inconsapevole è diretta contro la Fede cattolica e non trova spiegazione. Pertanto non si giustificano le persecuzioni dei preti, dei conventi e delle Università cattoliche; addirittura il 13 luglio del 1881, un manipolo di anticlericali assale con violenza un corteo di 100.000 persone in preghiera. Non si parla della lunga mano religiosa per gestire lo Stato, come accade in alcuni paesi musulmani oggi, ma di esercitare riti religiosi in una nazione ove regna la massima autorità, il Papa.

La Destra e la Sinistra storica proseguono l’azione sadica di Cavour, lasciando irrisolta la cosiddetta questione meridionale

Non contemplare interventi e investimenti per riunificare armonicamente ed economicamente la nazione comporta un danno enorme, ossia l’emigrazione sregolata, togliendo braccia alle campagne meridionali. Nel solo anno 1913, circa novecentomila giovani abbandonano l’Italia, una ricchezza vanificata, mentre nei territori primeggia la mafia. Un andamento confuso e senza idea, che porterà all’affermazione del fascismo e alla disfatta con la Seconda guerra mondiale.

L’Italia, come la Germania, era una nazione con elementi linguistici, culturali e geografici. In effetti diventa nazione, nel senso romantico, solo quando compaiono movimenti di pensieri e di azioni che uniscono, ancor prima del 1861, ossia quando nasce lo Stato unitario. La fondazione del Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II rappresenta il primo evento di grande portata nella storia politico-territoriale d’Europa, perché va ad alterare in modo irreversibile non solo l’equilibrio, fra le maggiori potenze, raggiunto a Vienna nel 1815, ma anche il presupposto fondamentale sul quale sono basate le guerre per l’egemonia europea dalla fine del XV secolo. Cosa che riguarda pure la Germania, suddivisa di fatto in oltre 300 stati con la pace di Westfalia del 1648, anche se questi territori sono vagamente legati dal simbolico filo dell’appartenenza al Sacro romano impero.

Già allora nel 1861, nel Nord fioriscono le libere istituzioni comunali, mentre nel Sud imperversa il feudalesimo con dinastie dominate dalla preoccupazione della continuità: andazzo che rendono i sudditi insofferenti contro il potere. La feudalità viene abolita da Gioacchino Murat, fratello di Napoleone Bonaparte, nel 1812, ma la sopravvivenza degli usi civici lascia di fatto questa forma libertaria: per attingere acqua, pascolare le pecore tagliare legna, erano collegati al regime feudale. A peggiorare la situazione si osserva il rito secondo il quale la proprietà non può essere frazionata a andava interamente al primogenito, usanza che riconosce i latifondi, con una macchina organizzativa vetusta.

Possiamo rammentare l’intrigo non previsto, secondo cui Garibaldi sbarca a Marsala con la promessa di affidare la terra ai contadini. Ciò aveva procurato un largo consenso delle masse contadine; promessa rimasta soltanto un miraggio poiché l’eroe dei due mondi, nella sua totale generosità, consegna il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II, il quale ignora l’impegno. Le delusioni non finiscono qui. Quando l’Italia esce vincitrice nella prima guerra mondiale non viene rispettata la promessa del patto di Londra, che riconosceva ai militari volontari, per la maggior parte contadini, ad acquisire un adeguato pezzo di terra. L’irritazione degli abitanti meridionali accresce con sbigottimento con l’emanazione della legge Pica nel 1863, che, mentre garantisce il principio di uguaglianza dei sudditi, introduce lo stato di assedio per le regioni meridionali, con trattamenti sadici dei tribunali militari, a cui sono attribuite le competenze sul brigantaggio; le pene comminabili vanno dalla fucilazione ai lavori forzati, durante i quali i condannati muoiono di stenti e di violenze. Il calvario dei contadini meridionali dura sino alla fine della seconda guerra mondiale, per l’esattezza alla legge 84121 dell’ottobre 1950, quando viene abolito il latifondo: si realizza l’antico sogno dei braccianti che finalmente lavorano la terra di loro proprietà e non più sottomessi ai grandi latifondisti.

La nuova Italia si è trovata divisa in due tronconi

L’invasione longobarda ha spezzato l’unità creata da Roma; in tal modo nel settentrione i Comuni hanno offerto un impulso di sviluppo e nel Mezzogiorno la situazione si è arenata sotto il regno degli Svevi, degli Angiò, dei Borboni; il peso del latifondo condiziona pesantemente l’assetto socio-economico del Mezzogiorno.  Nel Nord la tradizione di una certa autonomia crea una borghesia audace e ricca di iniziative, costituendo un’organizzazione economica simile a quella degli altri Stati europei, propizia alla crescita del capitalismo e dell’industria; nel Sud la borghesia non esiste in una agricoltura primitiva, incapace di soddisfare il mercato locale e l’avvio di strade e di infrastrutture.

Il Regno di Savoia ha ulteriormente peggiorato la situazione con lo spostamento di risorse verso il nord e la volontà di soddisfare le ambizioni delle regioni settentrionali. Come risposta alle insolenze piemontesi, le masse meridionali confondono la lotta di classe con il brigantaggio, con l’incendio dei boschi e il ratto dei bambini, piuttosto che con l’organizzazione sindacale. L’unità non avviene su una base di eguaglianza ma come egemonia della casa Savoia.

Nella strategia del secondo dopoguerra, le cattedrali nel deserto erano una situazione iniziale, in attesa di attendere la proliferazione produttiva del territorio: bisognava aspettare che all’interno delle dinamiche di trasformazione, la fenomenologia del sistema socio-economico potesse attivare le proprie energie imprenditoriali. La Cassa per il Mezzogiorno, ossia Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale (CASMEZ) era un ente pubblico creato dalla genialità del governo De Gasperi VI, per finanziare iniziative industriali tese allo sviluppo economico e allo scopo di colmare il divario fra nord e sud. Purtroppo la Cassa viene soppressa nel 1984, sostituita dall’Agenzia per la promozione del Mezzogiorno (AgenSUD), pure soppressa nel 1994, lasciando il compito di programmare eventuali azioni di intervento pubblico al Ministero delle economie e finanze e ovviamente alle regioni. Queste scelte di indifferenza dimenticano che abbandonando il Sud tutta la nazione ne risente e al riguardo si cita una massima di Giuseppe Mazzini: “L’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà“.  La noncuranza governativa ormai riconosciuta, a cui va aggiunta e la pochezza delle regioni, le quali hanno mancato clamorosamente l’appuntamento che la Storia aveva ad esse riservato.

La riqualificazione dell’agricoltura e l’industrializzazione avevano bisogno del sostegno statale; l’abolizione della Cassa del Mezzogiorno ha tolto un tenue incentivo; forse andava ristrutturata e ripulita dalla corruzione e dalle spinte partitiche, che vi ergevano le proprie clientele, ma il ricorso ad un equilibratore era ed è ultra necessario. A testimonianza della Cassa del Mezzogiorno, con tutte le comprensibili riserve, aveva nel 1986 triplicato il prodotto pro-capite rispetto agli anni Cinquanta. Peraltro una considerazione razionale dello Stato implica senza dubbi il completamento irrinunciabile dell’unità politica, matrice e linfa per la realizzazione di obiettivi nazionali e trampolino di lancio per elevazione dello spessore in campo internazionale. Solo con l’intervento straordinario si può scrivere un’autentica pagina di progresso ideologico e politico della nostra nazione, abbandonando i giochi politici di insperati interventi ordinari, ostativi peraltro di grosse affermazioni.

Il tentativo di favorire una maggiore autonomia finanziaria delle regioni Lombardia e Veneto, come sostenuto da queste regioni con l’avallo della Lega, comporta un danno ulteriore per il Sud. Emerge persino un sovranismo regionale, nel quale ogni entità locale cerca un vantaggio a scapito dell’intera collettività.

Le ragioni dello svantaggio meridionale trovano alcune giustificazioni

La prima produttiva per la carenza nei decenni di dominazione feudale; la seconda di natura storica in quanto Lombardia e Veneto, avendo fatto parte del Regno austriaco, hanno acquisito lo spirito imprenditoriale; la terza di natura geografica poiché i commerci necessitano di distanza dispendiosa: un autocarro che parte da Reggio Calabria per andare in Austria impiega più tempo di quello che parte da Padova e viene a costare di più.

Tuttavia il problema è stato accentuato dal ridotto impegno statuale. Per dimostrare la scarsa attenzione al Sud, prendiamo ad esempio la Basilicata, regione cuscinetto nello stivale, in cui milita un popolo laborioso, umile, dedito alla pastorizia. Con indole pacifica, la Lucania non registra una matrice di mafia come le altre regioni del Sud, ma soltanto qualche influenza come accade nel nord Italia. Non a caso la Fiat, dovendo scegliere un territorio meridionale per uno stabilimento di grosse proporzioni, sceglie proprio la Lucania, nel comune di Melfi per correre meno rischi di rivendicazioni mafiose. Ciò detto, la Basilicata resta povera a causa del terreno roccioso, in cui nascono castagneti e noceti e non ricettivi di colture granarie; a dar man forte al sottosviluppo ha pensato lo Stato, dimenticando questa piccola e generosa regione. Basti ricordare che la città di Matera, dal 1933 i sassi e l’habitat rupestre, è stata riconosciuta come patrimonio dell’umanità. Ebbene questa città non dispone della rete ferroviaria. Ogni considerazione è superflua. In provincia di Potenza i colloca un’amena cittadina, Lagonegro, posta in una valle alla base del monte Sirino alto 2.000 metri, che risulta essere un punto nevralgico, con due uscite dell’autostrada, e con la creazione di una superstrada che serpeggia lungo la valle del Noce, dal sinonimo del fiume che scorre attiguo; superstrada (statale 585) che ha il merito di far raggiungere con soli trentacinque minuti in cittadine di tre regioni: Sapri in Campania; Maratea in Lucania; Praia in Calabria. Nonostante la felice collocazione geografia che consente la presenza di due stazioni, la ferrovia dello Stato con linea verso Salerno e la calabro-lucana con direzione Castrovillari, ambedue le stazioni non vedono da anni il treno e devono ricorrere al trasbordo con pullman, a causa di una frana in ambedue le linee. In un momento di progresso smisurato, al punto da viaggiare verso la luna e verso Marte, le autorità si sono arrese ad una frana e non hanno regolarizzato i piccoli scompensi di queste ferrovie!

Dal secondo dopoguerra

Nel secondo dopoguerra, il popolo italiano sceglie un partito moderato, la Democrazia cristiana, che governa, con altri piccoli partiti, per quasi cinquant’anni, creando prosperità, benessere economico e culto della civiltà. Tuttavia può contare su governi brevi, non in grado di affrontare la tematica della malavita organizzata, per la quale occorrono consistenti risorse e tempo a disposizione.

Nella seconda Repubblica, con l’avvento di Silvio Berlusconi, questi è interessato alla salvezza e alla fioritura delle sue aziende, non potendo quindi calarsi in una realtà di grosse dimensioni, come la mafia.

Negli ultimi dieci anni, si poteva fare di più con governi di sinistra e poi di destra. La presenza della Lega nei predetti governi è divenuta un freno all’uniformità del Paese: si sta impegnando per la costruzione del ponte Reggio Calabria-Messina (opera di scarso successo perché ricadente in zona altamente sismica), anziché sostenere la lotta alla mafia, la quale si è espansa su tutto il territorio nazionale e quindi più difficilmente perseguibile.

In presenza della criminalità organizzata, non possono sorgere aziende produttive, le quali cadrebbero nella sfera del pizzo. La legge prevede i testimoni per condannare i delinquenti, ma questi non si possono trovare poiché verrebbero uccisi. Un salto di qualità si avverte con le intercettazioni telefoniche, rivelatosi uno strumento di grande pregio. L’ultimo governo di Meloni, con il ministro di Grazia e giustizia (Nordio), riduce le possibilità di utilizzo da parte della magistratura. Siamo nuovamente in salita.

Per comprendere lo scarso impegno dei governi centrali italiani, ad abundantiam si può confrontare il fenomeno italiano con quello tedesco, che ha dovuto recuperare l’Est della nazione dopo l’assoggettamento al regime sovietico, esattamente con la caduta del muro di Berlino.

Per il sud Italia, dal 1950 (avvio della Cassa del mezzogiorno) al 2008 (disfacimento dell’Ente in parola) sono stati investiti 342,5 miliardi di euro, mentre in Germania in 30 anni si è speso 5 volte in più, ossia circa 1.700 miliardi, con una media di investimenti di 70 miliardi all’anno. Cifre abbastanza chiare! Nell’intervento straordinario per il Sud, lo Stato impegna l’1% del Pil; chiusa la cassa per il Mezzogiorno, la percentuale scende ulteriormente. La Germania investe per l’Est recuperato il 4,5%.

La filosofia tedesca assume un valore che supera la contabilità dei costi, sopportando un sacrificio in cambio di una soddisfazione civile e morale. A parte il disegno politico trainante vi è pure una convenienza economica, poiché l’unità consente un aumento del reddito complessivo della nazione. Colmare i divari economici è un’operazione che ripaga ampiamente.

Il trentennio dell’oro dell’Italia, quello culminato con il boom economico, si è realizzato in quanto il Sud è divenuto parte integrate delle strategie di sviluppo nazionale: ciò ha fornito lustro a tutti territori. Molti soldi investiti nel Sud sono ritornati all’economia del Nord. La Svimez ha calcolato che per ogni euro investito nel Sud, 40 centesimi sono tornati all’economia del centro Nord, in termini di beni e servizi per le imprese settentrionali.

La crescita del Sud è un affare per l’economia italiana

Senza l’armonizzazione economica e sociale, l’Italia non può crescere, alla stregua del corpo umano, nel quale tutti gli organi devono funzionare bene; il malessere di una parte del corpo pregiudica il benessere individuale. Diventa ormai perentorio un progetto di recupero con azioni forti e determinate, come: debellare la mafia; incrementare gli investimenti nel Sud; accrescere il rapporto commerciale con i paesi nordafricani per favorire le zone meridionali; ridurre il peso delle regioni, notoriamente sprecone; evitare di accrescere il peso delle regioni del Nord; impegnarsi per una estrazione del petrolio lucano, essendo una enorme risorsa; favorire le strutture meridionali per il funzionamento ottimale. Le capacità umane non mancano e ciò viene dimostrato dai posti di rilievo acquisiti da soggetti meridionali in tutto il Paese.

©Riproduzione riservata


[1] Dal libro “Le Due Italie” di Massimo Viglione, pag. 196.

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.