Pensieri sparsi in cerca d’autore, 9° capitolo

percopo

9° capitolo, Francesca

Accogliente, tonalità pastello, pochi, ma funzionali, i mobili. Poso la borsa, mi scalcagno le scarpe e faccio un giro. L’ingresso è un open space con un finestrone sulla vallata retrostante, accanto al camino. Sul tavolo una abbondante composizione di frutta. Di lato una scala in legno porta al piano superiore. Proseguendo incontro la cucina. Forno, frigorifero gigantesco, mini utensili, un’isola. Di fianco il bagno di servizio con lavabiancheria e doccia. Comincia a piacermi. Ed ancora una piccola camera da letto. Ritorno indietro ed apro il frigorifero. Fra la quantità e varietà di commestibili, in attesa che scoppi una guerra, spicca una bottiglia di bollicine. Trovo un calice e tagliuzzando due, si fa per dire, scarde di parmigiano, mi verso una abbondante dose di bolle e, girandomi intorno, mi dò il benvenuto. Le bollicine hanno segnato la mia vita.

Dalla bollicina di Coca Cola, di Vasco, proletaria, alla bollicina di Franciacorta, alle bollicine della mia mente inquieta.

Salgo cautamente le scale e sul ballatoio si affaccia la camera da letto con annesso bagno e spogliatoio. Ampia, pochissimi mobili, qualche quadro discreto.

Ancora un’ambiente studio con libreria ed un’altra camera da letto con bagno. Totò avrebbe esclamato “per Bacco baccone.” Scendo cautamente le scale, con la trepidazione che sia un sogno e che, improvvisamente, si dissolva. Ma la cosa persiste. Ottimo. Mi faccio una doccia. Un jeans, una camicia color carta da zucchero, un paio di mocassini, un maglioncino di cachemire ed il mio vecchio chiodo. Esco e respiro avidamente, guardandomi intorno. Mi avvio, indolente, verso il garage e, con trepidazione, apro con il telecomando la serranda del garage. Mi gusto il desiderio di vedere cosa troverò. Un chopperino leggero e maneggevole. Tipo Shadows Honda. Due caschi integrali e due semi. Un paio di guanti e già mi vedo scollinare dolcemente, preda del vento.

Una 500 Abarth color panna ed una bici in titanio, servoassistita elettricamente.

Penso alla sorella di mia madre, preda, chissà se risponde a verità o fu una comoda bufala, di una meningite adolescenziale. Andata in pensione, mi regalò la sua cinquecento. Bleu, cappottina e sportelli antivento. La cinquecento è stata, per una generazione, l’arena nella quale si combatteva fieramente per educarsi sessualmente. Abilità da provetto contorsionista. Pensai bene di regalarla al primo nipote. Oggi si diverte il mezzano, la ha resa Abarth e d’epoca. Un gioiellino. Lo incontro e mi racconta che sta pensando di aggiunger la quinta marcia.

Scelgo la moto. Il motore comincia a girare silenziosamente. Altro che Northon commando, Triumph e similari. Motori agricoli. Emanavano miasmi di olio bruciato e gas di scarico. La moto si avvia dolcemente. L’aria secca e tiepida riscalda il chiodo. Intorno una monotona teoria di similvillette, È grasso che cola sui cadaveri di povera gente. Ristorantini da cartolina, cucina fusion, a bassa temperatura, molecolare ma la solfa è la stessa: un piatto enorme schizzato qua e là da pigmenti iridati, ove il prodotto edibile soffre di solitudine. Mi fermo nel parcheggio di un bar. Sono le otto e telefono a Francesca.

“Frà”

“Hallo”

“Me le offri un po’ di bollicine?”

Pausa siderale, poi una voce. Ricorda il rumore di un ruscelletto. “Papà sei il solito burlone, dove sei?”

Mi guardo intorno alla ricerca di una indicazione ed utilizzando un inglese arrugginito, comunico dove mi trovo. Clic. Il telefono resta muto ed il barman mi guarda con l’aria di compatimento per la sola. Siedo ad un tavolo d’angolo e mi godo la vista.

Dopo circa venti minuti, sento la porta aprirsi. Una giovane donna cattura la scena. La vita del bar si blocca e tutti guardano. È un attimo. Poi lo sguardo di compatimento si trasforma in modalità rosico invidia. Alta, asciutta, ha preso dalla mamma. Capelli corvini che più ricci non si può. Sorriso a 64 denti anche se velato da un soffio di malinconia. I lineamenti sono irregolari ma, per arcani motivi dell’esistenza, si fondono in un mix molto ma molto desiderabile. Una donna azteca con gli occhi a mandorla. Mi squadra con falsa severità e poi, da artista consumata, si avvicina con sguardo seducente.

Ad un passo da una collisione inevitabile, mi travolge con un abbraccio da vedova nera. Ed io mi inebrio del suo profumo. Poi mi prende per mano e mi trascina fuori. Indossiamo i caschi e mi faccio smotorizzare. La città è dietro di noi e la moto accarezza amorevolmente la strada. Anche lei sente l’attimo. Giungiamo ad una quasi catapecchia, dove entriamo. L’interno è soffusamente illuminato, ambiente country, tavolini sapientemente distribuiti. Per fortuna non c’è traccia di juke box ed il parlottio è discreto, sussurrato. Appena seduti ci raggiunge un sosia di Doppio Rum. “Ciao Francesca, chi è costui? Se ti infastidisce, chiamami.” In perfetto italiano. L’espressione è diametralmente opposta. Placida, due occhi vivaci, ammiccanti.  “Il solito Mario, è mio padre, non farmi fare brutte figure.”

Si allontana e ritorna, poco dopo, con un secchiello contenente bollicine, accompagnato da un vassoio. Mi ristrizza l’occhio e va via felice. Ci vuole così poco. Mentre apro la bottiglia, mi pregusto il contenuto del vassoio. Bocconcini di pane giallo conditi con pesto, cipolline in agrodolce, formaggi stagionati, miele o marmellata e così via. Benedetta Italia. Con un velo di malinconia, verso il nettare e al grido, di quando stufo di studiare e guardando l’amico, all’unisono recitiamo: “Una, due e tre, vaffanculo ‘a vita e a chi ‘a pensa.”

Apprezziamo il prosecco. Ci guardiamo teneramente negli occhi ed iniziamo a parlare. Non ricordo cosa abbiamo detto né il senso. Avevamo semplicemente la voglia di ascoltare il suono delle nostre voci.

Abbiamo tirato tardi e ci siamo lasciati con l’intento di rivederci la serata successiva. In pace con Dio e con il genere umano, cado in un sonno ristoratore lasciando, a mo’ di novello Pollicino, una scia di indumenti dall’ingresso al letto.

 

Nando Percopo

Nando Percopo

Nasce ad Avellino il sette marzo 1945. Laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino. Naia e lavoro da ingegnere industriale e imprenditore e amministratore di una società di consulenza aziendale. Irrequieto, va dove lo porta il cuore. Si definisce fondamentalmente umanista eclettico, ama i classici e vola con la fantasia. Gira il mondo ma ha nel cuore l’Irpinia. Ama dipingere, restaurare mobili, scrivere.

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