La preghiera tra neuroscienze e mistero

Ho fatto un piccolo sondaggio nei numerosi gruppi dei quali faccio parte. Ho chiesto: “Voi pregate? E soprattutto, cos’è per voi la preghiera?”. La maggior parte delle risposte sono state filtrate da preconcetti e da un pensiero a senso unico, come se la persona che rispondeva guardasse la domanda attraverso particolari lenti, forgiate da paure personali, esperienze passate, o da pregiudizi verso una certa religiosità, e in alcuni casi anche verso di me, come se la domanda stessa fosse già una presa di posizione. Eppure, al di sotto di queste reazioni immediate, si percepiva qualcosa di più profondo: una difficoltà diffusa nel parlare della preghiera senza sentirsi giudicati, senza dover difendere o negare qualcosa, senza dover appartenere per forza a un’idea precisa di fede o di non-fede.

Questo piccolo esperimento informale, pur non avendo valore statistico, riflette qualcosa che la psicologia sociale e la psicologia della religione conoscono bene: quando tocchiamo temi come spiritualità, Dio o preghiera, non rispondiamo quasi mai in modo neutro. Le nostre risposte sono spesso il risultato di schemi cognitivi, esperienze emotive e appartenenze culturali che filtrano la realtà prima ancora che venga espressa (Pargament, 1997). In altre parole, non rispondiamo solo alla domanda, ma anche alla storia che quella domanda attiva dentro di noi. E questa storia può essere fatta di conforto, ma anche di ferite, distanze o conflitti.

Ed è forse proprio da qui che si può iniziare a parlare della preghiera in modo più ampio, meno difensivo e più umano.

La preghiera è una delle pratiche più antiche dell’umanità, eppure rimane qualcosa di difficile da definire in modo unico e definitivo. In senso ampio, può essere descritta come un atto di apertura interiore, un movimento della coscienza che si rivolge verso qualcosa che viene percepito come più grande del sé: Dio, il sacro, l’universo, o semplicemente un senso profondo di significato. Non è solo un insieme di parole dette o pensate, ma un’esperienza che coinvolge mente, corpo ed emozioni, e che attraversa culture e religioni assumendo forme diverse ma una radice comune sorprendentemente simile.

Nella ricerca psicologica contemporanea, la preghiera viene spesso studiata come una forma di regolazione emotiva e di coping, cioè un modo attraverso cui l’essere umano affronta l’incertezza, la sofferenza e la complessità della vita (Pargament, 1997). Tuttavia ridurla a un semplice “meccanismo psicologico” sarebbe limitante, perché per chi la pratica non è solo un modo per gestire lo stress, ma un’esperienza di relazione, di ascolto e di significato. In questo senso, la distinzione tra religiosità e spiritualità diventa fondamentale: la religiosità si lega a strutture, dogmi e comunità organizzate, mentre la spiritualità riguarda l’esperienza soggettiva e diretta del sacro o del senso di connessione con qualcosa di più vasto. Non sempre le due dimensioni coincidono, e molte persone oggi vivono una spiritualità profonda anche al di fuori delle religioni tradizionali (Koenig, 2012; Puchalski et al., 2009).

Molte forme di preghiera, soprattutto quelle ripetitive o contemplative, si avvicinano moltissimo a ciò che in neuroscienze viene definito stato meditativo. Il ripetere parole, formule o intenzioni non è solo un atto simbolico: è un modo per modificare il ritmo interno del pensiero, rallentarlo, renderlo più silenzioso. In questo spazio di quiete, l’attenzione si stabilizza e il flusso mentale si modifica. È qui che la preghiera incontra la meditazione, e diventa una pratica che non parla soltanto a una divinità esterna, ma anche al funzionamento profondo della coscienza.

Le neuroscienze hanno iniziato a osservare cosa accade nel cervello durante queste esperienze. In particolare, si è visto che durante stati di meditazione o preghiera profonda si riduce l’attività di una rete cerebrale chiamata Default Mode Network, associata al continuo rimuginare su sé stessi, al dialogo interiore e alla costruzione dell’identità narrativa (Brewer et al., 2011). Quando questa attività si attenua, molte persone riportano una sensazione di quiete, di presenza, a volte di unità con tutto ciò che le circonda. Allo stesso tempo, si attivano aree legate all’attenzione, alla regolazione emotiva e alla percezione del corpo, come la corteccia prefrontale e alcune strutture del sistema limbico (Newberg & Waldman, 2016). Con la pratica costante, alcune ricerche suggeriscono addirittura cambiamenti strutturali nel cervello, un fenomeno noto come neuroplasticità, in cui aree legate alla consapevolezza e alla gestione dello stress possono rafforzarsi nel tempo (Lazar et al., 2005; Hölzel et al., 2011).

Ma ridurre la preghiera al cervello sarebbe come guardare un cielo stellato e descriverlo solo in termini di chimica delle stelle. L’esperienza soggettiva rimane centrale. Molte persone che pregano con regolarità parlano di un senso di sollievo, di riconnessione, a volte di abbandono fiducioso, come se per un momento il peso del mondo venisse condiviso o alleggerito. La psicologia della religione ha mostrato che questa esperienza può avere effetti positivi sul benessere, aumentando la resilienza e il senso di significato nella vita, soprattutto nei momenti di crisi (Levin, 1996; Koenig, 2012). Tuttavia, è importante riconoscere anche che la preghiera non è sempre associata a esperienze positive: in alcuni contesti può diventare fonte di ansia, senso di colpa o conflitto interiore, soprattutto quando la dimensione spirituale è vissuta in modo rigido o punitivo.

Dal punto di vista scientifico, non esistono prove solide che la preghiera modifichi direttamente gli eventi esterni in senso fisico o causale, indipendentemente dai processi naturali (Benson et al., 2006). Tuttavia, molte tradizioni spirituali e discipline olistiche interpretano la sua efficacia in un altro modo: non come una forza che altera direttamente la realtà esterna, ma come una pratica che trasforma la percezione, lo stato interiore e, di conseguenza, le azioni e le relazioni della persona. In questo senso, la “realtà che cambia” è spesso la realtà vissuta: il modo in cui ci rapportiamo agli eventi, il significato che attribuiamo alle esperienze, la qualità della nostra presenza nel mondo.

Forse è proprio qui che la preghiera mostra la sua natura più profonda: non come un ponte unidirezionale verso qualcosa di esterno, ma come uno spazio interiore in cui l’essere umano si riorienta, si ascolta, e in qualche modo si ricompone. In un mondo sempre più veloce e frammentato, questi momenti di silenzio intenzionale diventano non solo pratiche spirituali, ma anche atti di consapevolezza. E indipendentemente dalla cornice religiosa o culturale, la preghiera sembra conservare una caratteristica comune: quella di riportare l’essere umano, anche solo per un istante, a un senso di presenza più profondo, più lento, e forse più vero.

Con infinito amore ddb

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About Donata De Bartolomeis

Naturopata ai sensi della legge 4/2013, holistic coach, laureata in psicologia, porto avanti un mio metodo dolce e non invasivo, la “Speleologia del sé”, per lavorare sui blocchi energetici (credenze limitanti, auto-sabotaggi, emozioni depotenzianti…). “Non sono ciò che faccio, sono semplicemente ciò che sono. E spesso mi ritrovo a guardare il mondo a testa in giù.” http://edizioniilpapavero.it/altraformazione/benessere e il numero di tel. 3387780160