Viaggio nei meandri dell’invidia

Dentro il tubo stretto di una risonanza magnetica funzionale, mentre il rumore ritmico della macchina riempie l’aria, un giovane studente legge sullo schermo davanti a sé la storia di un coetaneo brillante: stesso corso universitario, stesso ambiente, ma voti migliori, riconoscimenti, opportunità. Non c’è alcun contatto reale, nessuna competizione concreta. Solo parole. Eppure, in quel momento, qualcosa nel suo cervello reagisce come se avesse toccato una superficie rovente.

Nel 2009 il neuroscienziato Hidehiko Takahashi e il suo gruppo pubblicarono sulla rivista Science uno studio che fece molto discutere. Il titolo era già provocatorio: When Your Gain Is My Pain and Your Pain Is My Gain “Il tuo guadagno è il mio dolore e il tuo dolore è il mio guadagno”.

Per l’esperimento furono coinvolti diciannove volontari sani. Mentre si trovavano dentro una macchina per la risonanza magnetica funzionale (fMRI), leggevano brevi storie su altri studenti molto simili a loro per età, sesso e percorso universitario. C’era però una differenza importante: questi studenti immaginari avevano più successo, voti migliori, più riconoscimenti. La scelta non era casuale. Sappiamo dalla psicologia che l’invidia è più forte quando ci confrontiamo con qualcuno che sentiamo “come noi”. Non invidiamo chi è troppo lontano dal nostro mondo: ci colpisce chi ci somiglia.

Le immagini del cervello mostrarono qualcosa di sorprendente. Quando i partecipanti provavano invidia, si attivava una zona chiamata corteccia cingolata anteriore dorsale (dACC), un’area che entra in funzione anche quando sentiamo dolore fisico. In altre parole, il successo dell’altro non era registrato solo come un’informazione, ma come una piccola forma di sofferenza. È un esempio di quello che gli studiosi chiamano social pain overlap: i circuiti che usiamo per il dolore fisico vengono utilizzati anche per il “dolore sociale”, come l’esclusione o il confronto sfavorevole.

La parte più sorprendente arrivò dopo. Nella seconda fase dell’esperimento, quegli stessi studenti di successo venivano descritti mentre affrontavano una sfortuna: un fallimento, un imprevisto, un insuccesso. Molti partecipanti riferivano, anche se non sempre apertamente, un certo piacere nel leggere queste situazioni. È la cosiddetta schadenfreude, la soddisfazione per la disgrazia altrui. Anche qui il cervello parlava chiaro. Si attivava lo striatum ventrale, in particolare il nucleo accumbens, una regione fondamentale del sistema di ricompensa. È la stessa area che si accende quando riceviamo un premio, guadagniamo denaro o viviamo qualcosa di piacevole.

Ancora più interessante: più forte era stata l’attivazione della dACC durante l’invidia, più intensa risultava l’attivazione dello striatum ventrale quando l’altro subiva una sfortuna. Come se il cervello seguisse una logica speculare: il tuo successo mi fa male, la tua caduta mi dà sollievo. Naturalmente, con il tempo sono arrivate anche le critiche. Il numero dei partecipanti era ridotto, le situazioni erano immaginate e non vissute davvero, e parte dei dati si basava su ciò che le persone dichiaravano di provare. Studi successivi hanno mostrato che la risposta di “ricompensa” non è sempre così netta: dipende molto dal contesto. Se la sfortuna appare ingiusta o immeritata, il piacere tende a diminuire. Inoltre, altre ricerche hanno evidenziato il coinvolgimento di aree cerebrali legate all’empatia e alla riflessione morale, segno che non si tratta di un semplice meccanismo automatico.

Nonostante questi limiti, lo studio ha avuto un grande merito: ha mostrato che emozioni complesse come invidia e schadenfreude non sono solo parole o metafore, ma hanno basi biologiche misurabili. Questo aiuta a capire meglio fenomeni quotidiani come il bullismo e le dinamiche di gruppo. In una classe o in un ambiente di lavoro, il successo di qualcuno può essere percepito come una minaccia dagli altri. Allo stesso modo, la caduta o l’umiliazione di una persona può rafforzare il senso di coesione di chi resta nel gruppo.

Le ricerche sul bullismo suggeriscono che l’umiliazione pubblica può attivare meccanismi di “ricompensa sociale” in chi si sente avvantaggiato nella gerarchia. Capire questi processi non significa giustificarli, ma riconoscere che le nostre reazioni sociali affondano le radici in circuiti cerebrali profondi, dove il bisogno di appartenenza e di riconoscimento si intreccia continuamente con dolore e piacere.

La sfida per la ricerca futura sarà capire se e come questi circuiti possano essere modulati (attraverso educazione emotiva, contesti cooperativi, interventi mirati…) per trasformare il confronto sociale da terreno di competizione distruttiva a occasione di crescita condivisa.

©Riproduzione riservata

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About Donata De Bartolomeis

Naturopata ai sensi della legge 4/2013, holistic coach, laureata in psicologia, porto avanti un mio metodo dolce e non invasivo, la “Speleologia del sé”, per lavorare sui blocchi energetici (credenze limitanti, auto-sabotaggi, emozioni depotenzianti…). “Non sono ciò che faccio, sono semplicemente ciò che sono. E spesso mi ritrovo a guardare il mondo a testa in giù.” http://edizioniilpapavero.it/altraformazione/benessere e il numero di tel. 3387780160