Bullismo: quando l’adulto guarda e non vede

Il bullismo non è mai un fenomeno esclusivamente tra pari. Ogni episodio di prevaricazione che si ripete nel tempo si sviluppa all’interno di un contesto adulto che in modo attivo o passivo, lo rende possibile. Quando l’adulto guarda e non vede, minimizza, giustifica o rimanda, il bullismo trova terreno fertile per consolidarsi.

Nella maggior parte dei casi, l’adulto è presente, è in classe, nei corridoi, nei cortili, negli spazi virtuali, tuttavia non interviene. Non perché non sappia, ma perché spesso non vuole sapere fino in fondo. Riconoscere il bullismo significa assumersi una responsabilità educativa, e non tutti gli adulti sono disposti a farlo.

Uno degli errori più frequenti è la minimizzazione. Frasi come “sono solo ragazzi”, “succedeva anche ai nostri tempi”, “devono imparare a difendersi” spostano l’attenzione dalla violenza al carattere della vittima. In questo modo il problema non è più l’atto aggressivo, ma la presunta fragilità di chi lo subisce. Dal punto di vista pedagogico, questo meccanismo è gravissimo: legittima il comportamento del bullo e isola ulteriormente la vittima.

Il bullismo persiste perché viene normalizzato. Quando un adulto assiste a un atto di prevaricazione e non interviene, trasmette un messaggio chiaro a tutti i presenti: ciò che sta accadendo è accettabile. Il silenzio educativo non è mai neutro, è una forma di presa di posizione che rafforza i rapporti di potere esistenti. Il bullo si sente autorizzato, il gruppo si adegua, la vittima impara che non verrà protetta.

Esiste anche una forma più sottile di cecità educativa: quella che trasforma il bullismo in conflitto. Parlare di “litigi”, di “incomprensioni reciproche”, di “provocazioni” quando il rapporto è chiaramente asimmetrico significa cancellare la realtà dei fatti. Il bullismo non è uno scontro tra pari, ma una dinamica di dominio. Confondere le due cose equivale a negare la responsabilità dell’aggressore e a colpevolizzare chi subisce.

In ambito scolastico l’adulto che non vede è spesso un individuo sovraccarico, stanco, disilluso. La fatica non può diventare alibi pedagogico. La scuola non è solo luogo di apprendimento cognitivo, ma spazio di tutela. Quando questa funzione viene meno, l’istituzione educativa perde la sua credibilità e il suo ruolo sociale.

Il danno più profondo non riguarda solo la vittima, ma l’intero gruppo. I compagni che assistono imparano che la forza paga, che il silenzio protegge, che intervenire è rischioso. Si educa così a una cittadinanza passiva, alla delega morale, all’adattamento. È una pedagogia implicita, ma potentissima.

Anche le famiglie possono contribuire, inconsapevolmente, a questa invisibilità. Quando difendono a priori il figlio aggressore, negano l’evidenza, se attaccano chi segnala il problema, rafforzano il messaggio che la responsabilità può sempre essere spostata altrove. In questo modo il bullismo non viene affrontato, ma trasmesso come modello relazionale.

Una pedagogia responsabile richiede il coraggio di vedere. Vedere significa ascoltare senza pregiudizi, riconoscere le dinamiche di potere, intervenire in modo chiaro e tempestivo. Non basta dichiararsi contro il bullismo: occorre interromperlo nei fatti, anche quando è scomodo e mette in discussione equilibri consolidati.

Quando l’adulto guarda e non vede, il bullismo diventa una lezione quotidiana di ingiustizia. Se invece l’adulto vede e agisce, restituisce senso, sicurezza e dignità. È in questo passaggio che l’educazione ritrova la sua funzione più autentica: proteggere chi cresce e formare cittadini capaci di responsabilità.

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About CHIARA VERGANI

Chiara Vergani è pedagogista, scrittrice e formatrice molto attiva nel panorama educativo e sociale italiano, riconosciuta per il suo impegno nel benessere delle nuove generazioni e nel contrasto ai fenomeni di disagio contemporaneo. ​La sua solida formazione in psicopedagogia, con specializzazioni in criminologia e tutela del minore, le permette di operare come consulente esperta. Il suo lavoro si focalizza sulla sensibilizzazione e sulla prevenzione di criticità quali il bullismo, il cyberbullismo e la violenza di genere, temi che approfondisce regolarmente attraverso conferenze e percorsi formativi rivolti a studenti, docenti e famiglie. ​L’attività editoriale è un pilastro centrale della sua carriera, con una produzione vasta che affronta le sfide sociali più urgenti. Tra le sue opere principali si annoverano: ​Lo scacco rosso. Storie di bullismo (2017) e Mai più paura. Il bullismo spiegato a tutti (2018), testi cardine sulla prevenzione dei comportamenti vessatori. ​Il mondo si è fermato. Non voglio scendere (2019), un’analisi dei cambiamenti sociali durante la pandemia. ​Libere dall’inferno (2020), dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne. ​Bipolari in bilico (2021) e Bipolare in diretta (2023), che esplorano con profondità tematiche legate alla salute mentale. ​Il sole nascosto (2022) e Resilienza compagna di vita (2023). ​Come sopravvivere alle truffe affettive (2025), un saggio volto a fornire strumenti di difesa contro gli inganni relazionali. ​Hikikomori d’Italia, la cui uscita è prevista per maggio 2026, focalizzato sul fenomeno del ritiro sociale volontario. ​Oltre alla scrittura, la sua presenza mediatica è consolidata dalla collaborazione con diverse testate giornalistiche e dalla conduzione di programmi televisivi, in particolare nell’area del Triveneto. In questi spazi, continua a promuovere il dibattito sull’evoluzione del sistema scolastico e sull’importanza delle competenze trasversali per la crescita individuale.