Che ne sarà dei 2000? Il cortometraggio di Antonio Esposito
Che ne sarà dei 2000? È la domanda che sin dal titolo ci pone e si pone il giovane Antonio Esposito, anno 2005, nella sua opera prima. Una domanda che i giovani del ventunesimo secolo sembrano volere eludere e che noi adulti abbiamo negato loro la risposta possibile. Il giovanissimo regista si colloca a distanza per osservare dall’alto se stesso e i suoi coetanei assemblati come formichine nel vortice assordante della movida in una qualsiasi serata napoletana o di qualsiasi luogo del mondo. Una movida in realtà immobile che lui dice mossa da saturazione, compensazione ‘corpi vicini coscienze lontane’. Ci si butta nel gruppo omologandosi per riempire o negare un vuoto che non ammette pensiero o proiezione in un futuro prossimo. Distinguersi è rischiare un isolamento, un fallimento, il silenzio. Invece in quel silenzio potrebbe nascere un pensiero divergente, creativo, propositivo a un cambiamento.
Uno sguardo giovane alla gioventù napoletana
Antonio, attraverso racconti di generazioni precedenti, riconosce nella gioventù napoletana che lo ha preceduto, una propensione al pensiero divergente, alla contraddizione una vivacità intellettiva del dissenso; oggi si è più attenti alla vetrina, i social ci obbligano a essere performanti, a non avere dubbi, fragilità, a mostrare la vita virtuale mentre quella reale avanti agli occhi ci sfugge. Un mondo dove tutto sembra possibile, immediato, ha svuotato di senso questi giovani, senza dare spiegazioni, e allora sono portati ‘a riempire non a capire, a resistere non a scegliere’. Si confonde la libertà con l’assenza di senso. La noia, linfa per il pensiero creativo, è bandita e allora ci si butta nella mischia confondendosi in essa per non pensare, per partecipare alla performance collettiva.
Contraddizioni
In definitiva il cortometraggio ‘Che ne sarà dei 2000’ è un pugno nello stomaco per noi adulti che, presi anche noi dal vortice della vita, spesso ci mescoliamo nella stessa movida e non ci soffermiamo all’ascolto dei nostri giovani, che poi presi singolarmente hanno tantissimo da dire e sono molto meglio di come ci vengono rappresentati e Antonio è un esempio che contraddice quello che lui stesso analizza. Traspare, comunque, un grido di aiuto e una necessità di esprimere le proprie angosce e insicurezze per un futuro sempre più incerto, che porta a reprimere i propri desideri e sentimenti. Manca una comunicazione attiva tra generazioni e tra pari che, se ripristinata, ci si renderà conto di quale grande potenziale abbiano i nostri giovani del 2000, che potranno solo migliorare il nostro@ vecchio mondo.
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