La Grande Guerra cosa ci ha insegnato?

IC Monteforte Grande Guerra

Dalla lotta romantica per la patria sì bella e perduta all’anonima morte di massa del primo conflitto mondiale la storica Gaetana Aufiero traccia un’analisi del conflitto che coinvolse l’Italia tra il 1915 e il 1918. Lo fa di fronte alla platea attenta di studenti dell’Istituto Comprensivo “S.Aurigemma” di Monteforte Irpino (AV), invitata dalla Dirigente Angela Rita Medugno, in occasione delle celebrazioni per il centenario del termine della prima guerra mondiale



«Una guerra terribile quella che inizialmente fu conosciuta come la Grande Guerra. Solo nel 1939, quando l’Europa fu trascinata in un nuovo terribile conflitto prese il nome di “prima guerra mondiale”. Una guerra che vide il coinvolgimento di un enorme numero di paesi, provocò la scomparsa di regimi e dinastie vecchie di secoli e trasformò profondamente la cultura occidentale».

La Aufiero inizia il suo racconto mostrando una carta geografica del periodo prebellico illustrando le differenze rispetto all’attuale estensione dei confini delle nazioni europee ed extraeuropee che furono coinvolte nel conflitto.

«La catena di decisioni che portò allo scoppio della guerra fu messa in moto dalla crisi diplomatica seguita all’assassinio, il 28 giugno del 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono degli Asburgo, e di sua moglie Sofia ad opera di uno studente serbo Gavrilo Princip.

L’Europa  del progresso, della Belle Époque, l’Europa  i cui tecnici erano ovunque (erano quasi sempre uomini europei a scavare canali come quelli di Suez e di Panama, a tracciare strade, ferrovie). L’Europa centro del mondo e del progresso si trovò ad affrontare una  guerra diversa da tutti i conflitti precedenti per durata.  Una vera e propria svolta epocale, un trauma terribile che comportò più di 50 mesi di combattimento dall’agosto del 1914 al novembre del 1918, coinvolgendo imperi che avevano possedimenti in più continenti: quello inglese, francese, russo, ottomano, tedesco, cui bisogna aggiungere il Giappone. Un conflitto che fece largo uso di nuove tecniche e modalità di combattimento, utilizzando tutte le risorse messe a disposizione dalla scienza e dalla tecnologia moderne. Non dimentichiamo l’uso dei gas che condizionarono l’esito di scontri sul Carso (basti pensare alla valle di Tolmezzo). E proprio l’incontro tra scienza, tecnica e lotta per il dominio furono causa di effetti devastanti.

Gatana Aufiero

Allo scontro patriottico successe la morte di massa

Presto la guerra di chi la fa e di chi la racconta perde l’aura del romanticismo eroico ed entra il una fase più cruda.

«I campi di battaglia rivelarono un volto inedito, quello delle trincee estese lungo centinaia di chilometri in cui i soldati immobilizzati per mesi marcivano.

Come non ricordare le parole del generale Cadorna  per un attacco frontale: “Per un attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere  e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà pure alla mitragliatrice”. Ad un ufficiale che denunciava difficoltà con i reticolati  “Superateli facendo  materassi di cadaveri”. Lontani  dall’immagine mitica dell’eroe i soldati  si trasformavano in OPERAI AL SERVIZIO DI UNA MACCHINA DI MORTE.  Una guerra dunque, per così dire, moderna la cui ferocia si può solo intuire leggendo i fogli matricolari dei ragazzi della nostra terra strappati ai campi dove lavoravano  per combattere da fanti sulle Alpi di Nord Est, sul Carso, nelle paludi  e lungo l’Isonzo.

La guerra esaltata, desiderata, acclamata nella maggior parte delle capitali europee come occasione per riaffermare i valori della virilità e del coraggio, affogò il vecchio mondo nella violenza» .

Quali le cause reali di tanta follia?

«Certo contarono le difficoltà interne dei diversi stati tentati di cercare diversivi esterni dove scaricare le tensioni che li attraversavano. La tentazione di risolvere i conflitti interni con una guerra fu favorita dal fatto che si pensava alle guerre del secolo precedente tutte brevi e circoscritti.

La causa più profonda fu, però, la consapevolezza che la terra si era fatta troppo piccola per contenere le ambizioni espansionistiche di tutte le grandi e medie potenze europee.

Era iniziata l’era del mondo finito. Le potenze europee si erano già divisi terre e continenti. Ogni ingrandimento territoriale e coloniale si sarebbe potuto realizzare o per via diplomatica o con scontro militare. Di qui il succedersi di piccole crisi soprattutto per spartirsi le spoglie dell’Impero Ottomano ed un opposto fronte di alleanze».

E fu anche l’ora dell’Italia

Nonostante l’iniziale neutralità, le istanze patriottiche infiammano gli interventisti.

«L’Austria-Ungheria, legata dal 1882 alla  Germania e  all’Italia dalla triplice Alleanza, un patto che le impegnava ad intervenire in favore di chi di loro fosse stato aggredito da altri paesi da una parte, la triplice Intesa che legava Francia Russia e gran Bretagna dall’altra.

Quando  il 28 luglio del 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, quindi, il conflitto si estese alla Germania  e alla Russia. Contro di loro la Francia cui si aggiunse, dopo l’invasione del Belgio neutrale, la Gran Bretagna.

L’Italia, divisa tra interventisti, (che esortavano alla guerra per “ritemprare  l’anima della nazione, purificandola nel dolore e nel sacrificio”) e neutralisti, entrò in guerra contro l’Austria che pure era stata sua alleata, nel maggio del 1915 per combattere quella che doveva essere, come si sosteneva da più parti, la quarta guerra d’indipendenza.

Una guerra combattuta, si diceva, per Trento e Trieste di cui molti soldati ignoravano anche l’esistenza. La mobilitazione e la radunata delle truppe furono condotte in notevole confusione e l’esercito fu pronto alla frontiera un mese e mezzo dopo la dichiarazione di guerra.

Poi la svolta del 1917 con la sostituzione di Cadorna. Armando Diaz il 9 novembre assunse il comando supremo, riorganizzò gli uffici del comando, riorganizzò l’esercito  con il recupero degli sbandati di Caporetto, portò l’esercito alla vittoria».

Ma cosa succedeva al di là delle linee nemiche?

Grama sorte anche quella dei soldati austriaci che, una volta interrotte le fonti di approvvigionamento viveri con il blocco navale operato dalle forze nemiche, iniziarono a patire la fame, insieme alle migliaia di prigionieri che detenevano in campi di concentramento. Condivisero la stessa sorte i prigionieri italiani, disprezzati dai loro stessi generali che non si attivavano per il loro rientro il patria – marchiati come traditori –  e gli austroungarici che, sconfitti, furono anche loro “scaricati” dal governo che si era instaurato dopo l’allontanamento del Kaiser. Uno scenario su cui bisogna aprire gli occhi, suggerisce in chiusura la Aufiero, per comprendere l’orrore della guerra e l’importanza dell’unione dell’Europa sotto il segno della pace.

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About Eleonora Davide

IL DIRETTORE RESPONSABILE Giornalista pubblicista, è geologa (è stata assistente universitaria presso la cattedra di Urbanistica alla Federico II di Napoli), abilitata all’insegnamento delle scienze (insegna in istituti statali) e ha molteplici interessi sia in campo culturale (organizza, promuove e presenta eventi e manifestazioni e scrive libri di storia locale), che artistico (è corista in un coro polifonico, suona la chitarra e si è laureata in Discipline storiche della musica presso il Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino). Crede nelle diverse possibilità che offrono i mezzi di comunicazione di massa e che un buon lavoro dia sempre buoni risultati, soprattutto quando si lavora in gruppo. “Trovo entusiasmante il fatto di poter lavorare con persone motivate e capaci, che ora hanno la possibilità di dare colore e sapore alle notizie e di mettere il loro cuore in un’impresa corale come la gestione di un giornale online. Se questa finestra sarà ben utilizzata, il mondo ci apparirà più vicino e scopriremo che, oltre che dalle scelte che faremo ogni giorno, il risultato dipenderà proprio dall’interazione con quel mondo”.