Recitazione e canto, un connubio perfetto. Intervista esclusiva a Paolo De Vito

Conobbi quasi per caso Paolo De Vito, attore irpino, assistendo a un suo Recital insieme al maestro Osvaldo Ardita. Fui colpita dalla sua voce e dal suo talento e da allora collaboriamo organizzando eventi letterari. L’ho incontrato per i lettori di WWWITALIA e gli ho posto alcune domande.

Come nasce la tua passione per la recitazione?

Nasce sui banchi di scuola, quando interpretai Babbo Natale. Si capì allora che avevo qualche capacità nella recitazione.

Ti è capitato di interpretare Babbo Natale anche da grande, magari per i bambini a Natale?

Oh, no no! Non mi è più capitato.

Qual è la tua formazione?

A 16 anni iniziai a frequentare i laboratori di teatro amatoriale al mio paese, San Felice di Capriglia, con la compagnia Teatro Insieme, dove mi sono trovato ad affrontare i personaggi del teatro classico napoletano, da Domenico Soriano, in Filumena Marturano, alle commedie comiche napoletane.

Successivamente mi sono trasferito a Firenze, dove ho frequentato la scuola di recitazione dell’Oriuolo, che era la compagna antagonista della Bottega di Gassman negli anni Ottanta. Mi sono diplomato, dopo i tre anni di corso, in dizione e recitazione e poi ho cominciato a frequentare il mondo teatrale di Firenze con varie compagnie cittadine e là mi sono aperto ad altre tematiche, con Shakespeare, Beckett, spaziando un po’. Poi sono ritornato ad Avellino, dove dopo una lunga esperienza musicale sono approdato ai recital musicali poetici, in cui Assuntina De Vito mi curava i testi su vari temi legati da un file rouge.

Ci vuoi parlare della tua passione per il canto? Come è nata?

A 14 anni ho creato un gruppo musicale, una band, negli anni Settanta: ci chiamavamo I Colibrì. In questo periodo abbiamo suonato un po’ ovunque fino all’arrivo della disco music. Poi c’è stata la parentesi di Firenze e, tornato ad Avellino, ho incontrato alcune difficoltà per l’aspetto recitativo, in quanto mancavano le occasioni per esibirmi. Così mi sono dato all’attività di pianobar insieme all’amico e maestro Osvaldo Ardita, con piano e voce, proponendo un repertorio di qualità e molto raffinato. Un’ottima palestra, un momento interessante che mi ha permesso di incontrare molte persone con gusti diversi, il che è stato essenziale per il mio percorso futuro e per sviluppare il mio cammino personale.

Quanto sei tornato al teatro?

Paolo De Vito con Salvatore Santaniello

In effetti grazie alla collaborazione con i maestri con cui collaboro da una quindicina di anni, Gianluca Marino alla chitarra, Giuseppe Musto al pianoforte e violino e Salvatore Santaniello al sax e flauto, abbiamo portato in giro per l’Italia vari spettacoli in forma di Recital. Avevo trovato la mia strada. Questa forma di spettacolo mi permetteva di coniugare le due mie passioni: l’amore per la musica e per il teatro hanno trovato così una sintesi che mi ha molto soddisfatto.

Quali spettacoli ricordi con piacere?

Beh, La vita è sogno, La mia Napoli, Di vento e di viaggi sono quelli che ho portato più in giro nei vari teatri e in occasione delle rassegne teatrali.

Ci vuoi parlare dei luoghi in cui ti sei esibito?

Si tratta sempre luoghi interessanti in particolare: a Roma il Teatro delle Muse, il Politeatro di Milano, il Trianon a Napoli, I Templi di Paestum. Poi ho partecipato a tantissime rassegne, come Theodorus di Brindisi, Sentieri Mediterranei in Irpinia, Luci d’artista a Salerno, Le quattro notti di luna piena di Benevento, il Capri Art Music Festival, diretto artisticamente da Pinuccio De Gregorio, per il quale oggi partecipo all’organizzazione, il Premio Prata con Gigi Marzullo e Antonietta Gnerre e tante altre.

Quali sono i progetti che ti impegnano attualmente? Sappiamo del successo dello spettacolo che hai tenuto ad Avellino in occasione dell’Avellino Summer Fest, quest’estate.

Sì, Da Napoli a Dakar, che è un viaggio tra le più belle canzoni napoletane contaminate con sonorità tradizionali del Senegal, ideato per creare un ponte musicale tra Europa e Africa e realizzato al fianco di Badara Seck, con Gianluca Marino alle chitarre, Ismaila Mbaie al djembe e tama, Giuseppe Musto al pianoforte e violino, Stefano Ripa alla batteria e percussioni e Salvatore Santaniello al sax, flauto e tammorra, è stato presentato come prima esibizione l’8 settembre scorso ad Avellino, riscuotendo un bel successo, il che ci ha riempiti di soddisfazione. Lo porteremo in giro per l’Italia. Ricordo che Badara ha collaborato con artisti italiani come Massimo Ranieri, Pino Daniele, Rita Marcotulli e Paolo Fresu.

Paolo de Vito con Badara Seck per Da Napoli a Dakar

Quindi sei riuscito a combinare le tue passioni dando vita a uno spettacolo complesso e di grande impatto per il pubblico.

Questo grazie alla collaborazione di tante persone che ho incontrato. Per me questo è sempre stato essenziale. Appena vedo persone che mi comunicano molto sul piano culturale e artistico cerco di attingere relazionandomi.

Passando a una domanda più personale: quanto conta per te la famiglia?

Per me è essenziale. A parte il fatto che collabora accompagnandomi nelle mie attività artistiche attraverso il continuo confronto e i suggerimenti costruttivi; così anche l’arte diventa un momento di aggregazione familiare con mia moglie e le mie figlie. Quando faccio un lavoro, mi relaziono sempre prima con loro. Questo, naturalmente, a parte la bellezza della famiglia in sé e il suo valore.

E quanto contano invece gli amici?

Tantissimo, pure ad Avellino per l’ultimo spettacolo che ho tenuto hanno partecipato in tanti; so che posso contare sul loro appoggio e li considero parte del mio percorso artistico.

Le esperienze che ti hanno segnato in questo cammino?

I contatti e gli incontri, anche quelli con te e le persone che ci accompagnano nelle presentazioni dei libri che organizziamo insieme. Un’esperienza molto significativa che mi viene in mente è l’incontro con Carlo D’Angiò, fondatore, insieme a Eugenio Bennato, della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Purtroppo se n’è andato, ma per la mia formazione ha significato molto dal punto di vista del ritmo della napoletanità, che sprigionava trasmettendomelo e facendomi entrare nel mondo della musica popolare che non mi era proprio. Abbiamo fatto tanti lavori insieme. Io portavo la mia esperienza e nasceva sempre un connubio interessante e molto bello.

Ci sono nella tua carriera episodi che ricordi con piacere?

Con piacere ricordo le volte in cui sono riuscito a entrare completamente nel personaggio, nella lettura, nella sensibilità dell’autore. Ce ne sono molti: l’ultimo è proprio lo spettacolo di cui parlavamo prima, che considero come un coronamento giunto nella mia maturità. Ho sempre affrontato i temi sociali, che mi sono cari, nella mia attività artistica e, in questo caso, piuttosto che parlare, ho lasciato che la musica si esprimesse. Era tutto sulla scena. La musica napoletana e la musica africana si sono incontrate e unite in un connubio meraviglioso che è stato gradito molto dal pubblico. Non c’è niente di più bello che vedere che l’emozione è arrivata a chi ti ascolta, lo capisci dalle strette di mano. Te ne accorgi quando succede.

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse intraprendere la via della recitazione oggi?

Certamente di lasciarsi trascinare dalla passione, se la si l’ha, perché è un percorso tanto complicato e difficile che si può fare solo se si ha la passione per superare tutte le difficoltà. E poi bisogna studiare tantissimo, leggere e lavorare sulla propria naturale predisposizione. Per preparare un lavoro teatrale di solito ci vogliono da sette-otto mesi a un anno di studio per poi fare una sola esibizione che magari va pure male. Comunque consiglio a tutti di provare, soprattutto alle persone più sensibili. Non bisogna essere belli, alti, biondi per intraprendere la via della recitazione, questo non significa proprio niente. Molto spesso le persone che nella vita di tutti i giorni non si mettono in evidenza riescono a farlo proprio in questo modo e in questi casi il teatro può essere di grande aiuto.

Il teatro rende protagonisti?

Si tratta in realtà di un vero gioco di squadra, dove viene richiesta molta sintonia con chi sta sul palco.

L’ultima domanda è questa: qual è il tuo rapporto con l’Irpinia e come la trovi cambiata dagli anni Settanta, in cui ti esibivi con la tua band giovanile, per quanto riguarda l’accoglienza dell’arte?

Oggi c’è molto più fermento. Ti ho parlato della mia difficoltà tornando in Irpinia dopo Firenze, a metà degli anni Ottanta. È vero che provenivo da un panorama diverso, in cui mi interfacciavo con Zeffirelli, per dire. Qui non si trovava ciò che invece oggi si vede.

Ma ho sentito dire che negli anni Settanta c’era grande fermento culturale ad Avellino…

Sì ma era una cultura di élite, mentre oggi c’è una maggiore diffusione, ci sono più occasioni, più luoghi, più scambi, ecco. Oggi anche partendo da Avellino, certo lavorando un po’ in più, si può arrivare facilmente in un panorama più ampio.

Ti ringrazio per questa bella chiacchierata, Paolo, e in bocca al lupo per i tuoi progetti artistici.

©Riproduzione riservata

Print Friendly, PDF & Email

About Eleonora Davide

IL DIRETTORE RESPONSABILE Giornalista pubblicista, è geologa (è stata assistente universitaria presso la cattedra di Urbanistica alla Federico II di Napoli), abilitata all’insegnamento delle scienze (insegna in istituti statali) e ha molteplici interessi sia in campo culturale (organizza, promuove e presenta eventi e manifestazioni e scrive libri di storia locale), che artistico (è corista in un coro polifonico, suona la chitarra e si è laureata in Discipline storiche della musica presso il Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino). Crede nelle diverse possibilità che offrono i mezzi di comunicazione di massa e che un buon lavoro dia sempre buoni risultati, soprattutto quando si lavora in gruppo. “Trovo entusiasmante il fatto di poter lavorare con persone motivate e capaci, che ora hanno la possibilità di dare colore e sapore alle notizie e di mettere il loro cuore in un’impresa corale come la gestione di un giornale online. Se questa finestra sarà ben utilizzata, il mondo ci apparirà più vicino e scopriremo che, oltre che dalle scelte che faremo ogni giorno, il risultato dipenderà proprio dall’interazione con quel mondo”.