TRIVELLE, COSA VOTIAMO DAVVERO?

Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di propriet‡ Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
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Il  17 Aprile  siamo chiamati a votare al referendum che propone di abrogare la norma che concede di prolungare le concessioni di estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia nautiche (circa 22 km) dalla costa italiana sino al totale esaurimento dei giacimenti. Con la vittoria del SI, le concessioni  giungeranno alla scadenza prevista senza alcuna possibilità di proroga anche qualora vi sia ancora petrolio o gas disponibile nel giacimento in questione, con la vittoria del NO si darà la possibilità di poter continuare l’attività estrattiva fino all’esaurimento della risorsa senza limite di tempo.

In definitiva il referendum propone:

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 15 febbraio 2016 publicato sulla GU Serie Generale n.38 del 16-2-2016

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”

Dunque, oggetto del referendum, il primo nella storia d’Italia ad essere stato ottenuto dietro richiesta delle Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise),sono solo le trivellazioni effettuate entro le 12 miglia marine ( circa ventidue chilometri). Delle 66 concessioni estrattive marine, solo 21 sono localizzate entro le 12 miglia: (rif foto concessioni)
7 in Sicilia,
5 in Calabria,
3 in Puglia,
2 in Basilicata,
2 in Emilia Romagna,
1 nelle Marche,
1 in Veneto.

Queste vengono effettuate da compagnie estrattive diverse, sulla base di una concessione che dura inizialmente 30 anni, poi prorogabile in vari step fino al raggiungimento massimo di 50 anni. Inoltre la norma attualmente consente dopo il cinquantesimo anno un’ ulteriore proroga fino all’esaurimento del giacimento.

Il referendum non riguarda le nuove trivellazioni, ma è mirato alle concessioni già in essere. Chi vuole che queste concessioni vengano abrogate deve votare SI, chi vuole che vengano prorogate deve votare NO.

Da una parte c’è il Comitato Vota sì per fermare le trivelle con lo slogan “Il petrolio è scaduto: cambia energia!” a cui hanno aderito oltre 160 associazioni. Dall’altra c’è il gruppo degli “Ottimisti e razionali” che comprende nuclearisti convinti politici o ex politici (come Gianfranco Borghini), imprenditori, giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra.

Perchè SI

Legambiente stima che sulla base dei dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas.

A preoccupare non sono solo i possibili incidenti come quello avvenuto nel 1965 al largo di Ravenna, alla piattaforma Paguro, ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo. Secondo Greenpeace e il Ministero dell’Ambiente, due terzi delle piattaforme ha sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Dopo il rilascio della concessione gli idrocarburi diventano proprietà di chi li estrae, la società petrolifera è tenuta a versare alle casse dello Stato il 7% del valore del petrolio e il 10% di quello del gas. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere venduto altrove.

Inoltre i posti di lavoro immediatamente a rischio legati ad esempio al calo del turismo sono molti di più di quelli che nel corso dei prossimi decenni si perderebbero man mano che scadono le licenze.

In definitiva, una vittoria del Sì avrebbe un effetto politico e simbolico molto forte spingendo la politica ad orientarsi verso le energie rinnovabili come altri Paesi europei.

Perchè NO 

Sulla base dei dati del Comitato “Ottimisti e razionali” l’estrazione di gas è sicura grazie al controllo degli organi di vigilanza competenti e non si sono mai verificati incidenti rilevanti. Il gas non danneggia l’ambiente e le piattaforme sono aree di ripopolamento ittico. L’incidente del 1965 al largo di Ravenna, quando la piattaforma Paguro, di proprietà dell’Eni, in fase di installazione saltò in aria causando la morte di tre persone, non causò grandi danni ambientali, visto che il giacimento era di gas. Piccoli sversamenti di petrolio, tuttavia, possono avvenire dove ci sono attività di estrazione.

Inoltre  Assomineraria ribadisce che alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state assegnate ben nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.

Chi sostiene il no al referendum porta come principale argomentazione quella della perdita di posti di lavoro.
Il gettito dall’industria oil&Gas per lo stato Italiano è di 800 milioni di tasse, 400 di royalties e concessioni. Fermare gli impianti che sono già in funzione quando ancora ci sono del gas o del petrolio da estrarre in sicurezza sarebbe un vero e proprio spreco.
Una vittoria del Sì avrebbe un effetto minimo e il vero risultato principale sarebbe una riduzione degli investimenti da parte di chi ha la concessione e questo potrebbe avere conseguenze negative sull’ambiente.

Fin qui le ragioni dei due schieramenti. Ma cerchiamo di capirne di più con l’aiuto di due persone che hanno, l’una per aver condotto degli studi, l’altra per aver lavorato nel settore, una visione più ampia della questione.

Il primo degli intervistati è un esperto di controllo della produzione elettrica da fonti rinnovabili con all’attivo pubblicazioni scientifiche e un brevetto.

Cosa è emerso dai tuoi studi in merito?

Doverosa premessa riguardo a competenze e metodo: lavoro nel settore energia (prima solare fotovoltaico, anche con attività di ricerca, ora solare a concentrazione), ma non ho competenze specifiche nel settore oil&gas. Il lavoro che ho condotto era comunque alla portata di chiunque sappia mettere insieme un po’ di numeri e provare ad interpretarli: ho preso i dati di produzione e consumo dai documenti ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico e Terna (gestore della rete di trasmissione elettrica nazionale), per capire quanto contribuiscono le strutture che chiuderebbero in caso di vittoria dei sì con raggiungimento del quorum, e come stiano evolvendo la produzione ed il consumo di energia in Italia da dieci anni a questa parte (alcuni dati raccolti sono relativi agli ultimi 5 anni, ma comunque indicativi). Per quanto riguarda le strutture entro le 12 miglia, ho preso in considerazione quelle attualmente in produzione e quelle definite “produttive non eroganti”, ma in questo sunto mi concentro solo sulle prime.

Per effetto del referendum chiuderebbe più della metà del totale di strutture offshore in produzione (totale calcolato considerando anche le strutture oltre 12 miglia, non interessate dal quesito), il 50 % entro il 2021, più un altro 10 % fra 2022 e 2027. Posto che i dati di produzione entro 12 miglia sono in discesa da almeno 10 anni a questa parte (cioè i pozzi sono in esaurimento), al 2015 parliamo di circa il 30 % di produzione nazionale di gas e 3 % di quella di petrolio (la produzione nazionale è di interesse perché lo Stato ci ricava in termini di royalties sulle quantità estratte e imposte a carico di chi estrae). Da notare il fatto che dalla maggior parte dei pozzi interessati si estrae gas naturale, mentre l’allarme ambientalista è tutto incentrato sui rischi legati all’estrazione di petrolio (fra l’altro sulle coste italiane c’è stato un solo incidente, nel 1965, a carico di una piattaforma che estraeva appunto gas naturale). L’impatto sul fabbisogno energetico italiano è invece trascurabile, circa l’1,25 % nel 2015 (0,92 % dovuto al gas, in continua discesa da 10 anni, 0,33 % dovuto al petrolio, più o meno stabile nell’ultimo decennio). Si tratta di una percentuale molto modesta, che potrebbe essere coperta non importando gas e petrolio dall’estero, ma ritoccando minimamente alcune scelte energetiche. L’esempio che propongo è la produzione di energia elettrica, che nel quinquennio 2010-2014 ha già visto uno spostamento dai combustibili fossili alle rinnovabili pari al 5 % circa rispetto al fabbisogno energetico totale. In sostanza si tratterebbe di fare un ulteriore passo in avanti, e dopo aver rosicchiato questo 5 % in 5 anni si tratterebbe di spostare un ulteriore 1,25 % (ma probabilmente meno, visto che la produzione entro 12 miglia, e quindi il suo contributo al fabbisogno, è in calo costante) nei prossimi 10 anni circa. Quanto all’impatto sul lavoro, è più che probabile che chiudendo più di metà dei pozzi e piattaforme attualmente in mare (e ridimensionando o chiudendo infrastrutture connesse, come depositi, strutture di raffinazione e via dicendo), ci sarebbe un effetto sui livelli di occupazione; purtroppo però non ho trovato dati sul numero di persone che attualmente lavorano nel comparto, direttamente o nell’indotto. Il fatto che i pozzi siano in esaurimento deve comunque far pensare che strutture e posti di lavoro siano a rischio anche senza referendum (magari con qualche anno in più rispetto alla scadenza dell’ultima concessione nel 2027).

Quindi quale sarebbe l’effetto della vittoria del si?

Riassumento brutalmente, i dati a disposizione mostrano che potremmo chiudere i pozzi e sostituirli con energia pulita, come chiedono i promotori del referendum; ma solo perché il contributo fornito da questi pozzi è piccolo rispetto al totale, e per di più in costante diminuzione. Il costo da sostenere riguarda anticipare dei licenziamenti, prepensionamenti, trasferimenti e quant’altro (dico “anticipare” perché i pozzi in questione sono in esaurimento, quindi è solo questione di tempo) e minori introiti in termini di royalties e imposte.

Nota importante sulla questione energetica: sostituire la produzione entro 12 miglia non vuol dire che possiamo disfarci di petrolio e gas: alcuni settori (ad esempio quello dei trasporti, che per il 90 % si basa sul petrolio) dipendono ancora in maniera troppo forte dai combustibili fossili, e un cambio radicale di scenario non è immaginabile da qui a 10 anni. In più, le limitazioni inerenti alle fonti rinnovabili (principalmente il fatto che non possiamo programmare sole e vento in base alle nostre necessità) fanno sì che aumentare ulteriormente l’uso di rinnovabili per produrre elettricità comporti un aumento della necessità di centrali tradizionali (soprattutto a gas) pronte a intervenire, ed un aumento dei loro costi di gestione.

L’opinione che mi sono fatto da un punto di vista tecnico è che le strutture che sarebbero avviate a chiusura una volta scadute concessioni e proroghe attualmente in vigore sono ben poco rilevanti, e lo saranno sempre meno col passare del tempo, perché in esaurimento. Ma la questione tecnica è a sua volta poco rilevante, perché a mio avviso alla base di questo referendum c’è una motivazione squisitamente politica.

Perché è una questione politica?

ovviamente per rispondere abbandono l’oggettività dei dati, tutto ciò che segue sono opinioni personali

I motivi dell’indizione del referendum erano squisitamente politici, le regioni che si ribellano al governo che le ha deprivate di una serie di poteri (sulle alcune motivazioni della ribellione stenderei un velo pietoso) in nome dell’efficienza

La questione riguardava principalmente i 5 quesiti cassati, però; è rimasto in piedi quello che incide meno

la questione è politica anche per un altro motivo, però

Il referendum è diventato cavallo di battaglia degli oppositori a Renzi (quelli interni al PD, quelli a sinistra, il M5S), visto che questa tornata referendaria nasceva come reazione ad una decisione del PdC e la cosa è ancora più vera alla luce degli ultimi fatti che hanno coinvolto il ministro Guidi (e la Boschi); quindi questo referendum è anche (forse soprattutto) un modo per provare a mettere in difficoltà il governo.

Sulla questione delle lobby delle industrie petrolifere a cui secondo i sostenitori del si il referendum metterebbe fine?

Confermo l’irrilevanza, alla luce dei numeri, che si riflette anche sull’argomento lobby petrolifere: il referendum gli fa il solletico, è una goccia minuscola nel mare della nostra dipendenza dai combustibili fossili.

In definitiva cosa voterai?

Diciamo che si tratta più che altro di un segnale riguardo alla direzione nella quale si vorrebbe andare, una speranza, un wishful thinking (o meglio, voting); ed è il motivo per cui voterei sì nonostante l’irrilevanza dei numeri ma probabilmente non potrò proprio votare, per questioni burocratiche legate al mio trasferimento all’estero per motivi lavorativi.

Decisamente più netta la posizione di E. P., surveyor nel settore Oil&Gas.

Qual è la tua opinione in merito?

La vittoria del Si non significa bloccare, cancellare le trivellazioni bensì solo bloccare le estensioni delle concessioni di sfruttamento dopo la naturale scadenza.  Considerando che le nuove  trivellazioni  nel Mar Tirreno, in aree marine protette e entro le 12 miglia sono vietate dal 2013, la vittoria del SI non porterà comunque allo stop totale delle trivellazioni, perchè si parla solo della fascia delle acque territoriali, quindi oltre le 12 miglia comunque verranno costruiti nuovi impianti, perchè nulla impedisce alle compagnie di portarsi oltre le 12 miglia per continuare con le attività di estrazione, è solo una questione di budget. Aumenterebbe l’import di petrolio e gas via gasdotti e via petroliere, quindi aumenterebbe lo sfruttamento di giacimenti al di fuori del territorio Italiano. Non trivellate da noi, poi se trivellate altrove non ci interessa, l’importante che ci date l’energia per riscaldare la casa, far muovere i nostri mezzi di trasporto e farci fare il pieno alla macchina la mattina del 17 aprile per andare a votare SI.  La vittoria del SI non porta ad una svolta nel fabbisogno energetico e ambientale vista la fame energetica crescente ogni giorno e lo scarso apporto energetico dalle rinnovabili e in alcuni casi l’impossibilità di sostituire l’energia da fossili con le rinnovabili. Quello che serve è fare una politica internazionale a beneficio dello sviluppo energetico da fonti rinnovabili e cercare di rendersi meno schiavi dagli idrocarburi, ma finchè non si è pronti, finchè blocchiamo l’eolico selvaggio, il fotovoltaico selvaggio etc, con la fame energetica che abbiamo votare SI non porta da nessuna parte, solo ad un potenziale aumento dei costi estrattivi e quindi maggiori prezzi per i costi dell’energia e tutto ciò che ne deriva dall’effetto domino che ne scaturirebbe.

Cosa voterai il 17 aprile?

Sicuramente NO. Non è con un referendum abrogativo sul prolungamento delle concessioni che si risolve il problema della sete di petrolio e derivati, ma con una politica internazionale mirata allo sviluppo di fonti di energia pulita e sicura. Il referendum avrebbe senso se e solo se contestualmente allo stop alle trivelle e alla dismissione delle attività estrattive si diminuisse il fabbisogno energetico da idrocarburi, altrimenti non faremmo altro che diminuire la produzione interna ed aumentare l’importazione di idrocarburi. Per dare una svolta si deve adottare una vera politica green in modo da svincolarsi dal fabbisogno energetico da idrocarburi. 


@Riproduzione Riservata                                             a cura di Luigia Meriano

 

 

 

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