Visita all’Abbazia del Goleto. Uno straordinario cammino di 900 anni tra storia e spiritualità

Icona dell’Irpinia, l’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo de’ Lombardi oggi si presenta come un gioiello tra le verdi e rigogliose vallate che la circondano. Basta girare lo sguardo per rendersi subito conto che San Guglielmo da Vercelli, fondatore nel lontano 1133 di questa oasi di pace, era un uomo arguto e pratico, oltre che ispirato dall’indiscutibile volontà di Dio. Questo perché la terra qui promette e mantiene le promesse. E proprio della terra vivevano nel Medioevo. La posizione geografica nodale, la presenza d’acqua, la fertilità del terreno, il clima non saranno stati, infatti, sottovalutati dal santo nella scelta del luogo da destinare al suo grande progetto: la nascita di un monastero femminile.

San Guglielmo da Vercelli

Dopo il successo della fondazione del cenobio di Montevergine, che aveva raccolto monaci e pellegrini, avidi di sollievo per lo spirito e della presenza di una comunità di uomini dedicati alla contemplazione sì, ma anche alla cura dei fratelli, l’arrivo al Goleto dovette rappresentare per l’uomo di Dio un passo importante. Partito per il suo cammino spirituale, lasciando un’agiata famiglia per fare l’eremita, Guglielmo invece viene condotto da Dio sulle Sue vie, lungo le quali fonderà diversi monasteri che risveglieranno nell’Italia meridionale del medioevo il fuoco dello Spirito.

Al Goleto le persone vengono per trovare il silenzio, e anche per fare un cammino interiore, ci spiega don Salvatore Scannamea, rettore dell’Abbazia, che ci fa da guida tra le quelle mura ricche di storia.  Alcune persone vengono a condividere i momenti di spiritualità e di preghiera con i frati, almeno lo facevano perché quei pochi Piccoli fratelli di Jesus Caritas che erano rimasti se ne sono andati alcune settimane fa per mancanza di vocazioni. Don Salvatore, ci spiega, è un sacerdote diocesano che, insieme a don Jonathan, si è fatto carico della struttura, oggi guidata dalla Diocesi di Sant’Angelo de’ Lombardi e in utilizzo del Comune per le manifestazioni culturali che vi si svolgono, e si vede che lo fa con ardore.

Ma la storia ci riporta molto indietro, prima all’impero romano, che in quel luogo ha lasciato importanti tracce sovrastate dalla costruzione dell’Abbazia e del Casale di San Guglielmo, e poi alla fondazione e alla presenza di monache e Abadesse potenti che affermarono l’importanza della donna medievale, come non la immaginiamo a causa di una cattiva informazione su come andavano le cose in quel lungo e prolifico periodo storico.

Ancora don Salvatore, che scopro essere autore di numerosi interessanti libri sulla spiritualità pubblicati in questi anni, ci racconta il significato del grande forno presente nella struttura, soffermandosi sull’importanza della tavola per i cristiani, come luogo in cui manifestare la varietà dell’opera di Dio negli uomini, che riescono ad usare poveri elementi per dar vita ad opere fantasiose. Sono i monaci e le monache ad aver iniziato, infatti, ad elaborare vere e proprie ricette per rendere il pasto più gustoso, traducendo in cose tangibili le qualità dello spirito. La concretezza della nostra religione, lo sappiamo, si rivela nelle opere di misericordia materiale. Dal percorso spirituale alla vita quotidiana, ci spiega la nostra guida, il cristiano realizza il suo cammino di avvicinamento a Dio, dando valore al doveroso passaggio su questa Terra, contrariamente al percorso delle religioni orientali, incentrate invece sull’astrazione dalla vita materiale per raggiungere la purezza dello spirito. Si tratta di concetti profondi, che ora tento di semplificare, ma che fanno realmente riflettere sulle ricadute culturali che nei secoli le religioni hanno avuto sui popoli. Tornando a San Guglielmo, la sua figura continua a stagliarsi concreta, reale, sullo sfondo di quelle mura recuperate all’uso sacro e culturale dopo centosettant’anni di abbandono.

La torre Febronia

Nel 1807 il decreto di Giuseppe Napoleone sancisce l’abolizione degli Ordini Monastici delle Regole di S.Bernardo e di S.Benedetto e coinvolge tutti i monasteri dei territori del Regno di Napoli, che era occupato dai francesi, costringendo i conventi alla chiusura e alla confisca regia dei loro beni. Anche il Goleto, in cui le monache però non erano più presenti dal 1515, subisce questa sorte e i monaci abbandonano il cenobio salvando il salvabile dalla confisca e dalla distruzione. Molte sono le vicissitudini attraversate dal luogo, di cui si interessarono nel tempo studiosi e pensatori che ne caldeggiarono il recupero e la rinascita. Tra questi vi fu anche Giustino Fortunato. Diversi furono i tentativi di farvi nascere una nuova comunità, ma solo nel 1973 un monaco di Montevergine, padre Lucio Maria De Marino, fece sua la causa del Goleto e prese ad abitare quei ruderi accendendo l’interesse, oltre che degli abitanti della contrada, anche dell’arcivescovo Gastone Mojaiski Perrelli, che si spese per acquisire alla diocesi tutto il complesso e attivare i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno e del Ministero perché iniziasse il restauro. Per questa ragione don Lucio viene considerato il secondo fondatore del Goleto. Il terremoto dell’80 arrecò diversi danni alle strutture trovandosi il luogo proprio nella zona del cratere, ma ormai l’attenzione verso il Goleto era stata accesa e la struttura fu completamente restaurata.

Oggi si presenta, come dicevo, un incanto per gli occhi e per il cuore. La scalinata della Chiesa del Vaccaro presta un colpo d’occhio davvero suggestivo al visitatore, così il chiostro delle monache, i resti dell’antica chiesa costruita da San Guglielmo, la cripta funeraria con gli scolatoi e la bellissima cappella di San Luca (1255), sovrastata dall’imponente Torre Febronia, fatta erigere da un’energica Abadessa nel 1252.

Don Salvatore ci ha accompagnato per tutta la lunga visita, proponendoci suggerimenti per le nostre riflessioni e narrandoci una storia antica, senza perdersi in leggende, credenze ed altri orpelli e di questo gli siamo molto grati, come per l’opera di custodia a cui si è dedicato, chiamato da Qualcuno a cui questo luogo deve stare molto a cuore.

Ma io il silenzio di cui tutti parlano non l’ho sentito, forse era sovrastato da tutte quelle voci oranti di monache, dal frusciare delicato ma insistente dei loro abiti, dalle ammonizioni di San Guglielmo, dai rumori delle cucine sempre in attività, nonostante la dieta povera delle vergini del Goleto. No, non ho sentito il silenzio perché ogni pietra che ho visto narrava il racconto di una lunga e affascinante storia, parlando al mio cuore.

©Riproduzione riservata

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About Eleonora Davide

IL DIRETTORE RESPONSABILE Giornalista pubblicista, è geologa (è stata assistente universitaria presso la cattedra di Urbanistica alla Federico II di Napoli), abilitata all’insegnamento delle scienze (insegna in istituti statali) e ha molteplici interessi sia in campo culturale (organizza, promuove e presenta eventi e manifestazioni e scrive libri di storia locale), che artistico (è corista in un coro polifonico, suona la chitarra e si è laureata in Discipline storiche della musica presso il Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino). Crede nelle diverse possibilità che offrono i mezzi di comunicazione di massa e che un buon lavoro dia sempre buoni risultati, soprattutto quando si lavora in gruppo. “Trovo entusiasmante il fatto di poter lavorare con persone motivate e capaci, che ora hanno la possibilità di dare colore e sapore alle notizie e di mettere il loro cuore in un’impresa corale come la gestione di un giornale online. Se questa finestra sarà ben utilizzata, il mondo ci apparirà più vicino e scopriremo che, oltre che dalle scelte che faremo ogni giorno, il risultato dipenderà proprio dall’interazione con quel mondo”.