Identità
Tra le domande che l’uomo si è sempre posto e a cui ancora oggi è difficile dare una risposta è “Chi siamo?”. Forse perché l’identità non è qualcosa di facilmente descrivibile, di immediato, né uno specchio che riflette un’immagine unica, stabile, completa. Ma piuttosto un mosaico in continuo aggiornamento, fatto da desideri, memorie, paure e aspirazioni. Proviamo, allora, ad analizzare questo termine per capire se può raccontarci qualcosa di più: identità.
Il termine deriva dal latino identitas, -atis, sostantivo astratto formato dall’aggettivo idem (ovvero ‘lo stesso’, ‘medesimo’) con il suffisso -tas che indica qualità o condizione. Se, in latino, dunque identità indicava inizialmente la qualità del coincidere, ‘uguaglianza con se stesso’, si è assistito nel tempo a uno slittamento semantico verso ‘caratteristiche distintive e persistenti di un individuo o gruppo’. La parola stessa, dunque, porta con sé una contraddizione intrinseca: essere se stessi significa insieme somigliare e differire, restare fedeli e reinventarsi, appartenere e sottrarsi.
È Pirandello a metterci di fronte a questa tensione, svelando, attraverso i suoi scritti, come ogni persona indossi maschere, obbligate dalle convenzioni sociali, necessarie a sopravvivere in un mondo che giudica e definisce. Ma se la verità assoluta non esiste, come lui stesso sostiene, possiamo davvero parlare di un’identità unica? Forse ciò che chiamiamo “sé” è solo una sequenza di maschere, frammenti di reazioni agli altri e alla realtà, ciascuna autentica nel contesto in cui si manifesta, eppure mai completa. La nostra identità, allora, non è lineare: è plurale, spesso contraddittoria.
L’interrogativo resta aperto e richiede una risposta: esistono in noi molteplici identità e nessuna è più vera dell’altra, oppure siamo noi a perderci, adattandoci così tanto al mondo da non riconoscere più chi eravamo veramente?
Una cosa è certa, quando c’è lo scontro tra ciò che sentiamo di essere e ciò che dovremmo essere, la frammentazione si fa asfissiante. Pilph Roth, nei suoi scritti, racconta proprio di questo conflitto interiore. Partendo da una riflessione introspettiva, l’essere cresciuto in una comunità ebraica che imponeva regole severe e aspettative rigide, mette in scena il senso di non essere mai abbastanza, per sé e per gli altri, e la nevrosi feroce che nasce dal tentativo costante di conciliare ciò che si vuole e ciò che si può. Attraverso i suoi personaggi l’identità diventa un campo di battaglia tra maschere sociali e desideri repressi, tra vergogna e libertà, tra colpa e piacere. Un esempio chiaro è Lamento di Portnoy, in cui il protagonista racconta con estrema franchezza le proprie ossessioni, pulsioni e sensi di colpa. Il romanzo mette in scena l’impossibilità di conciliare il desiderio personale con le regole sociali e familiari, mostrando un’identità continuamente divisa, in conflitto, e mai completa. Roth però non cerca pietà, cerca solo di mostrare, con onestà senza veli, l’uomo nella sua interezza imperfetta, ed è forse proprio in questa urgenza che emerge una verità che è insieme dolorosa e liberatoria: l’identità non è mai singola, non è mai “perfetta”.
Il tema dell’identità, poi, non può non attraversare anche chi affronta il ritorno alle proprie radici. Celebre l’esempio di Saroo Brierley che, in La lunga strada per tornare a casa, racconta come l’identità si costruisca tra perdita e ritrovamento, tra origini biologiche e scelte adottive, tra passato remoto e presente consolidato. La ricerca di sé diventa un viaggio in cui frammenti di memoria, affetti e esperienze differenti si intrecciano e vivere rende necessario il confronto con questa molteplicità, senza annientarsi, utilizzandola piuttosto come un punto di partenza.

In questo senso, Secondo classificato di Alberico Parente (Edizioni Il Papavero – Marketing d’autore) diventa una testimonianza potente di come l’identità si costruisca anche attraverso i legami affettivi più profondi. La storia del rapporto tra padre e figlio mostra che ciò che siamo è riflesso di chi ci ha formato, dei silenzi e delle parole condivise, dei gesti quotidiani e delle lezioni di vita trasmesse con discrezione. La malattia del padre rompe le distanze, costringe a guardarsi negli occhi e rivela come l’identità non sia mai isolata: nasce e si definisce nel legame, nella memoria condivisa. La riscoperta reciproca, passo dopo passo, dimostra che conoscere se stessi significa anche attraversare il tempo, accettare l’imperfezione e riconoscere chi ci ha plasmato, trovando infine un senso di continuità e autenticità che trascende il semplice concetto di successo o fallimento.
Forse la lezione più profonda che emerge è questa: l’identità non è un destino scritto, né un’immagine statica da difendere. Non è un punto fermo da raggiungere, ma un processo continuo, che implica coraggio e resilienza: accettare i propri frammenti e saperli intrecciare in una narrazione che abbia senso, almeno per noi stessi. È un esercizio quotidiano un dialogo tra chi siamo, chi eravamo e chi scegliamo di diventare, e a volte, significa saper riconoscere ciò che conta davvero prima che il tempo stringa.
©Riproduzione riservata

