Orgoglio

Ci sono parole ambigue, che si tingono di significati quasi contrastanti. Orgoglio è una di queste. Sospesa tra forza e fragilità, può elevarci o isolarci, renderci consapevoli o rigidi. La riconosciamo nei momenti in cui rivendichiamo ciò che siamo, quando difendiamo la nostra dignità o quando fatichiamo ad ammettere un errore. Ma da dove nasce davvero? E soprattutto: è una risorsa o un limite?

Il termine sembra che derivi dal germanico urgōli, che indicava un sentimento di fierezza intensa, talvolta eccessiva. Nelle lingue romanze ha assunto una doppia valenza: da un lato esprime dignità, amor proprio, consapevolezza del proprio valore; dall’altro suggerisce superbia, arroganza, chiusura verso gli altri. Questa ambivalenza è rimasta impressa nel significato della parola, che non si lascia ridurre a una sola definizione. L’orgoglio, infatti, è sempre una presa di posizione: afferma un’identità, stabilisce un confine, ma allo stesso tempo rischia di irrigidirlo. È un sentimento che parla di noi, ma anche del nostro rapporto con il mondo.

La letteratura ha spesso esplorato questa duplicità. In Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, è al centro delle relazioni tra i personaggi, in particolare nel rapporto tra Elizabeth Bennet e Mr. Darcy, traducendosi in distanza e incomprensione. L’unico modo per superarlo è riconoscerlo, trasformandosi da difetto a un elemento caratteriale quasi necessario, che deve però essere temperato dall’autoconsapevolezza.  Se consideriamo l’orgoglio nel suo significato negativo — come “stima eccessiva di sé” che offusca il giudizio — un esempio particolarmente efficace si trova nella Divina Commedia di Dante Alighieri, soprattutto nel Purgatorio. Qui Dante incontra le anime dei superbi, costrette a camminare piegate sotto il peso di enormi macigni: una punizione simbolica, che rappresenta proprio il contrario della loro colpa. In vita, infatti, queste anime avevano “alzato troppo lo sguardo”, credendosi superiori agli altri; ora sono obbligate a guardare verso terra, imparando l’umiltà. Un discorso simile può essere fatto per Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il personaggio di Orlando non è orgoglioso nel senso più banale di arroganza sociale, ma incarna comunque una forma di eccesso che richiama l’orgoglio: la sua incapacità di accettare il rifiuto di Angelica. Quando scopre di non essere amato, il suo “orgoglio ferito” si trasforma in follia. Orlando non riesce a mettere in discussione se stesso né ad accettare un limite, e proprio questa rigidità lo porta a perdere il senno. In questo caso, l’orgoglio si manifesta come incapacità di accogliere la realtà quando contraddice l’immagine che abbiamo di noi stessi. Accanto a questa dimensione negativa, però, esiste anche un orgoglio positivo, molto più vicino all’idea di dignità e riconoscimento. Quando diciamo “sono orgoglioso di te”, non intendiamo affermare una superiorità, ma esprimere stima e partecipazione. È un sentimento che nasce dal vedere il valore dell’altro, dal riconoscere uno sforzo, un risultato, una crescita. Un esempio lo troviamo nella poesia If. In questi versi Rudyard Kipling costruisce una sorta di guida morale alla maturità, indicando le qualità necessarie per diventare un uomo. Tra queste, emerge una forma di orgoglio equilibrato: la capacità di credere in se stessi senza disprezzare gli altri, di mantenere la dignità anche nelle difficoltà, di non lasciarsi travolgere né dal successo né dal fallimento. Qui l’orgoglio non è arroganza, ma una solida consapevolezza interiore, che permette di restare fedeli a se stessi senza bisogno di sentirsi superiori.

Nel caso di Perfetto così di Carmela Autieri (Edizioni Il Papavero), invece, l’orgoglio non appare nella sua forma più evidente, ma in una versione più sottile e profonda. All’inizio, il protagonista, Luigino, sembra muoversi dentro una logica che potremmo avvicinare a un orgoglio deformato: il bisogno di essere perfetto per essere all’altezza, per non deludere. Qui l’orgoglio non è fiducia in sé, ma pressione interiore, quasi una voce che dice che dobbiamo essere di più.

Ma il vero orgoglio, in questa storia, nasce con la consapevolezza, nel momento in cui il piccolo protagonista capisce e accetta i propri limiti: riconoscere che non si può essere tutto, sempre, e che non è necessario esserlo per avere valore. Questo tipo di orgoglio non acceca — come quello dantesco o quello ferito di Orlando — ma chiarisce. Non impedisce di vedere i propri errori, anzi li accoglie come parte della crescita.  In questo senso, l’idea che “si è perfetti così” non va letta come un punto d’arrivo statico, ma come una forma di equilibrio: sapere chi si è, con qualità e limiti, e accettare che ogni cosa ha il suo tempo.  

L’orgoglio diventa allora la capacità di riconoscersi senza pretendere di coincidere con un ideale irraggiungibile. È un orgoglio che non ha bisogno di dimostrare, ma di comprendere. In questa doppia possibilità si coglie tutta la complessità e profondità della parola: l’orgoglio può farci perdere la misura… oppure aiutarci a darle un senso.

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About Martina Bruno

Martina Bruno, laureata in Lingue e Letterature Moderne, classe 1996, fermamente convinta che la comunicazione e la cultura, in tutte le sue sfaccettature, siano elementi fondamentali per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Non posso smettere di essere curiosa e osservare, c’è troppo da scoprire, assaporare e raccontare.