Potrebbe trattarsi di ali, recensione e intervista all’autrice

copertina emilia

Potrebbe trattarsi di ali, di Emilia Bersabea Cirillo, L’Iguana Editrice, pagine 169, € 14,00

Recensione e intervista all’autrice Emilia Bersabea Cirillo

Potrebbe trattarsi di ali racchiude sette racconti brevi le cui protagoniste sono per lo più donne.

Stralci di vita che sembrano più che consueti conducono il lettore in vicende molto affascinanti che svelano momenti di sofferenza e di dolore.

Sia l’una che l’altro hanno un duplice aspetto: sono fisiche ma nascondono (o forse, manifestano, lo scoprirà il lettore) l’insoddisfazione psicologica, la mancanza di amor proprio e l’impossibilità di realizzarsi.

Nello stesso tempo celano personalità forti, coraggiose, che non si lasciano sopraffare dalla quotidianità ma cercano, a tutti i costi, di non arrendersi.

La mirabile tecnica della scrittrice non abbandona mai la stesura del libro, si ritrova nel presentare i luoghi, le vicende, i caratteri dei personaggi. Fantasia e realtà si fondono piacevolmente nello svolgimento dei racconti e pongono temi inquietanti.

Sogni, gelosia, sentimenti repressi, pazzia, immaginazione.

Sensazioni e fatti ben presenti nella vita delle donne.

È come se la sofferenza accompagnasse il cammino delle protagoniste, un cammino che è, però, straordinario nel suo svolgersi.

L’esteriorità manifesta un disagio interno, allora ecco che (citando le parole della IV di copertina) lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena incomincia a bruciare… e, lo sappiamo, le ali servono agli uccelli per volare ma sono anche il simbolo della fuga. Alle donne potrebbero servire per scappare via, per riprendersi la loro vita.

Nei racconti è facile ritrovare un vissuto psicologico forte, quasi prepotente,  molti sono i richiami alla psicoanalisi anche se sono celati, appunto, da corpi.

Niente è casuale, come mi confermerà l’autrice, dalla scelta del disegno di copertina ai nomi dei personaggi.

Intervista all’autrice
foto emilia

D: Nel 2016 Non smetto di avere freddo, pubblicato sempre per L’Iguana Editrice, ha vinto la XI Edizione del Premio Minerva. Quando hai scritto i racconti pubblicati in questo nuovo libro?

R: Alcuni li avevo già scritti, e li tenevo nel cassetto, poi l’editrice L’Iguana mi ha chiesto di scrivere un libro di racconti che avesse un tema portante che era il corpo delle donne. Così ho aggiunto a quelli che avevo altri due: Sangue mio e Soul Doll che avevo già in mento da un po’ di tempo.

D: Perché, tra i vari, hai scelto proprio questo tema?

R: Perché il corpo della donna è un corpo misterioso, violato e osannato solo per la parte estetica e anche molto incompreso. Le donne sono giudicate a partire da se sono belle o meno.

Non a caso è stata scelta per la copertina un’icona che è la Venere di Milo a cui sono stati apportati degli accorgimenti proprio per darne un ulteriore significato simbolico.

D: Hai dedicato il libro a “un corpo che resiste”. Cosa vuol dire per te, in questo caso, resistere?

R: Armarsi di pazienza e di speranza. C’è un libro di una scrittrice tedesca riguardo i campi di concentramento, Else Lasker Schuler, in cui scrive la speranza mi ha tenuta in vita.

D: Perché questi racconti di persone ferite nei loro corpi?

R: È un tema molto caro sia a Iguana che a me perché un corpo ferito è molto più letterario.

D: In che senso letterario?

R: Consente allo scrittore di indagare, di immaginare qualcosa sulla motivazione della menomazione. Nei racconti, infatti, anche i nomi sono molto in relazione con ciò che accade. Oggi si parla tanto di corpo, si vedono immagini così diverse dal passato. E anche il modo in cui ci si veste è figlio del nostro tempo, un tempo disgregato.

D: Se tu dovessi scegliere per i personaggi dei tuoi racconti, un aggettivo tra soli e tristi, quale sceglieresti e perché?

R: Io penso che siano più soli che tristi ma non sono solo soli, sono perturbati. C’è qualcosa che dentro non hanno realizzato, o meglio, che tentato di realizzare ma non riescono non perché siano sfortunati ma perché impediti. È come se fossero impacciati nella loro vita.

D: In un racconto, citi Alice Munroe, perché proprio lei?

R: Perché lei è la maestra dei racconti insieme a Katherine Mansfield.

Perché scrivere un racconto è difficilissimo,  è come chiudere una porta dietro di se sapendo che quello che sta nella stanza è in ordine o anche, se sta in disordine, lo riconosci.

Grazie a Emilia Bersabea Cirillo e sinceri complimenti.

Maria Paola Battista

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