Un giorno, o l’altro. Di Tommaso Borrelli

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Recensione e intervista all’autore

Un giorno, o l’altro di Tommaso Borrelli, Kairós edizioni, Napoli, pp. 226, costo 15,00 €

Un giorno, o l’altro scritto da Tommaso Borrelli è il racconto di una vita.

La punteggiatura del suo titolo mi fa già intuire un senso di nostalgia, di rimpianto in quanto la virgola prima della congiunzione mi invita a fermarmi, a pensare e, anche, a chiedermi immediatamente: “Un giorno, o l’altro… cosa?”

La prima impressione è confermata man mano che procedo nella lettura. La nostalgia e il rimpianto accompagnano, infatti, tutta la vicenda narrata. È un protagonista che racconta in prima persona di sé stesso. È un uomo insoddisfatto che cerca sempre di vivere meglio ma lo fa con molto cinismo e polemica. Un uomo a cui la vita ha regalato poche soddisfazioni dal punto di vista professionale. Vorrebbe tanto ma ha poco, vorrebbe fuggire ma non scappa, è pieno di desideri ma ne realizza pochi.

Per alcuni aspetti è l’uomo moderno, sensibile e egocentrico, che vorrebbe assolutamente soddisfare il proprio ego ma non ne ha i mezzi o non riesce a procurarseli. Da qui alibi morali e nefandezze di vario genere, meschinità e cinismo ma, soprattutto tanti, troppi “se”.

La vita del protagonista è accompagnata da altri personaggi, per lo più donne, da luoghi, dal teatro e dalla professione. Nessuno di questi elementi ha funzioni secondarie ma, anzi, sono determinanti per le vicende che accadranno.

Il teatro, luogo in cui gli attori fingono e recitano una parte, non è solo una passione ma serve da formazione al protagonista che sa ben fingere, mentire, ordine e orchestrare.

Le donne sono la sua valvola di sfogo, quelle con cui fare il sesso più sfrenato e audace ma anche coloro che danno al protagonista lo sprone per il cambiamento e mettono in moto il meccanismo nella sua intelligenza. I luoghi sono le città in cui protagonista vive e lavora.

Il lavoro, la sua spina nel cuore. Certo se fosse diventato un attore di gran fama forse non avrebbe avuto tanti rimpianti, tanti sogni repressi, invece finisce con l’essere insegnante in una scuola che va sempre più verso il baratro.

L’analisi che il protagonista fa di se stesso è lucida, spietata, è un uomo che calcola per ingannare, ordisce trame astute per ottenere ciò che vuole: principalmente la donna di turno, che diventa una “conquista”, una preda da stanare e poi ostentare con se stesso come un trofeo.

Lo stile è molto asciutto, senza mezzi termini e il linguaggio, a volte crudo e un po’ volgare, è utile allo scrittore per enfatizzare, più che mai, le situazioni complesse create dal protagonista.

La costruzione della menzogna è un culto, e non implica pentimenti o rimorsi.

 Il finale è aperto come può essere aperta la vita di una persona insoddisfatta che, magari, un giorno, o l’altro decide di fare qualcosa di concreto per sé stessa.

Invito lo scrittore Tommaso Borrelli a rispondere alle mie riflessioni.

Il suo libro mi è piaciuto moltissimo ma, talvolta, mi ha dato ai nervi perché la donna è trattata come un oggetto che soddisfa istinti sessuali trasgressivi. Sia chiaro, non c’è violenza anzi, il gioco perverso è condiviso con approvazione. Ma l’ho trovato troppo cinico, artefatto, solo sesso come passatempo di una vita noiosa.

Riconosco, in accordo con la sua considerazione, che, effettivamente, il protagonista del libro, ma anche l’intero libro, può risultare irritante per il modo con cui tratta l’universo femminile e con cui si rapporta verso altre donne, i sentimenti e la famiglia. Questo mi è stato fatto notare anche in maniera, devo dire, molto meno misurata della sua, anche da altre persone; alcune lettrici si sono sentite colpite, offese, non parliamo poi di chi si è riconosciuto in qualche personaggio e ha minacciato azioni legali.

Effettivamente questo aspetto misogino del protagonista c’è ma, sicuramente, non coincide con il mio pensiero e questo è un qualcosa che ho provato a dire un po’ in tutte le presentazioni o con qualche lettore che mi accusava di aver fatto alcune cose poco edificanti. Di fatto, l’identificazione fra me e il protagonista del libro è molto superficiale, in effetti è solo l’involucro esterno ad essere simile tra noi.  E la semplice identificazione tra me e lui è stato il punto di partenza: stessa età, uguale lavoro, entrambi viviamo in provincia ma, a partire da un certo momento in poi, le nostre strade si sono separate perché il protagonista del libro, e il libro intero, si sono scritti da soli, non sono il frutto di una riflessione meditata. Non ho voluto inserire elementi a priori, è stata quasi una forma di scrittura automatica; all’inizio non avevo una traccia, una trama ben definita, quindi non sapevo il protagonista dove sarebbe andato a parare. Gli eventi sono nati quasi in modo organico, naturale, senza forzatura. Lo scopo, in effetti, era proprio questo: quando ho iniziato a scrivere volevo creare una storia senza trama, iniziare con dei quadretti di vita del protagonista come, ad esempio, le situazioni che accadono al lavoro, le discussioni con i colleghi e da lì poi l’incontro con una persona e via dicendo.

Iniziavo, quindi, la giornata di scrittura senza sapere dove sarei andato a finire, quante pagine avrei scritto e che cosa ci sarebbe stato in quelle pagine. Molto spesso, poi, sono stato influenzato da eventi che magari mi capitavano, fatti che accadevano, racconti che ascoltavo da altre persone oppure incontri che orientavano il percorso della scrittura in un modo che io non avevo previsto perché, in realtà, non avevo previsto niente. Un altro aspetto che forse può essere interessante è che la maggior parte del libro è stata scritta nelle ore libere che avevo a scuola, quindi in sala professori che, comunque, almeno dove lavoro io, non è assolutamente un ambiente tranquillo e silenzioso, di quelli che invitano alla riflessione e alla meditazione. Ecco, da questo, il motivo di alcuni “scarti” linguistici utilizzati. Magari, mentre scrivevo, ero interrotto dalle grida degli alunni o dei colleghi oppure da qualcuno che entrava e mi chiedeva qualcosa.

Alla fine ho mantenuto questa impostazione perché, tutto sommato, ho visto che anche queste oscillazioni di tono, tutto sommato, si sposavano bene con il tipo di storia e con l’indole del protagonista. Era credibile che un io narrante con quelle caratteristiche scrivesse o parlasse in quel modo. Quindi diciamo che, involontariamente, le condizioni di lavoro difficili in cui mi sono trovato a scrivere il romanzo hanno avuto un effetto positivo.

In ogni caso anche tutto questo si è svolto in modo casuale, non è stato previsto né predisposto. Non ho scritto ciò che volevo ma ciò che potevo, per cui anche l’aspetto misogino del protagonista è venuto fuori in modo naturale, senza intenzione.

Una lettrice critica, che è psicologa e psicoterapeuta, mi ha detto che il libro potrebbe anche essere una proiezione delle mie paure inconsce, magari forse nel protagonista ho inserito tutti quegli aspetti del carattere che io temo o che rifiuto. Una specie di esorcismo in forma scritta.

Non lo dico per giustificarmi perché chiunque legga il libro può vedere che, effettivamente, il personaggio è sgradevole, spiacevole, cinico, irritante e questo è l’effetto che ha fatto anche a me. Non nascondo di aver affrettato la conclusione del libro perché, sinceramente, non ne potevo più di avere questo protagonista tra i piedi. Mi irritava, mi infastidiva.

Gli incontri che si fanno nella vita sono determinanti ed è chiaro che dipendono dall’ambiente che si frequenta. Nel suo libro lei ne presenta due facce molto diverse: una ricca, piena di relazioni “costruttive”, di incontri piacevoli, viaggi e cultura; l’altra noiosa, banale, ripetitiva. La differenza fondamentale tra le due sono i soldi che si hanno a disposizione. O c’è dell’altro, secondo lei?

Non credo che la nostalgia vissuta dal protagonista sia semplicemente un fatto di soldi. Sicuramente per condurre un certo tipo di vita è necessario avere le possibilità economiche, quindi questo aspetto materiale influisce sicuramente. Io, però, in realtà, non mi sono soffermato su questo più di tanto. L’aspetto che ho voluto evidenziare è il disagio, il divario che il protagonista avverte e che è un po’ la molla che lo spinge poi a lanciarsi in  avventurette squallide.

La molla che lo spinge a fare questo non è tanto economica ma è un qualcosa di inspiegabile, di indimostrabile. La nostalgia di un passato che lui crede di aver vissuto e di non aver sfruttato fino in fondo ma, in realtà, anche questo non si può dimostrare razionalmente. Io penso che quando noi ricordiamo qualcosa, non la ricordiamo in maniera oggettiva ma distorta, inserendo nel ricordo le nostre sensazioni, le emozioni del tempo e fondendole con quelle attuali. Quindi ogni ricordo è distorto, lo vediamo  attraverso delle lenti colorate che ne distorcono la prospettiva e la visione. Ad esempio, ricollegandomi al fatto autobiografico, io ho un bel ricordo di questo passato, degli incontri, delle persone conosciute ma, se ci penso in maniera razionale, nel momento in cui vivevo questo passato, cioè 20 anni fa, quando anche io giravo per i teatri e avevo a che fare con questi personaggini del teatro napoletano, presunti attori e registi che cercavano di mettere qualcosa in scena, non lo vivevo assolutamente con piacere e serenità.

Ebbene, se togliamo tutto l’aspetto nostalgico e il fatto di avere vent’anni di meno, che pure conta, e cerco di ricordarlo con oggettività, ricordo che fu un periodo noioso, pesante, faticoso quindi non era tutto bello, tutto rose e fiori come lo descrivo e come lo racconta il protagonista. È stata comunque un’epoca in cui ho provato stanchezza, fatica, noia solo che ora, a distanza di 20 anni, questi aspetti negativi che allora provavo si sono come in qualche modo dissolti e il ricordo vede solo gli aspetti positivi: gli incontri, le attività e la vivacità.

Il ricordo è sempre più bello di come lo abbiamo vissuto.

Mi sono, quindi, allontanato dalla sua considerazione iniziale, quello dell’aspetto economico, perché, in effetti, più che l’aspetto economico è la differenza tra il passato e il modo in cui noi lo ricordiamo che fa la differenza.  Anche se fosse stato un passato povero, anche se il protagonista del libro avesse avuto una storia  con una ragazza non ricca io penso che, comunque,  nel ricordarla 20 anni dopo avrebbe provato nostalgia perché credo che è quella la natura di ogni ricordo.  Noi ricordiamo per provare nostalgia e non il contrario, questa almeno è la mia opinione.

Quanto pensa possa contare il carattere di una persona nella realizzazione dei suoi propositi? E se, in fin dei conti, i propositi non ci sono?

Io credo che più che un problema di debolezza caratteriale personale, il protagonista rispecchi un problema riguardante l’intera generazione a cui egli, e anche io, appartiene. Mi riferisco a qualcosa che, in realtà, non tratto in maniera diretta nel libro, se non in un breve inciso, che è l’aspetto politico. Rispetto alla generazione precedente degli anni ’50 e ’60 i quarantenni di oggi non hanno una forte identità politica, hanno pochi ideali a cui riferirsi e non hanno prospettive.

Se lo avessi fatto vivere venti anni prima, probabilmente avrebbe trovato nella politica il suo centro di interesse e non sarebbe stato così vuoto dentro e così insoddisfatto.

Il mio protagonista non avendo la sua identità forte e ben definita, e non trovandola nella società politica, cerca di recuperarla in un altro sé, che poi è sempre lo stesso.

Prova, quindi, a capire che cosa è andato storto nella sua vita, cerca di recuperare un passato in cui ricorda di essere stato diverso, ma che, comunque, è sempre fallimentare.

Quando l’ho scritto, certo, non ci pensavo, ma qualcuno mi ha fatto notare che il mio personaggio potrebbe essere l’uomo di Zygmunt Bauman, degno rappresentate della società liquida.

Grazie a Tommaso Borrelli

Maria Paola Battista

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About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Difetti? Non ho una buona capacità di guardarmi intorno e, strano a comprendere forse, non sono molto curiosa! Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu