La presentazione di La carestia ai tempi della fame…e la gente cantava Luna rossa

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È l’editore Donatella De Bartolomeis a introdurre la presentazione del nuovo libro di Ciro Del Gaudio, La carestia ai tempi della fame…e la gente cantava Luna rossa, che si è svolta, come preannunciato, sabato 14 presso l’ex carcere borbonico di Avellino.

Le sue parole sono tutte per l’autore. Le piace sottolineare alcuni aspetti che lei ha percepito della sua personalità: un uomo che fa della scrittura un mezzo per reinventare alcuni aspetti della vita, un uomo che percepisce e riesce a far percepire il significato poetico delle parole.

Nel  libro l’autore racconta un periodo storico partendo dal microcosmo e facendo riflettere sul senso della comunità e del valore della “vicinanza”. Contemporaneamente, il suo modo di raccontare coinvolge il ricordo in ognuno di noi in un tempo in cui diventa sempre più difficile ascoltare.

Gli interventi dei relatori, il sociologo Ugo Santinelli e le giornaliste Eleonora Davide e la sottoscritta, sono intervallati dalla lettura di alcuni passi del libro curati da due giovanissime lettrici.

A me è piaciuto esprimere alcune mie riflessioni sul libro come, ad esempio, la funzione dello scrittore come testimone di un periodo particolarissimo della storia di Italia vissuta dalla comunità avellinese, in particolare del periodo del bombardamento sulla città da parte dei “cosiddetti” alleati e di ciò che accadde in seguito. La scelta tra monarchia e repubblica, il ’68 e gli anni ’70, l’inizio della strategia della tensione.

Ma come fu vissuto questo momento dalla gente?

L’autore racconta quel periodo di epocali svolte politiche e sociali rapportandolo alle sue esperienze, ricordando la sua famiglia, gli amici, la piccola comunità senza dimenticare di inserire il tutto in ciò che avveniva nel mondo. La storia viene ricostruita come se si stesse imbandendo una tavola non di cibo o bevande piuttosto di ritagli di giornali, appunti, scritti privati e pagine personali intrise di storie e avvenimenti. Materiale di raccolta conservato con e per la memoria. Il risultato è, quindi, un libro di piacevole e simpatica lettura che racchiude 24 anni, 3 mesi e 18 giorni della vita dell’autore a partire dal 14 settembre del 1943 e terminando il 31 dicembre 1968.

Con sincera abilità, l’autore riesce ad intrecciare la vasta scala mondiale con la piccola realtà avellinese ispirato, come già detto, da ciò che avvenne nel mondo: una guerra che coinvolse e stravolse ogni equilibrio ma, soprattutto, portando l’esempio della sua esistenza, quella di un bambino cresciuto dopo una guerra che vede nell’arco della sua vita tanti cambiamenti.

Il racconto non è altisonante. Non ricorda, come l’autore stesso scrive, ciò che già racconta Rai Storia. I suoi personaggi sono la comunità, la piccola città, gli agricoltori con le loro famiglie, operai che di fronte alla miseria del dopoguerra cercano di portare il pane a casa. Un pane accuratamente gestito e organizzato dalle madri di famiglia, le “regine” della casa.

Oltre al dolore, alla povertà, alla carestia, cosa facevano le persone per sopravvivere con serenità?

Gli adulti cercavano la sopravvivenza per tutti, i bambini e i giovani cercavano di aggrapparsi a qualsiasi cosa potesse dare loro un po’ di entusiasmo. Ecco, allora, affacciarsi, nella disperazione generale, lo sport, il ciclismo e il calcio in particolare, che divennero sport di massa coinvolgendo con le loro gare agonistiche gli appassionati: un motivo sano per emozionarsi. Il 3 giugno 1947 il Giro d’Italia fece tappa ad Avellino. Correvano Bartali, Coppi, Petrucci e tanti altri “grandi” del ciclismo e il nostro autore uscì di buon mattino per riuscire ad accaparrarsi una postazione che avesse una buona visuale. Quanto entusiasmo, quindi, nell’assistere ad una gara ciclistica. Oggi noi possiamo vedere tutto ciò che accade in un istante e in tutto il mondo con un click e pochi riescono ancora ad emozionarsi. A quei tempi, a conti fatti neanche tanto lontani, i passatempi erano ben pochi e bisognava accontentarsi. Idem per i giochi, che erano semplici e ingenui rispetto al consumismo di oggi che ci fa comprare solo per poi gettare via. Lanciarsi le molliche di pane, arrampicarsi sugli alberi per procacciarsi qualche zuccherino frutto maturo.

Qualcuno comprava, con enormi sacrifici, una bicicletta e sognava di diventare un grande ciclista, qualcun altro organizzava con una palla di pezza una partita di calcio e si illudeva di diventare un ricco e famoso calciatore. Poi ecco arrivare i movimenti sessantottini, gli hippies, le canzoni. Proprio queste ultime avranno il ruolo, nel nostro libro, di personificarsi per testimoniare una nuova ondata di cambiamenti. Insieme al boom economico scoppiano le contestazioni, c’è aria di emancipazione nella società e la gente acquisisce nuovi ruoli.

E, di nuovo, cosa accade nella comunità avellinese?

Mentre poco lontano, nella città di Napoli, si cantava Luna rossa, Avellino rimaneva abbastanza indietro con i suoi pregiudizi e la sua economia familiare, sociale e imprenditoriale di vecchio stile. E quando si iniziò a cantare anche nel capoluogo irpino Luna rossa, a Napoli la romantica canzone veniva già soppiantata da Tu vuo’ fa l’americano. Bisognava adeguarsi ai tempi ma questa è un’altra canzone.

Per Ugo Santinelli, sono due le chiavi narrative che lui ha rinvenuto come lettore nel libro del suo amico Ciro Del Gaudio. Innanzitutto un’educazione sentimentale, con un inizio e una fine in cui intreccia due moti: quello di rimanere in una città in cui sono sedimentati i suoi affetti e, il secondo, quello di fuggire tipico degli adolescenti. Una fuga che si risolve nel suo interesse per lo sport.

L’arco dell’educazione sentimentale si conclude con il viaggio reale dall’adolescenza all’età adulta in un percorso che vede l’Italia logora e impoverita che si avvia verso lo sviluppo industriale.

La seconda chiave interpretativa è l’innocenza. Il sociologo ne legge le definizioni e ravvisa in “ignoranza del male e, quindi, incapacità di intenderlo e di commetterlo, per lo più in età infantile” la cornice giusta per inquadrare il punto di vista del narratore.

Come ben insegnano le scienze sociali, Santinelli cerca il procedere del rinnovato scontro tra ciò che è bene e ciò che è male, la composizione o meno, e la ricerca della soluzione in uno stato di crisi. E lo vede ben manifestato in una realtà come quella avellinese, quando, passeggiando lungo il corso principale della città, scorge da un lato il Palazzo Vescovile e la presenza di un Vescovo che si sforza di scuotere la città che, però, non risponde; dall’altro sembra fluttuare con il volto di Franco Freda, l’ideatore, responsabile con altri, della strage di piazza Fontana.

La giornalista Eleonora Davide racconta di aver conosciuto Ciro Del Gaudio, il 27 aprile 2017, quando, in occasione di un evento giornalistico organizzato dal nostro giornale WWWITALIA in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti della Campania, presentammo un altro suo libro, Invasione di campo e di corsie.

Tra i diversi interessanti spunti proposti dall’autore sceglie di parlare delle donne in tempo di guerra, cui Del Gaudio fa più volte riferimento nel suo racconto.

La guerra la fanno gli uomini, si pensava una volta, e così la storia ci ha sempre raccontato, ma la realtà, quella che ci hanno raccontato invece i nostri nonni, dice altro e Ciro Del Gaudio ha saputo tratteggiare con garbo questo aspetto.

Le mamme e mogli della guerra e del dopoguerra sono questo: donne abbandonate dai mariti e dai figli che partono per la guerra e che restano sole a guidare la famiglia, donne che si sobbarcano di tutti i carichi familiari, materiali e immateriali. Sono donne che guardano avanti e, con la paura della fame, fanno incetta di ogni bene in previsione dei tempi più bui.

Accenna, come esemplificazione, a due sue conoscenze molto personali, in particolare la giornalista racconta delle sue due nonne, due donne forti, il cui ruolo in un momento storico complicatissimo fu fondamentale per le loro famiglie.

La seconda parte della sua riflessione analizza la figura della donna nei suoi diritti e doveri. La vera rivoluzione per le donne italiane, che sancì lo sdoganamento della funzione che realmente ricoprivano nella società, avvenne quando fu concesso loro di votare, con il suffragio universale riconosciuto per la prima volta in elezioni politiche in concomitanza con il Referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946. Ma la storia della conquista di questo diritto è lunga.

La Nuova Zelanda 1893 fu primo paese in assoluto a concedere il voto alle donne.

L’Italia prima dell’Unità aveva questa situazione riguardo al voto: in Lombardia, che era sotto dominazione austriaca, le donne benestanti e amministratrici dei loro beni potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale attraverso un tutore e in alcuni comuni potevano essere elette.

Nel Granducato di Toscana (1569 al 1859) e in Veneto le donne partecipavano alle elezioni di politica locale ma non potevano essere elette. In Toscana un decreto datato 20 novembre 1849 sanciva il diritto di voto amministrativo per le donne attraverso una procura e dal 1850 anche tramite una scheda inviata al seggio con una busta sigillata.

Dopo l’Unità d’Italia, il Regno d’Italia, con i Savoia, non ammetteva le donne né al voto attivo né al passivo.

In occasione del plebiscito del Veneto del 1866, seppur non previsto, anche le donne vollero esprimere il proprio sostegno all’Unità d’Italia e per questo inviarono diverse lettere di protesta a re Vittorio Emanuele II, mentre a Mantova vennero raccolte in urne separate circa 2.000 schede.

Ci furono diverse proposte di legge ma nessuna fu accolta. La prima conquista in questo campo avvenne nel 1890: la legge n. 6972 del 17 luglio conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza.

Alla fine della seconda Guerra Mondiale, grazie alla partecipazione delle donne alla Resistenza, altre cose si mossero in questo senso. Ma le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (svolte assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica) si tennero il 2 giugno 1946.

La legge che consentiva elettorato attivo e passivo alle donne diede immediatamente i suoi frutti, infatti, già alle prime amministrative vi furono donne elette nelle amministrazioni locali. Alle elezioni del 2 giugno 1946 per l’elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente, le donne elette risulteranno 21.

A conclusione di un travaglio durato oltre un secolo, la Costituzione italiana del 1948 garantirà alle donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo (articolo tre).

Di questi giorni la notizia dell’elezione a presidente della Corte Costituzionale di Marta Cartabia, prima donna a ricoprire questo ruolo, la quinta carica dello Stato.

L’autore è molto contento di scorgere in sala alcuni suoi vecchi amici, sia dello sport che dei “monitori”, di cui parla nella seconda parte del libro.

I monitori sono state delle persone innocue, addirittura caritatevoli.  Rappresentano il passato che vorrebbe sempre tenere in mente perché l’esperienza nella scuola famiglia gli insegnò tantissimo.

L’autore racconta di essere stato inizialmente indeciso se continuare o meno il suo scritto perché non era sicuro di essere in grado di portare avanti un lavoro che legava eventi tragici con i fattori controversi della rivoluzione che seguì con gli anni del ’68.

In seguito, invece, ha deciso di riprendere il lavoro per due motivi: il primo è la scoperta, emozionante, che a Sassocorvaro (PU) esiste una strada intitolata via Anni Sessanta e, così, si è detto di non essere l’unico ad essere nostalgico. Il secondo motivo è stata una frase pronunciata da un suo amico secondo il quale la loro generazione è stata fortunata perché hanno potuto vedere una ricostruzione, il boom economico, hanno potuto costruirsi una famiglia, sono andati in pensione. Il nostro autore aggiunge alle parole dell’amico, che loro avevano iniziato da poveri e la parentesi si sta chiudendo verso la povertà.

Pensare alla seconda guerra mondiale come a un qualcosa che “avrebbe portato fortuna” gli suonava un po’ difficile fino a quando non ha rinvenuto la spiegazione nel dato anagrafico. Nascere cinque-sei anni prima del bombardamento o cinque-sei anni dopo ha costituito una differenza enorme. Chi è nato dopo non ha vissuto il post guerra ma la ricostruzione, per cui gli anni ’60 furono vissuti con consapevolezza diversa dalle due generazioni. I nati prima attendevano qualcosa di diverso mentre per gli altri era tutto scontato. Di quel momento egli ricorda i buoni e i cattivi maestri. C’è chi dice che quegli anni furono premonitori di tanti buoni maestri mentre altri sostengono che con il 6 politico ci sono stati tanti cattivi maestri che hanno invaso le nostre istituzioni portando l’Italia ad essere il disastro che è oggi.

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La carestia ai tempi della fame e la gente cantava Luna rossa

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About Maria Paola Battista

Amo ascoltare, leggere, scrivere e raccontare. WWWITALIA mi dà tutto questo. Iniziata come un’avventura tra le mie passioni, oggi è un mezzo per sentirmi realizzata. Conoscere e trasmettere la conoscenza di attori, artisti, scrittori e benefattori, questo è il giornalismo per me. Riguardo ai miei studi, sono sociologa e appassionata della lingua inglese, non smetto mai di studiare perché credo che la cultura sia un valore. Mi piace confrontarmi con tutto ciò che è nuovo anche se mi costa fatica in più. Difetti? Non ho una buona capacità di guardarmi intorno e, strano a comprendere forse, non sono molto curiosa! Grazie ai lettori di WWWITALIA per l’attenzione che riservano ai miei scritti e mi auguro di non deluderli mai. mariapaolabattista@wwwitalia.eu