C’era una volta … a Hollywood, Quentin Tarantino. (no spoiler)

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Quentin Tarantino realizza un’altra pellicola di grande successo, accompagnata, come sempre, da una buona dose di critiche. C’era una volta … a Hollywood è un’inedita visione del mondo del cinema anni Sessanta che ruota intorno all’oscura vicenda di Charles Manson e Sharon Tate.

Il titolo è volutamente fiabesco, quasi a sottolineare la natura del film, in bilico tra realtà e invenzione. Nella pellicola (e di pellicola si tratta, elemento irrinunciabile per Tarantino) si coglie l’essenza della cinematografia di quegli anni. I protagonisti sono Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente, un attore con il terrore del fallimento e la sua controfigura.

Questa coppia, inedita nei film di Tarantino, funziona perfettamente: Di Caprio fa sfoggio di tutta la sua espressività e genialità nell’interpretazione, Brad Pitt impersona un uomo enigmatico e affascinante. Insieme risultano complementari e convincenti. Pitt, dal canto suo, ha guadagnato una marcia in più da quando ha cominciato a lavorare con Tarantino in Bastardi Senza Gloria (2009): ora le sue interpretazioni sono più riuscite e impegnate, come si può vedere in Fury (2014). Un attore che ha visto migliorare le sue qualità recitative con il passare del tempo.

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Non basterebbe un manuale per analizzare i dettagli di questo film, le citazioni e i richiami alla cultura pop degli anni Sessanta sono innumerevoli. Nelle vicende di Rick Dalton vengono mostrate delle sequenze dei suoi film western e di guerra (inventati) che scimmiottano i film realmente girati all’epoca. Alcuni di questi pezzi contengono scene di sparatorie e violenza che altrimenti sarebbero quasi assenti per motivi di trama in questo film. Di certo, tranne per pochi momenti, non risulta splatter come altri suoi lavori, se pensiamo a “Le Iene” o al più recente “The Hateful Eight”; tuttavia, il marchio di Tarantino è inconfondibile, lascia allo spettatore quella sensazione di incredulità e incertezza.

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Oltre agli ironici intermezzi citati prima, troviamo richiami più espliciti alla realtà con scorci originali dei film e delle serie tv dell’epoca (come Bonanza o FBI) che in qualche modo influenzano la trama. Molti dei personaggi del film sono realmente esistiti come, ad esempio, Bruce Lee. La sua figura viene umanizzata e ironizzata, spogliata di quell’aura mitologica che siamo abituati a immaginarci. Tra le altre curiosità, viene citato il nome di Sergio Corbucci, realmente esistito, e che lavorò per il western “Django”, di cui Tarantino fece un remake molto splatter, “Django Unchained”.

Altri elementi interessanti sono la comparsa di Al Pacino e l’ultima interpretazione di Luke Perry, che ci ha lasciati pochi mesi fa.

-Da qui in poi non ci sono spoiler ma solo un cenno alla correlazione tra la trama e la storia a cui si ispira il film, cosa evidente già nei primi minuti del film. Qualora non foste a conoscenza dei fatti realmente accaduti nel caso Polanski e voleste approfondire successivamente, potreste proseguire la lettura dopo la visione del film-

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Personaggio importantissimo nel film è Sharon Tate, celebre attrice e moglie di Roman Polanski. Tristemente nota per essere stata tra le vittime della strage ordita da Charles Menson, il santone diabolico a capo della setta di hippie che terrorizzava Hollywood alla fine degli anni Sessanta. Interpretata da Margot Robin, è un personaggio quasi etereo, dolce, amato da tutti. Insomma, una figura trattata con rispetto. Per quanto siano state mosse delle critiche per aver rispolverato un capitolo tanto triste della cultura americana, nel film la famiglia Polanski e il suo entourage sono toccati con delicatezza dagli eventi che accadono intorno, quasi facessero parte di una storia indipendente ma collegata. Tarantino non è un documentarista e la trama non segue fedelmente i fatti realmente accaduti, dona la sua interpretazione e un po’ giustizia a una vicenda che ha segnato il cinema e che ha influenzato il regista stesso.

In definitiva, il nono lavoro di Tarantino è destinato, come gli altri, a entrare nella storia del cinema. Come suo solito risulta provocatorio, contraddittorio ma sempre originale e sorprendente.

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About Flavio Uccello

Ha 25 anni, giornalista pubblicista, consulente assicurativo e finanziario per Generali Italia. Oltre a trattare argomenti di natura socioeconomica, ha una smodata passione per i motori e il motorsport di cui scrive diffusamente nelle nostre rubriche. Ama leggere ed è molto curioso. Ha una gran voglia di comunicare con il mondo.