Dall’economia al feticismo del mercato finanziario. Il focus di Giuseppe Rocco
Tutta la ruota gira attorno alla globalizzazione. I manipolatori della finanza hanno inserito da tempo i meccanismi deleteri dei guasti in Borsa valori, per trarne guadagni facili. Un’esca per tutti, ma decisamente pericolosa perché il cittadino normale ne esce stravolto e le aziende in stato di fallimento.
L’analisi ricalca l’enfasi della globalizzazione per i suoi effetti positivi e negativi in economia e in parte nel campo sociale. Vediamo l’evoluzione storica nell’economia.
La vita economica nasce assieme all’uomo e si evolve con le aggregazioni territoriali e gli interessi del tempo. In rapporto al mercato, che alimenta l’economia, la genesi parte da Adam Smith, filosofo ed economista scozzese, nato nel 1723, il quale crede nella “Mano invisibile del mercato“. Adam Smith viene catturato dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro: un uomo volge il filo metallico, un secondo lo raddrizza, un terzo operaio lo taglia, un quarto operatore lo appunta. Adam Smith è il primo e unico autore a porre tanta enfasi sulla divisione del lavoro, come principio della ricchezza nazionale. Adam Smith sviluppa la teoria economica del “laissez faire”, già avanzata dai fisiocratici nel campo agricolo, estendendola a tutti i settori economici. Propone di limitare l’intervento pubblico in economia, lasciando al mercato il compito di risolvere i problemi economici. Secondo l’insigne economista, ogni operatore economico privato persegue il proprio guadagno personale e, come guidati da una “mano invisibile”, le scelte individuali per la ricerca del guadagno personale conducono indirettamente al benessere sociale e generale dell’economia Non è quindi necessario alcun intervento pubblico da parte dei governi.
Quanto alla remunerazione del capitalista, Smith la ricava dalla teoria del valore fondata sul lavoro, la cui quantità determina il prezzo. Insiste inoltre sulla libertà del commercio e del libero scambio, nell’ottica della concorrenza.
Assieme ad Adam Smith, si scorge un’altra autorevole figura, Davide Ricardo, nato a Londra nel 1772, il quale compie un’opera di elaborazione di una teoria economica completa, in grado di spiegare i fenomeni economici nei processi di produzione e di formazione del lavoro. Secondo la teoria di Ricardo il sistema economico capitalistico tende automaticamente verso una situazione di pieno impiego, in quanto l’offerta (produzione) crea la domanda di mercato (legge di Sav)). Ricardo amplia così la dottrina del liberismo economico di Smith sugli scambi commerciali e la estende anche ai rapporti di produzione. A David Ricardo si deve anche l’opera di completamento della teoria del valore dell’economia classica, in base alla quale il valore dei beni è determinato dal contributo del lavoro impiegato direttamente o indirettamente nella produzione degli stessi (valore lavoro).
Una posizione di grande rilievo si riscontra con Karl Marx, nato il 1818 in Prussia, il quale critica gli economisti classici britannici che avevano erroneamente confuso le leggi dello sviluppo dell’economia e delle società con le leggi della natura. Marx pone la distinzione fra struttura (base economica) con i suoi quattro elementi (produzione, scambio, distribuzione e consumo) dalla sovrastruttura con gli altri aspetti: religione, politica, arte, etica. Nella sfera di circolazione i lavoratori sono legalmente liberi di accettare un lavoro dai capitalisti, ma nella realtà, diventati salariati, entrano nel vortice spietato della produzione. Non possono influenzare le decisioni su quali merci produrre, sulla quantità e sulle tecniche di produzione. In tal modo la forza lavoro diventa merce e si aliena: scatta la separazione tra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro. Marx va oltre, precisando che la vera origine del plus valore non si trova in un atto di scambio, ma nel modo in cui è organizzato il processo di produzione.
Le tesi di Karl Marx non si realizzano, anzi si realizzano in modo distorto nell’impero sovietico, con la gestione dello Stato, anziché in Inghilterra come rivoluzione degli operai. Questo secondo modello si è dissolto come la neve al sole. Si è creduto che, con una visione manichea, il sistema valido sia quello capitalistico senza freni, sull’impostazione del modello classico, realizzato dagli Stati uniti d’America. La realtà sta evidenziando una serie di pecche e ingiustizie, che questo ultimo paradigma produce nelle attività socio-economiche. La soluzione ideale sarebbe partire da una base liberale con regolazioni da parte dello Stato, onde evitare straripamenti distruttivi. Sarebbe auspicabile passare dal neoliberismo sfrenato a al neoliberismo moderato, con un capitalismo progressista e con la riorganizzazione temperata della finanza.
Max Weber (1864) imponente filosofo, accetta il pensiero di Marx ma lo considera unilaterale poiché va aggiunta l’influenza di natura etica. Abbandonato il determinismo economico, Weber verifica che i primi capitalisti sono protestanti, in particolare calvinisti, i quali sono attratti dall’ascetismo mondano. I primi capitalisti assumono le vesti di asceti e si sottopongono a qualsiasi rinuncia pur di riuscire nel lavoro. Poste queste premesse in quanto il capitalismo è un fenomeno moderno, nato nel Rinascimento, l’argomento ci conduce all’economia reale, ossia alla produzione dei beni
John Maynard Keynes, nato il 5 giugno 1883 a Cambridge, è stato un economista britannico, padre della macroeconomia e considerato uno dei più grandi economisti del XX secolo. Keynes sostiene che domanda e offerta non si incontrano spontaneamente: se i privati, per qualsiasi ragione, non spendono, i soldi non spesi vengono sottratti al processo di creazione della ricchezza; di qui la necessità di un intervento statale per rimettere in sesto l’economia e sanare gli squilibri del sistema.
Solo un intervento dello Stato, capace di regolamentare e incidere sullo sviluppo, può garantire un giusto equilibrio tra domanda e offerta, tra interessi privati e sociali. L’obiettivo era costruire un sistema economico capitalistico efficiente, in grado di contrastare i fenomeni di recessione e di crisi.
Il termine “neoliberismo” viene usato per la prima volta nel 1938, in occasione del colloquio Walter Lippmann di Parigi, un incontro fra economisti, sociologi, giornalisti e uomini di affari in cerca di una metodologia per proteggere il capitalismo globale dal fascismo e dal socialismo. Nel secondo dopoguerra i concetti neoliberali sono stati sostenuti Friedrich Hayek, che partecipato all’incontro di Parigi, e che successivamente ispira la rivoluzione attuata da Reagan e da Thatcher. La filosofia del neoliberalismo va inquadrata nel contesto sociale, in cui si trova l’Europa degli anni trenta, devastata dal fascismo. Si assiste al tentativo di vaccinare il capitalismo su scala mondiale contro le minacce della democrazia e contro governi desiderosi di intervenire sulle prospettive economiche. Indirettamente l’amministrazione Clinton rimuove ogni protezione all’economia globale, proprio nel momento in cui la Cina fa l’ingresso nell’OMC. La chiave del discorso sta nel fatto che le società neoliberali, nel contrastare le democrazie vere in cui prevale lo Stato eletto dal popolo, finisce con favorire forme di dittature.
Precisiamo che l’economia reale è la branca di produzione dei beni tangibili ed è costituita da un insieme di attività eticamente superiori, volte ad accrescere il benessere materiale e a nobilitare i singoli attraverso il lavoro. La finanza appare invece eticamente ed ontologicamente spregevole, in quanto succhia il sangue dei produttori per ingrassare cinici esattori di metaforici pedaggi, propala informazioni distorte, distrae le forze migliori dalla produzione di oggetti utili per attrarli in luoghi di perdizione, come le banche e i mercati finanziari. L’economia non è una semplice applicazione di metodi statistici e matematici, in quanto legata a processi umani e culturali spesso contingenti. Lo scopo intrinseco riguarda la creazione di un ordinamento agile sociale, in grado di provvedere alla produzione di beni, alla cooperazione e all’armonia tra interessi personali e il bene comune e infine contribuisce alla realizzazione dell’uomo.
La Borsa valori,tempio sublime e immateriale della finanza, è una saggia e indispensabile istituzione in quanto adempie a una funzione importante, ossia costituisce il mezzo attraverso cui si mobilita il risparmio onde farlo affluire verso quei settori produttivi di più alto rendimento. Da un punto di vista sociale, quando il commercio borsistico non trascende i limiti della sana e lecita speculazione, assolve alla funzione di stimolare l’attività produttiva delle imprese, di garantire il normale svolgimento dei profitti e di assicurare l’equilibrio economico di una Nazione.
Nasce a Bruges (Belgio) nel medio Evo, quando i mercanti si danno appuntamento in piazza sotto il palazzo della famiglia Van Der Bourse. Sorge a Wall Street nel 1792 per discutere un prestito di 8 milioni di dollari per finanziare la guerra contro Gran Bretagna.
Siamo giunti storicamente così alla Globalizzazione, fenomeno inarrestabile e importante, cioè crescita sinergica o processo attraverso cui i mercati diventano interdipendenti fra loro, a causa della dinamica di scambio beni e capitali (principio dei vasi comunicanti), ma se non gestito può produrre danni come in questi ultimi anni.
La globalizzazione, quale movimento evolutivo del sistema delle informazioni rapide, ha rappresentato un toccasana nelle attività economiche e sociali. L’avvento delle manipolazioni, con la sciagurata invenzione dei derivati e delle vendite allo scoperto, ha innescato una serie di patologie nel mercato finanziario. Inoltre l’attrazione dei facili guadagni ha moltiplicato le operazioni sino al punto che il complesso delle attività finanziarie costituisce un volume di affari sette volte maggiore dell’economia reale. La Borsa valori pertanto da strumento fantastico è divenuto il mezzo per effettuare giochi perversi e rischiosi per le economie dei vari paesi.
La lezione che si ricava dall’agenda liberista va oltre l’economia e giunge al degrado del sistema politico nei Paesi occidentali, ostaggi dei capitalisti. In genere le logiche a morfologia capitalistica instillano caratteri di feticci.
Quali sono gli effetti negativi socio economici? Sono tre distinti e conseguenti: il feticismo del mercato finanziario, l’efficientismo selvaggio e l’eclissi della morale.
Il feticismo del mercato finanziario è un fenomeno di attaccamento morboso alla finanza, vista come serbatoio di ricchezza. Col gioco delle carte si cerca di guadagnare più della produzione dei prodotti. Un fenomeno che si basa sulla distorsione, in quanto la finanza, quale elemento ancillare dell’economia ha raggiunto valori sette volte superiore all’elemento base (secondo stime), che è l’economia reale, costituita dalla produzione di beni e servizio[1]. Per fornire un dato bruciante sulla voglia di guadagnare tout court pur correndo innegabili rischi, si rammenta che gli italiani nel 2024 hanno speso oltre 22 miliardi nelle scommesse: molto più dell’intero debito pubblico[2]. Mentre scommesse, slot machine, videopoker, gratta e vinci, creano danno alle finanze personali, in quanto “tassa degli stupidi” come affermava Cavour, l’accanimento nel mercato finanziario può appartare danni all’economia.
Nella corsa al profitto esasperato, scatta il secondo effetto che è “l’efficientismo selvaggio”, ovvero efficienza disumana, cercata a tutti i costi per accrescere il profitto, ignorando le condizioni dei lavoratori e di tutti i prestatori d’opera, con congegni sofisticati[3].
Il terzo effetto, conseguenziale al secondo, appare l’abbandono dell’etica, non più presente nei contatti individuali[4]. In tal modo si cancella la dignità dell’individuo e si danneggia la qualità della vita. Un esempio, il ricorso ai subappalti, strumenti di tipici di guadagno rapido, che si avvale di personale poco qualificato e materiale scadente, rischiando morti sul lavoro.
Il combinato effetto di questi tre fenomeni ha ridotto il lavoro ad atto penoso, come enunciava Adam Smith, ma soprattutto favorisce personalità distorte. Esso crea manager altamente retribuiti a fronte di operai che guadagnano un millesimo dei super dirigenti. Basti pensare che nella sanità, il manager viene giudicato dai profitti e non dalla bontà e qualità dei servizi.
Al momento non si ravvedono impegni tendenti a frenare la dimensione enorme della finanza, per la quale occorre un accordo internazionale, possibilmente presso la Banca Mondiale. Nessuno ne parla, neanche gli economisti. Ad accrescere l’incertezza del momento, è apparso sulla scena politica un vero ciclone, il presidente degli Usa, Donald Trump, il quale con un’azione inquieta, sciagurata e devastante ha rinnegato gli istituti internazionali. Nella morsa sovranista, ha innescato una griglia disomogenea di dazi doganali, sconvolgendo i mercati. L’avvento di Trump non può fermare la globalizzazione, ma nel tentativo di bloccarla, sta accrescendo le disarmonie economiche, complice l’aggressione russa al popolo ucraino.
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[1] Argomento trattato dall’opera “Illusione della finanza” dello stesso autore ed edito da “Lupi Jacopo”.
[2] Articolo di Gian Antonio Stella sulle cronache del Corriere della sera a pag. 22 del Corriere della sera del 9 novembre 2025.
[3] Per approfondimenti, consultare il volume “Efficientismo selvaggio come icona” dello stesso autore ed edito da “Il filo di Arianna”.
[4] Leggere il testo “Eclissi dell’etica economico-istituzionale” dello stesso autore ed edito da “Progetto cultura”.
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