Lavoro fisso, caduta di un mito. Il focus di Giuseppe Rocco
Quando parliamo di mito, ci riferiamo a quello più importante dell’uomo: il lavoro. Per affermare la propria dignità, per provvedere ai bisogni primari e secondari e per impegnare la giornata in modo celebrativo, l’uomo pensa ad una sua attività lavorativa.
Con il 2000 tramonta il secolo del lavoro certo, avviando un processo di frammentazione delle classi sociali, con la contrapposizione fra lavoratori garantiti e lavoratori precari. Emergono distinzioni sociali inedite; scompare la vecchia divisione del lavoro tra operaio e impiegato; si afferma l’esercizio di funzionari digitali; crescono gli immigrati in cerca di lavoro d’ingresso; si registra l’aumento dei lavori a bassa remunerazione. La disuguaglianza in Italia ha origine dall’elevato livello di disoccupazione.
Il passaggio dalla società del lavoro alla società del rischio sta diventando una realtà con cui misurarsi nei prossimi anni. L’aumento dell’instabilità lavorativa sta modificando progressivamente la composizione sociale della popolazione vulnerabile. Il passaggio dalla dimensione della sicurezza salariale a quella dell’instabilità e della crescita pone un numero crescente di famiglie di fronte ad un cambiamento radicale di prospettive. Il Job Acts ha preso atto di una situazione internazionale di volatilità ma ha anche incresciosamente favorito il drammatico problema del lavoro, il quale resta sempre la fonte di guadagno e il simbolo della dignità personale.
Da qui discende un effetto negativo del capitalismo unito alla globalizzazione, con l’efficientismo selvaggio, detto pure efficienza disumana, concetto più volte richiamato su questo giornale.
Esaminiamo la problematica, iniziando a riscoprire il significato del detto “Il lavoro nobilita l’uomo”, un famoso proverbio che tutti hanno sentito almeno una volta nella vita. Si tratta di una celebre espressione proverbiale attribuita al grande naturalista inglese Charles Darwin, colui che ha elaborato la teoria dell’evoluzione. Un motto popolare che esalta il lavoro, uno dei diritti universali dell’uomo, a cui è dedicata la giornata del Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Ma cosa significa questa espressione? E’ ancora valida nella società di oggi?
Con il detto “Il lavoro nobilita l’uomo” si vuole indicare il fatto che attraverso il lavoro l’uomo si nobilita, ovvero diventa migliore, eleva la sua dignità e in generale la sua persona. L’importanza del lavoro è sancita all’interno della Costituzione Italiana, già a partire dall’Art.1 che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Vediamo cosa si intende per un “lavoro capace di rendere nobile”. Si tende a pensare che esista una scala di valori nel giudicare un lavoro, in base a livello di retribuzione, di autonomia, del ruolo all’interno dell’organigramma aziendale, dei requisiti di studio, del tipo di contratto, di mansione. Secondo alcuni, bastano anche solo alcuni di questi requisiti per sentirsi “nobili”.
In realtà non è così. Non è il tipo di lavoro o il salario o ancora il tempo speso a compiere una mansione a rendere una persona nobile o importante; bensì è il lavoro stesso, a prescindere dalle sue caratteristiche, a garantire la nobiltà alla persona. Ogni lavoro, qualsiasi mansione o retribuzione, è capace di rendere l’uomo nobile, ad elevare la sua condizione sociale, perché ognuno di noi nella società fa parte di un ingranaggio, che può contribuire al benessere di ciascun membro della collettività. Ogni lavoro è potenzialmente capace di “nobilitare” l’essere umano.
Non è pensabile una società senza lavoro. Le aziende non produrrebbero merci per sfamare o utilizzare per altri scopi; erba e fiori non nascerebbero dalle crepe dei marciapiedi. Stranamente moriremmo tutti di fame. In verità la maggior parte delle cose che facciamo per soldi sono palesemente irrilevanti per la nostra sopravvivenza e, tra l’altro, per ciò che conferisce significato alla vita.
Per centinaia di anni, le persone hanno creduto che il progresso tecnologico avrebbe presto liberato l’umanità dal bisogno di lavorare. Oggi abbiamo capacità che i nostri antenati non si sarebbero mai potuti immaginare, ma quelle previsioni non si sono ancora avverate. Gli uomini cercano disperatamente un lavoro, godendosi a malapena le comodità che tutti questi agi dovrebbero fornire.
Sappiamo che il lavoro fu inventato solo poche migliaia di anni fa, ma gli esseri umani esistono da centinaia di migliaia di anni. Una volta la vita era solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve, ma quella narrazione è giunta a noi da coloro che hanno eliminato quel modo di vivere. Se i nostri lontani antenati potessero vederci oggi, sarebbero probabilmente entusiasti di alcune delle nostre invenzioni e inorriditi da altre, ma sarebbero sicuramente traumatizzati dal modo in cui le adoperiamo. Pertanto non dobbiamo rinunciare a tutto ciò che abbiamo imparato, ma dobbiamo gestirlo meglio.
L’uomo non produce merci dal nulla; non è un gioco di prestigio. Piuttosto, prende le materie prime dalla biosfera – un tesoro comune condiviso da tutti gli esseri viventi – e le trasforma in prodotti animati secondo la logica del mercato. La nostra idea di felicità è costruita per stimolare la produzione.
Il lavoro non crea semplicemente ricchezza dove prima c’era solo la povertà. Al contrario, finché arricchisce alcuni a spese di altri, anche il lavoro crea povertà, in proporzione diretta al profitto. La povertà non è una condizione oggettiva, ma una relazione prodotta da una disparità di distribuzione delle risorse. Non esiste la povertà nelle società in cui le persone condividono tutto. Può esserci scarsità, ma nessuno è soggetto all’umiliazione di non avere laddove altri hanno più di quanto possano usare. Mentre il profitto viene accumulato e la soglia minima di ricchezza necessaria per esercitare influenza nella società aumenta sempre più, la povertà aumenta in modo debilitante.
Tutti sono a conoscenza del prezzo che pagano addetti alle pulizie e lavapiatti per essere la spina dorsale della nostra economia. Tutte le piaghe della povertà – dipendenze, famiglie distrutte, pessime condizioni di salute – sono all’ordine del giorno; resta la spinta a sopravvivere, quasi a far dei miracoli.
Nel panorama del lavoro, si crea una gerarchia, spesso indiretta, creando una piramide. Si può pensare che guadagnare uno stipendio più alto potrebbe significare avere più soldi e, quindi, più libertà, ma non è così semplice. Ogni lavoro implica costi nascosti: proprio come ogni giorno un lavapiatti deve pagare il biglietto dei mezzi recarsi al lavoro, un avvocato aziendale deve essere in grado di spostarsi ovunque in qualsiasi momento, mantenere un abbonamento al club preferito per incontri di lavoro informali, possedere una villetta dove intrattenere gli ospiti che riceve a cena in modo da raddoppiare i suoi clienti. Questo è il motivo per cui per i lavoratori della classe media è così difficile risparmiare abbastanza da smettere mentre sono ancora in servizio e tagliarsi fuori dalla corsa al successo: in pratica, cercare di elevarsi nell’economia significa correre di più, sia metaforicamente che nella realtà.
Quanto più si sale nella scala gerarchica, più si dovrà combattere per mantenere il posto. Il ricco dirigente deve abbandonare le sue passioni sfrenate e la sua coscienza, deve convincersi di meritare più dei poveri cittadini, deve soffocare ogni suo impulso a interrogarsi, a condividere, a immaginarsi nei panni altrui; se non lo farà, prima o poi sarà sostituito da qualche contendente più spietato.
Questi sono i costi che paghiamo individualmente, ma c’è anche un prezzo globale da pagare per tutto questo lavoro. Oltre ai costi ambientali, ci sono malattie, infortuni e decessi legati al lavoro: ogni anno muoiono migliaia di persone per vendere hamburger e abbonamenti ai centri benessere ai sopravvissuti.
Perché lavorare, se è così costoso? Tutti conoscono la risposta: non c’è altro modo per acquisire le risorse di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, o per quella storia di far parte della società. Tutte le precedenti forme sociali che hanno reso possibili altri modi di vivere sono state sradicate poiché sono state eliminate da conquistatori, trafficanti di schiavi e società che non hanno lasciato intatte né tribù e né tradizione. Contrariamente alla propaganda capitalista, gli esseri umani liberi non si affollano nelle fabbriche per una miseria se hanno altre opzioni. Il capitalismo esiste perché investiamo tutto in esso: la nostra energia e ingegnosità nel mercato, le nostre risorse al supermercato e in Borsa, tutta la nostra attenzione nei media. Altro discorso diventa una valutazione del capitalismo, inchiodato nel suo passato e nello sfruttamento: dovremmo certamente avviare un capitalismo moderato e umano.
Prestare il nostro tempo anziché fare le cose per sé stessi, ci porta a valutare le nostre vite sulla base di quanto possiamo ottenere in cambio da loro, non di ciò che ne ricaviamo. Come schiavi vendiamo le nostre vite ora dopo ora, quando pensiamo a noi stessi crediamo che ognuno abbia un prezzo; l’ammontare del prezzo diventa la nostra misura di valore. In tal senso, diventiamo prodotti, proprio come il dentifricio e la marmellata. Quello che una volta era un essere umano ora è un impiegato, così come quello che una volta era un maiale ora è una braciola. Le nostre vite scompaiono, spese come i soldi con cui le scambiamo. In un certo senso aveva ragione Karl Mark, quando parlava della oggettivizzazione del lavoro, che rendeva gli operai semplici pedine del gioco.
Si è sperimentata la versione dell’economia collettivizzata nell’Urss, per evitare eccessive sperequazioni, ma la storia ha demolito quella tipologia di sistema, in cui tutto veniva appiattito e l’ascensore sociale premiava chi seguiva le idee del capo e non il talento individuale. Nel complesso questa realtà ha prodotto tanta miseria e poca considerazione per il rispetto umano.
Tornando al nostro tema centrale e al regime democratico attuale, vi sono famiglie, per esempio, in cui le persone mostrano affetto facendo la gara cercando di dimostrare di essere quelle che si privano di un maggior numero di cose per il bene altrui. La gratificazione non solo è ritardata, ma viene trasmessa da una generazione alla successiva. La responsabilità di godere finalmente di tutta l’agiatezza, presumibilmente messa da parte durante anni di duro lavoro, viene rimessa ai bambini; ma quando diventano maggiorenni, se devono essere visti come adulti responsabili, anche loro dovranno iniziare a spaccarsi la schiena.
Oggi la gente lavora sodo, questo è un dato di fatto. L’aver vincolato alle performance del mercato l’accesso alle risorse ha causato progressi senza precedenti da un punto di vista produttivo e tecnologico. Infatti, il mercato ha monopolizzato l’accesso alle nostre capacità creative nella misura in cui molte persone non lavorano solo per sopravvivere.
La prova va al di là del luogo di lavoro. Quante persone che non perdono mai una giornata di lavoro non possono presentarsi in tempo per le prove della banda musicale. Non riusciamo a star dietro alle letture del nostro circolo letterario nemmeno quando finiamo i compiti in tempo; ciò che vogliamo veramente fare con la nostra vita finisce in fondo alla lista delle cose da fare. La capacità di seguire gli impegni diventa qualcosa al di fuori di noi, associata a ricompense o a punizioni esterne.
Non esiste un mondo in cui tutto ciò che le persone fanno, lo facciano perché vogliono, perché si dedicano veramente alla sua realizzazione. Per qualsiasi imprenditore che ha lottato per motivare dipendenti indifferenti, l’idea di lavorare con persone ugualmente coinvolte negli stessi progetti sembra utopica. Ma questo non prova che nulla sarebbe fatto senza capi e salari, ma mostra solo come il lavoro fiacchi l’iniziativa.
Si finisce per fare affidamento sui propri datori di lavoro per prendere decisioni ponderate in modo che possano pagarti lo stipendio, in quanto non possono solamente sperperare i soldi o non ne avranno per pagarti. Quelli da cui dipendi per il tuo sostentamento non sono arrivati dove sono ispirandosi ai sentimenti. Un lavoratore autonomo, probabilmente sa benissimo quanto può essere instabile anche il mercato.
Una delle operazioni dibattute è il ricorso al subappalto e ai contratti pirata, i quali presentano diverse criticità, al punto da invocarne l’utilizzo. Il subappalto a cascata è la pratica con cui un subappaltatore affida a sua volta parte delle lavorazioni a un ulteriore subappaltatore. Il nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023) ha eliminato il precedente divieto, ammettendo questa possibilità in generale, ma consente alle stazioni appaltanti di vietarlo per specifiche prestazioni, indicandolo nei documenti di gara.
Con questa modifica si mira a valutare la portata applicativa delle modifiche in materia, riducendo al minimo gli ostacoli normativi e semplificare la disciplina vigente. Il subappalto, infatti, ha sempre rappresentato oggetto di scontro tra la necessità, avvertita dal nostro legislatore, di ostacolare fenomeni corruttivi, e l’apertura europea che opina per l’utilizzo del subappalto quale istituto teso a favorire il mercato e lo sviluppo delle aziende ed imprese che vi operano.
Cerchiamo di far luce nel concreto e nella essenza dell’istituto. Il sub appalto andrebbe abolito tout court perché immorale. Esso predispone una caduta della qualità vedendo ridursi le risorse, con il frequente ricorso alla precarietà e al lavoro nero, e pure a macchinari obsoleti. Tutte condizioni che aumentano i rischi di incidenti sul lavoro. Inoltre può nascondere forme di corruzione, difficilmente riscontrabili.
Nella patologia dei contratti, vi sono i contratti pirata. Con questo termine si intendono alcuni contratti collettivi sottoscritti da sindacati minoritari e associazioni imprenditoriali, poco rappresentativi delle parti sociali, con l’obiettivo di costituire un’alternativa ai contratti collettivi nazionali c.d. “tradizionali”. L’uso della parola “pirata” deriva dal fatto che tali contratti prevedono condizioni normative ed economiche inferiori rispetto a quelli siglati dai sindacati confederali (ad esempio retribuzioni minime inferiori; un minor numero di ferie o permessi etc).
In sintesi i contratti pirata mirano ad essere più “convenienti”, a scapito dei diritti delle parti.
L’applicazione di contratti pirata comporta, per i lavoratori, una perdita sia a livello retributivo sia sul piano dei diritti. L’effetto di un contratto pirata, infatti, oltre che sulla riduzione dei minimi tabellari stabiliti, si ripercuote anche sul numero di ore di permesso, sulla possibilità di usufruire di misure di welfare aziendale, così come sulla facoltà di accedere alla formazione erogata dagli organismi bilaterali (solo le rappresentanze sindacali effettivamente rappresentative possono istituire enti bilaterali).
Non a caso l’INL è intervenuto definendo il fenomeno dei contratti pirata come fenomeno di dumping.
I contratti pirata nascondono molteplici svantaggi anche per i datori di lavoro. Spesso, infatti, gli scostamenti di costo medio orario, sono sufficienti ad alterare la principale dinamica del mercato e sfociare nella “concorrenza sleale” con tutte le conseguenze che tale situazione comporta.
Il lavoro postula un riconoscimento importante nella vita dell’uomo e quindi va rispettato e giustamente identificato sia nelle condizioni che nel salario. I contratti di sub appalto, i contratti pirati, i trattamenti sociali diversificati e il ventaglio delle remunerazioni assumono aspetti inquietanti. A proposito del salario, paghiamo i manager mille volte più dei dipendenti, come denuncia giustamente il presidente Mattarella. San Francesco sosteneva che andasse remunerato secondo il proprio lavoro e non in rapporto alla propria autorità. In altre parole paghiamo lo status e non il merito. Rimanendo nel mondo laico, dovremmo dar credito ad Adriano Olivetti, quando sosteneva che nessun manager dovrebbe guadagnare dieci volte di più rispetto al dipendente meno pagato.
Cosa potrebbe fornire una vera sicurezza? Forse far parte di una comunità a lungo termine in cui le persone si prendono cura le une delle altre, una comunità basata sull’assistenza reciproca piuttosto che sugli incentivi finanziari. Siamo però nell’utopia.
Cerchiamo di essere chiari su questo: criticare il lavoro non significa rifiutare la fatica, lo sforzo, l’ambizione o l’impegno. Non significa esigere che tutto sia divertente o facile. Combattere contro le forze che ci obbligano a lavorare è un processo duro. La pigrizia non è l’alternativa al lavoro. La morale della favola è semplice: tutti noi meritiamo di sfruttare al massimo il nostro potenziale come meglio crediamo, di essere i padroni del nostro destino.
Da questa analisi, ne discende che l’impianto gnoseologico resta il lavoro, dopo la salute. Tenendo conto che la salute viene determinata dal Fato, la fenomenologia del momento si incentra sul lavoro. La caduta dell’atteggiamento attuale, che prevede attività precarie e stagionali, provoca una totale sensazione di tristezza. Sotto l’egida della buona coscienza e della comprensibile razionalità, la certezza del lavoro diventa un elemento perentorio. I tempi stanno cancellando questa sicurezza, che invece veniva garantita sino alla fine del secolo scorso.
L’emanazione del Jobs Act da parte del governo Renzi, con la facilità di licenziare i dipendenti, ha rappresentato un freno al benessere e alla prosperità, senza contare la serenità individuale. Vivere nell’incertezza, col rischio di non avere più i proventi per il cibo, per la casa e per il mantenimento dei figli, assume un aspetto inquietante nella società attuale, anche se i governi tendono a narcotizzare le esigenze.
Nel dispositivo concettuale deve rimanere il posto fisso, unico elemento in grado di assicurare il bene collettivo, che è la somma dei beni individuali.
L’esplosione della globalizzazione, potenzialmente decisiva per il progresso, ha innescato effetti collaterali gravi, senza il controllo e la gestione del fenomeno. Il capitalismo sfrenato ha consentito l’affermazione delle holding e delle multinazionali, ove l’obiettivo del profitto viene estremizzato. Oggi purtroppo conta aumentare il profitto senza remore, senza etica e senza il rispetto e la dignità dei lavoratori. A cascata tutti gli imprenditori hanno adottato la tecnica malvagia dell’efficientismo selvaggio. Secondo la filosofia, già il prefisso ismo avverte di una irregolarità, ma il significato va oltre poiché estende i malefici nel rapporto di lavoro, soprattutto con l’uso sfrenato della precarietà, che tiene il dipendente in una condizione di soggezione e di ridotto salario.
Si sta pure creando una dicotomia fra lavoratore autonomo e lavoratore dipendente. Il lavoratore autonomo, sia pure stremato dal peso fiscale, ha la possibilità di decidere il proprio destino e magari aumentare il valore dei beni e dei servizi. Il lavoratore dipendente vive senza certezze per l’avvenire, senza grossi poteri di aumentare le proprie risorse finanziarie. Ovviamente alla categoria dei dipendenti, va aggiunta la componente dei pensionati, quasi abbandonati al destino negativo di anziani, i quali incontrano pure difficoltà nella gestione sanitaria, ormai divenuta farraginosa, lenta e inadatta per persone fragili, bisognose di urgenti interventi e razionalità.
Tutte queste distorsioni dipendono dalla pratica del “Feticismo del mercato finanziario”, ossia dall’attaccamento morboso verso la finanza, molto allettante ma altrettanto pericolosa. Il peso eccessivo conferito alla finanza crea una distorsione economica, in cui la finanza (elemento ancillare dell’economia) supera abbondantemente i valori dell’economia reale. In genere le logiche a morfologia capitalistica instillano caratteri di feticci
Nel contesto economico deteriorato, si diffonde la morbosità del profitto, che a sua volta riduce l’etica e diffonde l’efficienza disumana nel lavoro e purtroppo nella vita sociale in generale. A cascata nel declino generale, il lavoro diventa un grosso problema, dimenticando l’essenza della vita umana, proprio basata sull’esercizio di attività, destinate a conferire dignità e guadagni.
In conclusione, il lavoro è sacro e bisogna difenderlo a tutti i costi.
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