L’efficientismo selvaggio raggiunge il culmine con l’intelligenza artificiale. Il focus di Giuseppe Rocco

Abbiamo più volte citato l’efficientismo selvaggio, come una manifestazione del lavoro avvertita in modo sadico per l’inasprimento delle metodologie, sorte con l’avvento della globalizzazione.

L’efficienza è sempre stata una dote e un metodo, che ha incontrato i favori nella industrializzazione e nella commercializzazione. L’efficienza riguarda la competenza e la prontezza nell’assolvere le proprie mansioni; in particolare in economia si tende a rendere in modo ottimale la capacità di azione o di produzione con il massimo risultato e con il minimo di spesa, di risorse e di tempo impiegato. La ricerca del profitto a tutti i costi è diventata una nota fondamentale nella formazione del capitalismo liberale e nella nascita delle Holding. Il guadagno è la ragione principale nell’esercizio di un’impresa; tuttavia quando i profitti seguono regole esasperate, ignorando l’etica e la dignità delle persone, si propone una società che persegue fini economici, senza tener conto del lato umano.[1]

Il fenomeno raggiunge vette ancora più sadiche, con l’affermazione dell’intelligenza artificiale. Questo sviluppo tecnologico, acquisito come strumento di progresso, diventa una tappa fondamentale verso il futuro, ma se costituisce la ragione dell’essere collettivo, richiede una riflessione approfondita, in quanto provoca riduzione dei posti di lavoro, accrescimento dell’efficientismo, annullamento della personalità individuale.

Oggi, bene o male, tutti ragionano con il proprio cervello, ponendo in essere intelligenza e sforzi mentali sia pure diversificati, domani si consulteranno paradigmi, disposti da pochi menti, erodendo continuamente l’intelligenza individuale, che – senza esercizio – tende a inaridirsi.

Per capire meglio la portata del problema è necessario fare degli esempi concreti. Partiamo allora dal rischio più discusso e con la più alta probabilità di manifestarsi nel breve periodo, ovvero: l’intelligenza artificiale sostituirà il lavoro umano? La risposta è, in parte, affermativa. A metterlo nero su bianco è uno studio del Parlamento europeo che calcola nel 14% la riduzione dei posti di lavoro nei paesi dell’OCSE, ritenuti automatizzabili, mentre un altro 32% potrebbe affrontare cambiamenti profondi.

Per di più la nuova generazione di strumenti d’intelligenza artificiale, applicazioni capaci di creare testi, immagini, tabelle e codici di programmazione complessi ma anche di elaborare, confrontare e predisporre dati, attraverso una semplice indicazione testuale (un comando testuale), mette in discussione per la prima volta in modo massivo i lavori d’ufficio, e in particolar modo quelli che richiedono maggiori capacità cognitive, creatività e alti livelli di istruzione. In poche parole fin qui è tutto abbastanza intuitivo, è più facile, infatti, immaginare come un’applicazione di intelligenza artificiale possa sottrarre il lavoro a un programmatore, un copywriter, un illustratore o un addetto all’assistenza clienti. Più difficile invece concepire che questi strumenti possano essere usati per manipolare l’opinione pubblica o reprimere diritti sociali e civili. Vediamo quindi i meccanismi che potrebbero portare a situazioni di questo tipo, con una precisazione: in tutti questi casi è sempre l’operato umano che determina l’evento, le intelligenze artificiali infatti non sono entità autonome.

Dobbiamo anche pensare al rischio probabile di una manipolazione dell’opinione pubblica. Conosciamo fin troppo bene i vantaggi (e i rischi) di essere sempre connessi, ma forse ignoriamo quello che potrebbe essere il più pericoloso aspetto della comunicazione contemporanea: le notizie false circolano più velocemente di quelle vere. Le nuove tecnologie potrebbero quindi essere usate per alimentare la disinformazione, amplificare stereotipi e innescare campagne di diffamazione mediatica; tuttavia possono essere utilizzate anche per andare a caccia di notizie false e addirittura per «mettere fine alle bufale», come suggerito dalla Direzione generale per l’innovazione della Commissione Europea.

Pensiamo pure alla tecnologia del controllo. Gli sviluppi tecnologici nell’ambito della sorveglianza permettono di aumentare la sicurezza e risultano strategici per combattere il terrorismo, tuttavia possono essere sfruttati dai regimi repressivi per reprimere l’opposizione, soffocare la libertà di stampa e controllare in mondo massivo la popolazione come denuncia Amnesty International.

Non è esclusa la corsa all’intelligenza artificiale. Come in passato si registrava la corsa all’oro negli Stati Uniti d’America anche l’intelligenza artificiale è oggetto di una frenetica accelerazione, questa volta nel campo della tecnologia e dell’innovazione. Paesi e aziende di tutto il mondo stanno competendo per acquisire un vantaggio e questa corsa potrebbe spingere alcune di esse a sviluppare modelli senza una sufficiente riflessione sulle implicazioni etiche e sulla sicurezza, portando a una perdita di controllo sui sistemi avanzati. Per questo è necessario fin da subito una chiara definizione dei principi di gestione dell’Intelligenza artificiale.

La nuova svolta ci pone davanti a un quadro complesso, al cui interno è possibile osservare come tutti gli ambiti della società siano avviati verso cambiamenti sempre più profondi e dove diventano sempre più concrete le speranze di sfruttare queste tecnologie per rispondere alle sfide più urgenti: lotta ai cambiamenti climatici, protezione della biodiversità, sostenibilità e sicurezza dei flussi migratori, cambiamenti demografici ed economici.

Per tenere traccia della dinamica e dei progressi dell’intelligenza artificiale e per poter contare su una visione globale di nuovi progetti e proposte capaci di incidere positivamente sulla società, il punto di riferimento è sicuramente l’Osservatorio AI per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, una piattaforma dove navigare tra tutti i progetti mondiali basati su tecnologie di IA volti ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità al 2030 e che offre a tutti gli attori coinvolti (Paesi, università, centri di ricerca, ONG, aziende, cittadini). Ciò offrirà la possibilità di condividere le esperienze e i dati, evidenziare criticità e ostacoli, partecipare a gruppi di lavoro o formarne di nuovi per avviare una cooperazione digitale che attraverso la ricerca, la sperimentazione e la condivisione di pratiche sull’uso responsabile possa rendere l’intelligenza artificiale una risorsa per lo sviluppo equo e sostenibile in tutto il mondo.

Secondo un rapporto di Federprivacy, l’89% delle applicazioni e degli strumenti di IA generativa pubblica utilizzati dai dipendenti non è controllato dalle aziende. Pare che il 20% degli utenti aziendali ha installato autonomamente almeno un’estensione di IA nel proprio browser e il 58% di queste estensioni possiede permessi di accesso ad alto rischio, come la capacità di monitorare la navigazione, leggere il contenuto delle pagine web e accedere a dati sensibili.

Sulla realizzazione dell’intelligenza artificiale, l’attuale Papa ha sentito il bisogno di intervenire con una Enciclica “dedicata alla Magnifica Humanitas”. Sono sempre stato un ammiratore e sostenitore del precedente Pontefice, Francesco, che ho definito “un fuoriclasse della Religione”, rammentando slanci coraggiosi: chiusura di Radio vaticano perché innescava tumori a cittadini della zona, abolizione della mafia presso la Banca vaticana, modifica del Pater Noster, richiamo ai sacerdoti per contenere l’Omelia entro dieci minuti, ecc. Non era facile per il nuovo Papa, iniziare il suo esercizio dopo una personalità così forte; Egli è partito con moderazione ed equilibrio. Ebbene dopo un anno di Pontificato ha postoin essere un guizzo di classe, conla zampata del leone (d’altra parte si chiama Leone), emanando una Enciclica forte, pungente ed attuale, che richiede una riflessione considerevole sull’ intelligenza artificiale.

Al capitolo terzo, cita le sfide che toccano il nostro modo di agire, con l’immagine biblica della torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare.

Già Papa Francesco, nell’Enciclica “Laudato sì”, denunciava l’abbraccio col paradigma tecnocratico, ossia metteva in risalto la tendenza a non lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. In altre parole, la tecnica da semplice oggetto può diventare soggetto, in grado di sfruttare un sistema sempre più deformato.

Negli ultimi anni, le scienze cognitive, la robotica, la biotecnologia ed ora l’intelligenza artificiale, diventano strumenti irreversibili che vanno contenuti e assimilati in modo corretto nell’esplicazione delle azioni umane. Rimanendo nel Vaticano, Papa Paolo VI, a quei tempi esprimeva il pericolo che “i progressi scientifici e le prodezze tecniche non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale; spesso si rivolgono contro l’uomo”. Come avvertivano alcuni economisti del dopoguerra, l’uomo col progresso diventa un barbaro, senza una maturazione etica adeguata; cioè resta un incivile che maneggia strumenti sofisticati.

Questi paradigmi spesso si concentrano in poche mani e possono sfuggire al controllo pubblico, col rischio di sviluppare manipolazioni e diseguaglianze aggiuntive, al limite della povertà. Così l’efficienza diventa efficientismo sino al sadismo dei rapporti, richiamando Karl Marx, quando incentrava i suoi scritti sull’alienazione del lavoratore. Infatti l’alienazione dell’operaio (e pure del cittadino) comporta la perdita della dignità e della giustizia sociale. Sempre citando Leone XIV, deve essere custodito il primato della persona, utilizzando l’intelligenza umana, per guidare le innovazioni tecniche e gestirle con responsabilità.

I fattori dell’intelligenza artificiale possono simulare percorsi che implicano comportamenti, ma non capiscono ciò che producono, perché non vivono l’orizzonte affettivo e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Si tratterà di un riscontro statistico di dati molto efficace, privo del vivere interiore. In verità, i sistemi in parola si presentano neutrali e oggettivi, nella realtà rispecchiano posizioni ideologiche di chi li ha progettati. In tal modo la massa, composta da uomini, perde le proprie virtù e cade nella retorica di pochi, spesso manipolatori. L’etica così va in pensione, poiché il cambiamento viene governato da logiche tecnocratiche, imponendo regole artificiali.

Del resto, qualcosa del genere già esiste con la manipolazione della finanza, che sta scuotendo le varie branche produttive, quasi a divenire il credo dei cittadini, vittime di organismi, in particolare delle banche. Il cittadino non pensa più perché perde la capacità di ragionare, considerato che con pochi meccanismi ottiene la soluzione. Di quale soluzione parliamo? Di risposte senza anima che sono utili per tante operazioni ma non si adattano ai casi singoli, desiderosi di un conforto umano. La Chiesa fa bene a segnalare i danni. A proposito Paolo VI dichiarava “Le conquiste della tecnica e della scienza, svincolate dal progresso morale e sociale, finiscono per ritorcersi contro l’uomo”. Ancora una volta, si ricade nella teoria marxiana dell’alienazione umana, in cui l’uomo perde il diritto di essere soggetto e va in una dimensione di oggetto. La Chiesa cattolica non rifiuta l’intelligenza artificiale, ma la vuole usare come un dono, ossia come uno strumento, per alleviare le sofferenze, soddisfare la giustizia, portare uguaglianza e sviluppo, all’insegna del benessere comune.

Davvero geniale, Papa Leone XIV, quando nell’enciclica, al capitolo IV, richiama Platone, proprio per rafforzare il concetto che le cose importanti non possono essere attribuite a una macchina.[2] Asserisce “le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a interiorizzare i concetti e le esperienze come se fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione”

     Secondo Platone, la conoscenza più alta scaturisce da una lunga convivenza con i problemi e non da algoritmi, che dettano soluzioni. Il rischio dell’intelligenza artificiale non riguarda l’uso di macchine digitali ma dalla sua nuova atrofia spirituale. Se tutto viene prodotto senza sforzo, si perde il valore della maturazione. In altre parole, l’intelligenza può essere simulata, la sapienza invece nasce da una vita vissuta.

La filosofia antica trova riscontro anche oggi, in quanto lo sviluppo dinamico, proveniente da una globalizzazione incontrollata, in cui la finanza ha preso il sopravvento sull’economia reale, la fragilità umana viene abbandonata al destino della digitalizzazione. Si aggiunga il momento storico, in cui gli Stati Uniti, con la loro potenza, guidati da un esuberante e sciagurato presidente, eludono le regole internazionali, avviando guerre e imponendo scelte irrazionali. Si avverte una dicotomia: mentre con le iniziative di Trump si torna alla scelta delle tribù, in cui prevaleva il più forte e non il più sapiente, la storia contemporanea ci consegna mezzi ultrapotenti da gestire per il progresso. Il rischio che si tratti di un progresso senza anima.

Vi sono in tal modo tutti gli ingredienti per riaffermare e peggiorare la tendenza all’efficientismo selvaggio, una vera patologia nei rapporti umani, improntati esclusivamente al profitto, ignorando l’etica e l’umanità.

Le rivoluzioni tecnologiche comportano sempre una riscrittura dei criteri in campo socio-economico e di conseguenza nel complesso mondo della politica. A titolo di esempio, dopo la prima elezione nel 2016, Donald Trump convocò un vertice con i leader più significativi dell’industria tecnologica. Alla conferenza erano presenti Silicon Valley, Jeff Bezos, Elon Lusk, Tim Cook, Sheryl Sandberg, Larry Page, Eric Schmidt, Satya Nadella. Un incontro così concepito poneva in luce la profonda trasformazione dell’industria americana. Non vi era posto dei colossi dell’automobile, come General Motors. Chrysler, Ford, ma al posto loro erano subentrati i colossi digitali. Ciò corrispondeva al cambiamento della realtà. In questa visione dinamica, si avverte l’egemonia sui mercati ma soprattutto la colonizzazione dell’interiore.

Quello che occorre rilevare che il sistema capitalistico appare una creatura fredda, che si maschera continuamente, cambiando il trucco, senza tuttavia mutare l’essenza immutabile della sua forza di potere. Val la pena, sfasciare, assieme al feticcio del profitto, il mito dell’infallibilità del mercato e la sua capacità di trovare equilibri in maniera autonoma. Tale impegno diventa prioritario nella globalizzazione, in cui il sistema finanziario ha assunto un potere enorme, creando e distruggendo la ricchezza, dal nulla. Senza l’etica il mondo non può sopravvivere: un monito importante farla rientrare nei processi produttivi. A ciò si lega il pensiero sulla democrazia, che coniuga con due elementi, da cui passa l’energia che accende l’esistenza: la libertà e la giustizia sociale; questa ultima spesso viene dimenticata nel mondo moderno.

Lo scarto tra l’iconografia del libero mercato e la realtà assume la forma di un abisso, soprattutto dopo le ultime vicende internazionali, legate alle idee ballerine di Donald Trump.

Il capitalismo iperliberale, a cui si è affidato il globo, senza l’anima deve trovare lo sbocco verso il capitalismo progressista, in cui prevalgano l’etica, la democrazia e la riduzione della forbice della ricchezza. L’intelligenza artificiale sarà complice nell’accentuare le differenze sociali. Notizia recente che Elon Lusk è divenuto il primo trilionario. Siamo in ritardo ma dobbiamo invertire la tendenza disumana del capitalismo, se vogliamo salvare il mondo, poiché nella differenza enorme di reddito, fiorisce la sofferenza con l’efficientismo selvaggio, effetto principale del feticismo del mercato finanziario.


[1] La materia viene trattata nell’opera “efficientismo selvaggio come icona” di Giuseppe Rocco

[2] Al riguardo un’analisi di grande rilievo viene svolta dal Corriere della sera di sabato 6 giugno 2026, pag. 34, a cura di mauro Crippa e Giuseppe Girgenti.

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.