Crisi 1929 e 2008 a confronto. Il focus di Giuseppe Rocco

Le crisi che hanno sommerso il pianeta nel 1929 e nel 2008 si presentano con alcune differenziazioni. Certamente il fattore comune resta il gioco della finanza, che nell’ultimo secolo sta agitando le economie mondiali.

Le ragioni della crisi del 1930 partono dagli Stati Uniti, che cadono in una profonda recessione strutturale dovuta alla rapida introduzione delle tecnologie di massa e alla disponibilità di energia a basso costo (petrolio). Ne consegue una elevata crescita della produzione standardizzata basata sui sistemi ad alta intensità di capitale e a flusso continuo. Il nuovo paradigma tecnologico non viene accompagnato da cambiamenti istituzionali e sociali e pertanto la ricchezza si accumula in un’unica direzione, nelle casse dei capitalisti. La ineguale distribuzione del reddito avrebbe richiesto investimenti pubblici e privati per favorire l’allargamento della domanda di beni, tramite forme di credito al consumo che avrebbe ampliato il mercato interno. Come conseguenza l’attività produttiva viene frenata. Assistiamo ad una crisi di saturazione.

Analizzando l’andamento fenomenale si può pensare a diverse concause, sia interne agli Stati Uniti, dove si realizza il primo terremoto finanziario della storia che ha uno dei suoi fulcri nel giovedì nero di Wall Street, ma le cui cause e conseguenze erano assai più complesse di un crollo borsistico, sia a livello internazionale dove vengono coinvolti molti paesi in una recessione spaventosa che dura diversi anni. Tuttavia la crisi inizia ufficialmente con il crollo della Borsa di Wall Street che segnala la distruzione, in valore e in crescita, di molti settori industriali e imprenditoriali che fino agli anni ’20 avevano avuto sia una crescita esponenziale di fatturato sia una crescita finanziaria parallela e ugualmente intensa.

Le disarmonie determinate dalla crisi penalizzano duramente i salari e i prezzi al consumo e bloccandone gli scambi commerciali interni e internazionali, oltre ad aumentare il livello di disoccupazione sia  nelle città industrializzate che nelle aree agricole e nelle zone minerarie: aree in cui la differenziazione occupazionale era pressoché impossibile perché non vi erano alternative  al principale impiego.

In effetti le cause interne sono una conseguenza del boom economico successivo alla Prima Guerra Mondiale. Durante tale periodo, infatti, molti settori economici legati direttamente o indirettamente al mercato dell’auto e al settore edilizio ottengono uno sviluppo progressivo che permette una crescita di produttività, di consumo e di salari che assieme costituiscono una formula di sviluppo apparentemente inarrestabile. Praticamente, invece, diventa un’utopia poiché era impensabile che tale sviluppo proseguisse senza alterazioni o senza ostacoli: nulla è infinito e la crescita non può costantemente vivacizzarsi.

Ad un certo punto, infatti, il potere d’acquisto comincia a diminuire non sostenendo più l’alta produttività delle industrie: metallurgica, petrolifera, manifatturiera, edile. Inoltre il sistema borsistico americano era drogato da una valorizzazione falsata delle azioni soprattutto di quelle industrie e società che avevano rappresentato il boom economico.

Si rintracciano errori nella gestione di alcune aziende che non sono state capaci di mantenere la giusta liquidità per affrontare momenti di crisi economica strutturale e ciclica. La caduta dei pezzi del domino a questo punto attraversa l’ultimo segmento: la classe media aveva perso i suoi risparmi con il crollo della borsa, le industrie e le imprese non avevano più sostegno economico alla produttività e il sistema bancario, a causa dei prelievi forzati dei risparmiatori presi dal panico. A tal punto iniziano i fallimenti e i licenziamenti.

Le cause internazionali della crisi che si sposta dagli Stati Uniti d’America al resto dell’Europa sono molteplici: i dazi doganali che impediscono al surplus produttivo di trovare degli sbocchi commerciali adeguati costringono le industrie e le imprese ad abbassare i prezzi rendendo tali beni non più convenienti e quindi a fermarne la produzione. Tali dazi si moltiplicano a causa della caduta dell’Impero Asburgico e per la conseguente creazione di nuovi stati: Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia.

Anche la rivoluzione russa, in forza della scatenante depressione perché, isola molti Stati dal resto del mondo dando vita al piano quinquennale di programmazione economica che non prevedeva scambi e acquisti con le nazioni al di fuori della sua area di influenza marxista-leninista. Inoltre i principali paesi europei, durante il conflitto mondiale, si erano indebitati pesantemente con Gli Stati Uniti e avevano caricato i loro debiti sulle riparazioni di guerra della Germania piegando pesantemente il sistema economico di quel paese. A questo punto gli USA intervengono comprando beni dell’industria tedesca affinché il governo teutonico avesse i soldi necessari per pagare i debiti di guerra. Questo circolo apparentemente virtuoso diviene vizioso e a causa della crisi americana colpisce duramente tutti i paesi indebitati dalla Grande guerra.

Gli Stati colpiti dalla crisi scelgono strade univoche e individualiste per risolvere i loro problemi, come ad esempio il governo degli Stati Uniti d’America che ricorse ad un forte intervento statale nell’economia creando il New Deal, un piano di riforma economica che aveva lo scopo di risollevare il paese dalla crisi economica e sociale in cui era precipitato, sulla scorta del grande economista Keynes.

L’Inghilterra crea un piano tariffario dedicato ai paesi del Commonwealth chiudendosi ancora di più agli scambi commerciali. La Germania precipita in una crisi sociale disperata con milioni di persone senza lavoro e con una pressione politica devastante che porta alla nascita del partito nazista. L’Italia, in fortissime difficoltà economiche, dopo l’avvento del fascismo, avvia un forte intervento statale nell’economia con la creazione dell’IRI, una società che aveva lo scopo di impedire il crollo del sistema bancario italiano.

Veniamo alla crisi del 2008. Per indurre i risparmiatori a comprare sempre più azioni vengono svolte, dalle holding, consulenze falsate sul reale valore dei titoli e quando le industrie cominciano a non poter più sostenere una crescita produttiva positiva; il valore delle azioni inizia a calare costringendo i risparmiatori a vendere rapidamente il loro capitale azionario e quindi a far crollare la Borsa. Interessante, come parentesi, è notare che secondo molti economisti dell’epoca le cause scatenanti la crisi sono: errori speculativi del sistema del credito, cioè le strategie bancarie, con speculazioni errate e gestione sbagliata del credito alle imprese e alle industrie. Irresponsabile politica economica che per perseguire il pareggio di bilancio non adempie ai suoi doveri: pagare puntualmente le imprese che lavorano per lo Stato ed attivare interventi economici statali capaci di salvare aziende e industrie in crisi.

La spirale di tendenza al profitto porta ad una frenetica attività della Borsa e il sistema bancario non riesce a gestire il fenomeno speculativo. Le carte superano i beni; siamo nella finanza drogata, che governa in modo scellerato il periodo. La crisi iniziata nel 2008, ha provocato qualche guerra regionale; ha indebolito i prezzi dei prodotti primari; ha sviluppato il concetto di protezionismo esaltato dalle politiche del presidente Ronald Trump; ha diffuso in Europa forme di indipendenza di natura demagogica, verificabili pure in alcuni movimenti populistici italiani.

Anche questa volta il “casus belli” è scattato negli USA, per via dell’abbondanza dei mutui non suffragati da validi strumenti di garanzia. L’Unione Europea è stata colta in un periodo di debolezza strutturale, in cui trionfano scontri nazionalisti e diverse misure all’immigrazione. L’Italia non ha compreso in tempo il rischio del mercato finanziario e non ha sostenuto le grosse aziende in un vortice di fallimenti e spostamenti all’estero. Ciò ha fatto cadere il livello occupazionale con tutti i riflessi sul tenore di vita.

Assistiamo ad un mutamento significativo dell’andamento economico. Nel secondo dopoguerra il flusso degli investimenti era diretto verso settori ad alta intensità di capitale e di energia (chimica e automobile), attualmente la tecnologia dell’informazione comporta investimenti immateriali e software, che non richiedono grandi stabilimenti e alte concentrazioni di flusso energetico. Il sistema tecnologico arriva come un’onda d’urto violenta, che non consente di sottrarsi pena l’esclusione dal mercato.

Nella crisi del 2008 si pensa giustamente alla bolla creditizia sul mercato immobiliare. Accanto a questa ragione principale, si crede che vi sia stato un lungo periodo di gestazione riconducibile a tre fattori: processo di deregolamentazione dei mercati finanziari; scelte di politica economica USA; politica monetaria accomodante attuata dalla FED dalla fine degli anni novanta. Per la prima causa, la politica di deregolamentazione, è iniziata con la Thatcher e Reagan, con la separazione fra banche commerciali e banche di affari: il compito di sorveglianza del settore bancario è passato dalla FED alla Securities and Exachange Commission; inoltre sono deregolamentati dal mercato finanziario i derivati, i quali nati come strumento contro i rischi (di cambio, di tassi d’interesse, di oscillazione dei prezzi delle materie prime) in poco tempo sono adoperati a fini speculativi. Le stesse banche iniziano ad investire in tali prodotti per lucrare alti rendimenti, purtroppo compiendo rischi e nascondendo tramite essi perdite di bilancio. Una delle caratteristiche della crisi finanziaria internazionale del 2008, quale effetto della deregulation, è stata proprio quella dell’utilizzo forzato dei derivati, i quali hanno accresciuto la volatilità del settore finanziario, spostando l’attenzione degli operatori finanziari dalle operazioni di mercato reale, risparmio ed investimento, a quelle puramente speculative.

In ordine alla seconda causa (scelte di politica economica statunitense), negli anni ottanta, Reagan taglia il prelievo fiscale per incentivare l’investimento ed attua una politica monetaria restrittiva, volta al riassorbimento delle pressioni inflazionistiche; in tal modo si avvia un processo di deterioramento della bilancia dei pagamenti statunitense. La diminuzione delle imposte incentiva i consumi e accresce le importazioni; di converso l’aumento del tasso di interesse favorisce l’afflusso dei capitali stranieri, determinando un apprezzamento del dollaro e quindi una riduzione delle esportazioni. Da quel momento il disavanzo della bilancia dei pagamenti ha iniziato il peggioramento, mentre la Cina registra crescenti avanzi e consente alle sue imprese di acquistare attività proprio negli USA.

In terzo luogo si cita la politica monetaria accomodante al fine di assicurare un sentiero di crescita, caratterizzata da un sostentamento interno della domanda, in particolare tra il 2001 e il 2003. L’immissione di un’enorme liquidità nel sistema per stimolare gli investimenti privati e la contemporanea riduzione del tasso di interesse sui fondi federali accrescono i consumi, che contribuiscono all’indebitamento. Da qui si innesca una bolla speculativa alimentata dalla domanda, con particolare riguardo al settore immobiliare, al punto che i mutui aumentano del 18% ogni sei mesi: uno sviluppo forzato che ha creato scompensi. Quando i finanzieri e i banchieri hanno individuato i derivati per scambiare il loro rischio di credito, il panorama del mercato subisce uno scossone tale da creare la crisi del 2008. La messa in atto dei derivati consente l’erogazione di maggiori crediti senza discernimento; inoltre le banche iniziano ad aumentare il loro giro di affari attraverso il mercato non controllato dei derivati, i quali agiscono in un sistema ombra che attrae numerosi investitori. Il circuito vizioso degli affari inventati e lievitati finisce inevitabilmente di creare scompensi finanziari, che si riflettono sulla economia reale. Nella realtà storica di una incompleta regolamentazione finanziaria, vengono abbandonati gli standard creditizi da parte di agenzie che investono con criteri speculativi e remunerativi. In tutto il percorso scellerato la cartolarizzazione accresce la fragilità di un sistema finanziario nel quale un debito viene trasformato in un investimento sottoscritto da vari risparmiatori sotto quota di fondi pensioni mediante polizze assicurative.

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.