Il tarlo opaco dei paradisi fiscali. Il focus di Giuseppe Rocco

Nel circuito della corruzione della finanza rientrano i paradisi fiscali. La globalizzazione ha finito per dar ampia risonanza a queste aree. Un tempo i paradisi fiscali allocavano in isole sperdute nei mari esotici, oggi si localizzano all’interno di Stati industrializzati. Frodare il fisco non si riduce ad una evasione di costi ma si vengono a danneggiare le istituzioni pubbliche. Questi possono essere utilizzati sia per nascondere redditi percepiti oppure per nascondere redditi illeciti, socialmente pericolosi, come droga, contrabbando, ecc.

L’art. 53 della Costituzione italiana recita che “Tutti i cittadini sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, affermando il principio della generalità del tributo, rispettando una gradualità rapportata al proprio reddito. L’elusione e peggio l’evasione contributiva aggira e viola questi principi. Nascondere i patrimoni fuori dell’egemonia nazionale diventa immorale e contrario alla legge. Purtroppo già gli ultimissimi governi offrono condizioni di disagio e di mancato rispetto della capacità contributiva, quando hanno emanato e consolidato la “Flat tax”, la quale sancisce un carico del 15% per i lavoratori autonomi e scarica il peso delle imposte sino al 43% sui dipendenti e pensionati. Una grave irregolarità che si spera presto venga corretta, anche per non offrire il cattivo esempio.

In scienza delle finanze la flat tax è un sistema fiscale non progressivo, basato su un’aliquota fissa, al netto di eventuali deduzioni fiscali o detrazioni, in pratica un’imposta piatta, che legalizza l’evasione fiscale. Come si constata, la sciagurata disposizione, che confligge con principi ontologici e deontologici, è il frutto della consolidata corruzione di alcuni partiti e della profonda sonnolenza dei sindacati.

In tema di tassazione scombinata, si rammenta la rottamazione delle cartelle esattoriali, agevolazione fiscale che consente di pagare i debiti iscritti a ruolo con uno sconto di sanzioni e interessi di mora, evitando cioè il pagamento integrale delle somme dovute. La rottamazione, giunta alla quarta edizione (senza contare i numerosi condoni), sta alterando il rapporto funzionale con i contribuenti, poiché dal 2000 al giugno 2022 ha eliminato sanzioni e interessi di mora. Queste procedure sono pilotate dalla Lega, che – col decreto Milleproroghe – ha pure cancellato le multe per i no-vax.

Assistiamo sovente a imprenditori che chiudono l’azienda in Italia, per trasferirla in una zona ove vi sia il beneficio di agevolazioni fiscali e/o utilizzo di manodopera a basso costo. Questo comportamento non confligge con la legalità, ma resta sempre un danno per i lavoratori che entrano nella disoccupazione e un pregiudizio per il territorio, che viene privato di una fucina produttiva.

Entriamo nella illegittimità quando si consuma l’evasione fiscale, occultando proventi in vario modo. Si può ricorrere alla falsa fatturazione e addirittura a nascondere buona dose del proprio capitale in paradisi fiscali, ben nascosti alla scure del fisco. Addirittura molto grave e serio il problema, allorché questi paradisi fiscali sono presenti in paesi dell’Unione europea, creando una politica di rubamazzo. Appare ben strano che ancora ad oggi, l’Unione europea non abbia legiferato per porre un limite paritario all’applicazione delle imposte!

Troppe leggerezze, favorite dall’avvento della globalizzazione, hanno finito per accettare l’incongruità che una società potesse avere più sedi: legale, amministrativa e fiscale. Questa permissione consente la frode ad alto livello proprio perché chi gioca con queste definizioni appartiene il più delle volte a complessi opifici, portatori di grande ricchezza per il territorio.

La sede legale può corrispondere con la sede operativa, oppure no; la sede fiscale in genere corrisponde con la sede legale, ma non sempre. Per intenderci, una società può avere tre sedi, quella legale, quella amministrativa e quella fiscale. Queste possibilità che sembrano operazioni di libertà, sono invece meccanismi perversi per aggirare le regole e le leggi; spesso per ridurre il peso fiscale in modo illecito.

Nel tentativo di evasione, riportiamo la notizia che la procura di Milano ha aperto un’indagine di Amazon, contestando una frode fiscale di un miliardo e 200 milioni di euro, che in concreto diventerebbero 3 miliardi comprendendo anche le sanzioni e interessi per anni 2019, 2020 e 2021.

In questo variopinto carosello di mancato introito delle imposte dovute, aumenta il boom nei paradisi societari, che fioriscono in quei paesi che consentono la costituzione di società di capitali senza particolari formalità, anche con azioni al portatore, senza l’obbligo di essere amministrate da una persona fisica, senza l’obbligo di certificare e depositare il bilancio e sprovviste da un limite minimo per il capitale sociale. Siamo nella dannazione dell’etica a tutti i livelli.

Alla nozione di paradiso societario spesso si affianca quella di paradiso bancario, con il quale si regala agli istituti bancari la più assoluta spregiudicatezza, evitando notizie sui propri clienti e garantendo un anonimato sulle ricchezze che custodiscono. A completamento, ricordiamo i paradisi penali, quando lo Stato, dotato di propria giurisdizione, non prevede come reato l’evasione fiscale, il falso in bilancio, la corruzione e la concussione. Presenta un ordinamento consenziente al riciclaggio, non disponendo di controlli adeguati.

L’espressione “Paradiso fiscale” deriva dalla traduzione letteraria dalla lingua inglese dei termini “tax” (tassa) ed heaven (paradiso). I primi paradisi fiscali risalgono all’800, quando alcuni territori strategici, nei porti, nelle insenature e luoghi ove si poteva trovare rifugio, nel senso di essere in posizione non attaccate dai pirati e non alla vista di grosse navi; in altre parole dove si poteva esercitare il contrabbando. Col tempo l’evoluzione aggiorna questi istituti e tra le due guerre mondiali sorgono nuovi territori che si specializzano nella formulazione di legislazioni, volte al trattamento fiscale di patrimoni, con regole meno invasive e pressanti. L’affermazione determinante si avverte dopo la seconda guerra mondiale, con l’emergere dei petroldollari ed eurodollari; quindi la richiesta a bassa fiscalità viene accresciuta. La svolta magica e inquietante si raggiunge con la globalizzazione, che favorisce tutte le manipolazioni finanziarie.

Alle Bahamas, alla Svizzera ed a Lussemburgo, si aggiungono il Liechtenstein, le isole Cayman, Bermuda e Panama. Il fenomeno sconfina e nel 2001, il giro di affari a basso costo viene stimato attorno ai 1.800 miliardi di dollari, assorbiti da circa ottanta paradisi fiscali in tutto il mondo. Il caso eclatante è rappresentato dalla Liberia, con una quantità di depositi di circa 16 miliardi di dollari, nonostante il reddito pro capita si calcola in un dollaro al giorno.

Accettare la dimensione dei paradisi fiscal, vuol dire riconoscere l’idea che un paese si arricchisca insidiando le leggi degli altri Stati. La “civile” Svizzera tutela penalmente il segreto bancario e punisce l’induzione alla sua violazione. Molto meglio in Italia, ove il segreto bancario non è tutelato da alcuna norma. Questo spiega come molte imprese italiane (e comprese le famiglie) cercano di depositare i propri patrimoni in zone meno esigenti, dal punto di vista tributario. Secondo l’OCSE, i paradisi fiscali apportano concorrenza fiscale dannosa verso i mercati finanziari e verso i contribuenti onesti.

Per offshore si intende un luogo di evasione, situato in zona determinata e i servizi sono riservati a i non residenti. Si evidenzia così un contrasto: tassare i residenti ed adottare un’aliquota bassa o nulla ai non residenti che trasferiscono i loro capitali nel territorio. Questa separazione fra residenti e non residenti implica un implicito danno alle sorti dell’economia. Da questa disamina, appare evidente che – grazie alla globalizzazione – le multinazionali riescono ulteriormente a ingigantire i profitti, con l’assenza di trasparenza nelle transazioni finanziarie e l’occultamento di movimenti di capitali. L’avvento di Internet ha elevato le opportunità di ricorso a questi infausti strumenti, deleteri al benessere umano e soprattutto offensivi per la buona fede dei cittadini.

Alcuni esempi:

  • In Lussemburgo vi è un edificio con 150 società di cui 130 italiane senza dipendenti – Nel totale 9 su 10 società esistenti in Lussemburgo sono straniere.
  • A Dublino in Irlanda, vi è una concentrazione di web statunitensi che pagano l’0.005%.
  • A Londra, un palazzo contiene 19.000 società e banche finte; spesso di arabe e asiatiche.
  •  Nello Stato americano di Delawade, hanno sede legale 300.000 società di tutto il mondo (compresa la Coca cola).
  • Da una stima pare che i beni finanziari nascosti ammontino a 12mila miliardi di dollari, pari al 12% del PIL mondiale.

Come si evince, i paradisi fiscali sono delle principali vigorose forze alla base delle crescenti ineguaglianze economiche nel mondo e costituiscono una severa minaccia per le nostre società democratiche. La spiegazione è semplice: le democrazie moderne si reggono su un contratto sociale fondamentale, in cui tutti devono pagare le tasse in rapporto alle proprie forze. La tassazione serve allo Stato per garantire beni e servizi pubblici. Col ricorso ai paradisi fiscali, vengono a mancare i contributi più sostanziali, quelli dei ricchi della nazione che sfuggono al fisco. Non vi possono essere dati certi, ma secondo una stima il 10% dei patrimoni finanziari mondiali sono collocati in questi territori.

Uno dei paesi sotto processo è la Svizzera, confinante con l’Italia e quindi appetibile, la quale nasconde nelle proprie casseforti la ricchezza delle élite corrotte e di fatto deruba le altre nazioni, soprattutto la nostra. Il gioco è ormai abituale, che si svolge nel seguente modo. Un titolare di una grossa società italiana, che voglia trasferire 100 milioni di euro in Svizzera, fonda una società di comodo nelle isole Cayman, dove le normative sulla trasparenza sono limitate.  Indi apre un conto a Ginevra a nome della predetta società di comodo; infine compra servizi fittizi dalla società di comodo nelle Cayman (es, consulenza) e per pagarli trasferisce denaro sul conto svizzero. In teoria la transazione è lecita, quindi non perseguibile.

Secondo Gabriel Zucman, economista francese che lavora all’Università della California, la soluzione consiste nella creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari, in cui registrare i proprietari di ogni azione e obbligazione, coordinati da un’organizzazione internazionale, del tipo del Fondo monetario internazionale. Intanto sarebbe doveroso adottare una legislazione comunitaria per garantire identica aliquota di imposta per tutti i paesi aderenti all’unione. Parliamo di un provvedimento avversato da alcune nazioni, ma si dovrebbe agire con forza per raggiungere l’obiettivo. Anche a livello mondiale, occorre una certa organizzazione e colpire gli utili delle multinazionali consolidati in tutto il mondo e non come accade oggi sui profitti dei singoli Stati. Il catasto mondiale appare difficile, soprattutto per la politica liberista americana. Basti pensare che 125 paesi si stanno scambiando informazioni sui paradisi fiscali tramite Common Reportin Standard (CRS), nell’intento di controllare il perverso fenomeno, ma purtroppo gli USA non aderiscono. Oggi diventa impensabile per la presenza di Trump, rivelatosi un tiranno antidemocratico e sostenitore di un neo colonialismo.

Nel periodo delle due guerre i clienti delle banche svizzere erano soprattutto francesi. Nonostante i tentativi di coalizione per combattere i paradisi fiscali, la Svizzera dimostra una ferrea capacità di resistenza. A cavallo del terzo millennio, sorgono altre sedi di accaparramento, con Isole Vergini e Lussemburgo. In modo abile, questi ed altri paradisi fiscali non tentano la concorrenza ma si specializzano nei vari settori della gestione patrimoniale. Oggi le banche elvetiche si limitano alla custodia dei titoli e quelle di altri paesi dispersi nel mondo operano in modo delocalizzato. La Svizzera in teoria ha perso l’egemonia in questo campo, ma nella realtà costituisce un anello di congiunzione della catena fraudolenta.

Nel vertice dell’aprile 2009, i leader dei paesi del G20 hanno sancito la fine del segreto bancario.  Sono stati compiuti alcuni progressi, ma l’obiettivo è lontano, tanto che la ricchezza straniera in Svizzera raggiunge vertici storici e Lussemburgo registra un aumento di ricchezza del 20%. Imprenditori molto ricchi ricorrono frequentemente alle società di comodo e alle fondazioni, per aggirare le leggi.

Si sta tentando di contrastare le frodi, sia per un problema di etica che di giustizia, ma la necessità di far pagare le tasse a tutti diventa ultra importante, proprio per evitare che cittadini onesti debbano subire aumenti tributari per compensare le perdite dovute ai disonesti. Ripeto, il primo passo deve farlo l’Unione europea, di accettare, perequando l’aliquota in tutti i paesi aderenti. Se Lussemburgo non crede di adeguarsi si può mettere in discussione la sua adesione all’Unione. La posta è davvero grande, anzi enorme, se si pensa che ai tempi d’oggi le nazioni sono in balia delle multinazionali, che assumono un controllo economico maggiore degli Stati stessi.

Una nazione da sola non può combattere il fenomeno, perché mondiale. Occorre un’aggregazione a cominciare dall’Unione europea, per poi ampliare il discorso a livello internazionale col G20. Attualmente il rischio di scarsa riuscita è maggiore per l’entrata nella scena politica del presidente Usa Donald Trump, che incarna la visione del sovranista accanito, subdolo, perverso, antidemocratico e colonialista.

La vita è veramente varia e misteriosa. Mentre in Italia ci affrettiamo a biasimare i paradisi fiscali, ecco una scoperta in qualche modo discutibile. Dal 2017 esiste la “Norma CR7”, un regime che per 15 anni consente a chi trasferisce la residenza nella Penisola di pagare un’imposta piatta sui redditi di fonte estera: interessi, dividendi, plusvalenze da cessione di imprese, successioni o donazioni[1].

Sembra che nel nostro Paese sia la terza meta dei paperoni, dopo Emirati e Usa. Pare che la Flat tax attrae soprattutto imprenditori e manager a fine carriera che scelgono l’Italia per godersi la pensioni e guadagni. Il nostro governo sarà felice di incassare miliardi di dollari, ma resta l’imprudenza e con un’etica scolorita. La Flat tax non è un’imposta nuova per gli italiani, poiché esiste di già all’interno per i lavoratori autonomi, e cioè per quelli che guadagnano di più rispetto ai lavoratori subordinati.

L’agglomerato dei privilegiati si stima in 4500 persone. Come si diceva, la norma prevede un regime agevolato per 15 anni. A partire dal 2025, su tutti questi guadagni i neo-residenti pagheranno un’imposta fissa annuale di 200mila euro, raddoppiata rispetto alla previsione iniziale. Ma si tratta comunque di una condizione notevolmente vantaggiosa considerando che anche per i familiari di questi soggetti, che optano per lo stesso regime fiscale, la Flat tax scende a 25mila euro.  

Fra i primi a beneficiarne è stato nel 2018 Cristiano Ronaldo, approdato in Italia, alla Juventus. La norma è sfruttata dai super ricchi che hanno deciso di trasferirsi in Italia, specificatamente nella capitale economica del Paese, quella Milano che sta vedendo l’apertura di diversi club esclusivi con biglietti di ingresso da migliaia di euro che servono da punti di incontro per portare avanti affari, in un ambiente discreto e funzionale.

Nel tempo sono arrivate persone da Messico, Sudamerica, Medioriente, e persino Svizzera, mentre di recente abbiamo riscontrato un incremento dei flussi, da sempre importanti, dal Regno Unito, dove è stato da poco abolito un regime fiscale similare.

Siamo alle solite. Chi sopporta l’onere delle imposte è il popolo, la classe media e bassa, cioè dipendenti e pensionati.

©Riproduzione riservata


[1] Notizia convalidata sul Corriere della sera a pag.32 (economia) del 3 luglio, a firma Francesco Bertolino.

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About Giuseppe Rocco

Esperto di commercio estero. Vice Segretario generale della Camera di commercio di Bologna sino al 31.1.2007; Docente esterno presso l’Università di Bologna, Istituto Economico della Facoltà di Scienze politiche, in qualità di cultore dal 1990 al 2006, di “Istituzioni Economiche Internazionali” e in aggiunta dal 2002 al 2006 di “Diritti umani”; Pubblicista iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1985; 450 articoli per 23 testate nazionali; in particolare consulente del Il Resto del Carlino, in materia di Commercio internazionale, dal 1991 al 1995; Saggista ed autore di 53 libri scientifici ed economici; Membro del Consiglio di Amministrazione del Centergross dal 1993 al 2007;Membro del Collegio dei periti doganali regionali E. Romagna, per dirimere controverse fra Dogana ed operatori economici dal 1996 al 2000, con specificità sull’Origine della merce.